12 dicembre 2019
Aggiornato 08:30

Siria: la guerra mondiale delle contraddizioni, dei dietrofront e delle alleanze mutevoli

L’ultimo colpo di scena è stato il clamoroso contrordine di Washington, che ha scaricato i curdi, suoi (ex) alleati contro l'Isis, per non turbare l’isterico sultano e fondamentale amico Erdogan

ALEPPO - La guerra in Siria (VEDI LO SPECIALE) non è «soltanto» una guerra. E' un'autentica guerra mondiale. Perché in quel terribile teatro bellico non combattono solo regime, ribelli, Isis e curdi, ma si scontrano anche gli interessi contrapposti delle maggiori potenze internazionali. Con alleanze, per di più, assolutamente variabili. Ecco perché è così difficile far progredire i negoziati a Ginevra; ecco perché anche semplicemente dichiarare una tregua di 48 ore per far arrivare i convogli umanitari sembra un'impresa impossibile. Ecco perché si continua a morire, da più di cinque anni a questa parte, senza che nessun accordo, nessun compromesso sembri capace di fermare il sangue. 

Una protesta diventata ribellione sunnita ed estremista
L'iniziativa di protesta contro Bashar al Assad, in cui i manifestanti nelle piazze chiedevano riforme al presidente siriano, è durata relativamente poco. E non soltanto perché Assad ha reagito reprimendola con le maniere forti, ma soprattutto perché quella protesta si è poi infiammata grazie alla miccia dell'odio settario e del fondamentalismo, cosicché è sfociata in una guerra civile in cui l'Iran sciita è intervenuto per difendere il regime, mentre le potenze sunnite, Arabia Saudita in testa, hanno armato e finanziato quella che ha finito per diventare una ribellione sunnita.

Usa nemici dell’Isis, ma più nemici di Assad
Intendiamoci: nessuno intende santificare Assad e il suo regime; tutt’altro. Ma la ribellione ha finito per offrire un terreno fertilissimo per l'attecchire dell'estremismo islamico dell'Isis, di ispirazione a sua volta sunnita, e di altri gruppi, come la branca siriana di Al Qaeda nota come Fronte Al Nusra. Su queste basi, il sostegno della coalizione guidata dagli Usa ai ribelli in funzione anti-Assad ha avuto come unico risultato quello di rafforzare ulteriormente i jihadisti, a loro volta, in teoria, nemici di Washington. Gli Usa nemici dell'Isis, ma amici di gruppi pericolosamente ad esso contigui e ancora più nemici del più forte oppositore dell'Isis sul campo, Bashar al Assad: la prima enorme contraddizione della guerra siriana.

Usa e Russia, un nemico comune, amici diversi
Sì, perché la guerra in Siria, oltre ad essere «mondiale», è anche la guerra delle contraddizioni, degli intrecci inestricabili di questioni irrisolte, di alleanze a metà, di ostilità parziali, interessi collimanti. Così, quando la Russia è intervenuta a fianco del regime di Assad e contro l’Isis, Washington ha subito condannato l’intervento: perché sì, Stati Uniti e Russia avevano come target comune l’Isis, ma contrapponevano l’una all’altra visioni opposte sul futuro della Siria. Gli Stati Uniti avrebbero voluto rovesciare fin da subito il regime di Assad; i russi sono stati spesso accusati di bombardare, insieme all’Isis, i ribelli cosiddetti moderati che si opponevano al regime: quanto basta per rendere le due potenze, invece che alleate nella lotta contro i jihadisti, nei fatti nemiche sul campo.

Timido e incerto riavvicinamento
Abbiamo però anche assistito a tentativi di dialogo e parziali avvicinamenti, promesse di coordinamento e compromessi parzialmente raggiunti: l’intervento di Mosca ha in certa misura costretto Washington ad accettare almeno temporaneamente la presenza di Assad come attore in gioco, pur con puntuali ripensamenti e un mai del tutto sopito supporto ai ribelli. Così, la stretta di mano tra John Kerry e Sergey Lavrov a Ginevra nasconde differenze di visione profonde, anche perché, mentre gli Stati Uniti sarebbero pronti ad accettare una Siria post-conflitto divisa in tanti piccoli staterelli, Mosca ne vorrebbe preservare l’unità inalienabile.

La Turchia, nemica-amica dell’Isis
E poi c’è la Turchia, che, con la recente promessa – puntualmente mantenuta – di intensificare il proprio sforzo in Siria, ha decisamente complicato la situazione. La decisione è giunta dopo il riavvicinamento tra Tayyp Recep Erdogan e Vladimir Putin, che, anche sul dossier siriano, giocavano tradizionalmente su fronti opposti. La Turchia sunnita si è infatti sempre opposta al regime sciita di Bashar al Assad, e, nei confronti dei jihadisti dello Stato islamico, ha mostrato a lungo un volto ambiguo. Proprio la Russia ha infatti accusato (a ragione) Ankara di lasciar passare jihadisti ed aspiranti tali sul suo territorio, anche chiudendo di buon grado gli occhi di fronte a fruttuosi traffici illeciti.

Tutti i cambi di casacca di Erdogan
Poi, il cambio di casacca (costato anche diversi attentati in patria): Erdogan ha deciso, l’estate scorsa, di sganciare le prime bombe in Siria ufficialmente contro lo Stato islamico, ufficiosamente contro i curdi, e si è battuto (fino ad allora inutilmente) per creare nel Nord del Paese una no-fly zone proprio per infliggere un duro colpo a questi ultimi, facendo passare i propri carri armati nel Paese confinante – scenario in effetti realizzatosi negli ultimi giorni –. Dopo la «pace» con la Russia, un ulteriore cambio di casacca: Assad non è più il nemico, ma un papabile alleato per troncare le aspirazioni curde. E quindi un interlocutore legittimato, almeno temporaneamente.

E ora gli Usa danno ragione al sultano
Da che parte sta la Turchia in Siria, dunque? Su queste basi, verrebbe da dire con Mosca. Non proprio. Perché gli Stati Uniti, ultimamente in pessimi rapporti diplomatici con Ankara dopo il golpe fallito, pur di non perdere il preziosissimo alleato della Nato (con il secondo esercito dell’Alleanza atlantica e basi fondamentali proiettate verso Oriente), ha dichiarato di appoggiare l’intervento militare turco in Siria, che però è esplicitamente diretto anche contro i curdi. I quali, in qualità di primi oppositori sul campo dello Stato islamico, sono sempre stati alleati strategici di Washington, che pareva appoggiarne (anche se non ufficialmente) le aspirazioni geopolitiche. Al contrario, è stata proprio Mosca ad esprimere preoccupazione per l’improvviso maggiore attivismo del «quasi amico» ritrovato.

Washington tradisce i curdi
E a voler guardare i fatti, Ankara è intervenuta proprio mentre il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden si trovava in Turchia per cercare di rinsaldare i difficili rapporti con il Paese dopo il braccio di ferro sull’estradizione dell’imam Gulen, considerato dai turchi l’ideatore del colpo di stato di luglio. Non solo: i carri armati turchi sono entrati in Siria dopo che le forze curde hanno riconquistato la città di Manjib, e sembravano pronte a puntare il valico di Jarabulus, l’ultimo collegamento diretto tra Turchia e il territorio controllato da Isis. Con il placet, a quanto pare, di Washington, che si è dimostrata prontissima a scaricare gli ex alleati curdi pur di frenare le isterie del sultano e impedire un pericolosissimo slittamento verso Mosca. Con il più clamoroso dei dietrofront.