2 dicembre 2022
Aggiornato 16:30
Ankara apre clamorosamente ad Assad

Siria, se il sultano Erdogan è il nuovo asso nella manica di Putin

Nuovo colpo di scena. Dopo la stretta di mano tra Erdogan e Putin, Ankara ha clamorosamente aperto all'ex nemico Assad. Mettendo in minoranza l'alleato di sempre, Washington

ISTANBUL - Fino a 12 mesi fa, quello che sta accadendo nello scenario geopolitico mediorientale sembrava quasi impensabile. Un anno fa di questi tempi, l'intervento russo in Siria a fianco di Bashar al Assad, che ha ricatapultato Mosca alla ribalta tra le potenze mondiali, facendo clamorosamente fallire il tentativo di isolamento messo in atto dall'Occidente dopo la crisi ucraina. Quindi, il progressivo e almeno apparente allineamento di Washington sulla linea dettata da Mosca, seppur perseguito in mezzo a mille tentennamenti e sistematiche marce indietro. Ad ogni modo, la Russia è riuscita a riabilitare, almeno in parte, la figura Assad, perlomeno come figura locale di riferimento nella lotta contro lo Stato islamico e come ineliminabile attore in gioco nei negoziati per il futuro della Siria. E ancora, l'abbattimento da parte di Ankara di un caccia russo, qualche mese fa, ha determinato un innalzamento della tensione tra le due potenze, che si sono spinte fin sull'orlo di una guerra. Ma la sorprendente stretta di mano tra Putin ed Erdogan dello scorso 9 agosto ha sancito un riavvicinamento tattico, probabilmente temporaneo, tra i due leader, clamorosamente in disaccordo su diversi dossier. Uno di questi era, appunto la Siria. E invece, proprio lo sfortunato Paese mediorientale sembra fare da sfondo all'inedito asse Mosca-Ankara. 

Lo shift della Turchia
Perché, se la Turchia sunnita, fino a pochissimo tempo fa, si diceva «nemica» del regime sciita di Bashar al-Assad, da qualche giorno le cose sembrano decisamente cambiate. Il premier turco Binali Yildirim ha infatti annunciato che il presidente siriano potrà partecipare alla transizione siriana, pur non conservando alcun ruolo nel futuro del Paese. «Che ci piaccia o meno, oggi Assad è uno degli attori» ed è possibile «trattare con lui per la transizione», ha detto Yildirim, aggiungendo però che lo stesso Assad, «i ribelli curdi e il Daesh non dovrebbero avere alcun ruolo nel futuro della Siria». La questione curda, in effetti, è centrale per la Turchia, che teme che i combattenti impegnati in prima linea contro l’Isis, e sostenuti dagli Stati Uniti, possano dar vita a un’entità territoriale alle suo porte. E non è probabilmente un caso che, per la prima volta dal 2011, il regime siriano abbia lanciato raid aerei da Damasco contro posizioni curde nel Nord del Paese, rispetto ai quali Yildirim ha infatti dichiarato: «E' chiaro che il regime siriano ha capito che la struttura che i curdi stanno cercando di creare nel Nord inizia a diventare una minaccia anche per la Siria».

L'inedito asse tra Mosca e Ankara
In questo inedito scenario, Ankara ha anche annunciato che, nei prossimi sei mesi, avrà un ruolo più attivo nella campagna siriana. Un ruolo che, da quanto sembra, sarà sempre più allineato al fronte russo, e sempre più lontano alla linea dettata dall’alleato di sempre: Washington. Il premier turco Binali Yildirim ha infatti annunciato un ruolo «più attivo» di Ankara nei prossimi sei mesi sullo scenario siriano, dopo che nelle ultime settimane la Turchia ha rilanciato i rapporti bilaterali con la Russia e ha intensificato quelli con l'Iran, i due alleati del regime siriano. Del resto, Mosca e Ankara cominciano ad avere interessi sempre più simili nel teatro siriano: mentre, non poco tempo fa, il capo della Cia – riprendendo precedenti dichiarazioni del segretario di Stato John Kerry – aveva profetizzato che il territorio della Siria verrà verosimilmente diviso al termine del conflitto, tanto Mosca quanto Ankara preferirebbero evitare questo scenario. Il premier turco ha infatti dichiarato che «la Turchia sarà più attiva nel tentativo di evitare che la situazione peggiori nei prossimi sei mesi, ossia che la Siria venga divisa lungo linee etniche, assicurando che il suo governo non sia basato su divisioni etniche». Ovviamente, il pensiero del sultano Erdogan corre alle rivendicazioni territoriali degli odiati curdi, che ora intende tentare di contenere con l’aiuto di Mosca e di Damasco. Il quotidiano Al-Awsat (che, in quanto saudita, è sul fronte opposto rispetto all’inedito asse Russia-Turchia), non a caso ha così sintetizzato la nuova mossa del sultano turco: «Ankara strizza l’occhio ad Assad attraverso la porta curda».

Implicazioni geopolitiche
A dimostrazione di quanto importanti siano le implicazioni geopolitiche del nuovo shift turco in Siria, c’è anche chi ha ventilato la possibilità che Ankara conceda la sua base di Incirlik a Mosca per i suoi raid contro l’Isis. Il premier turco ha in effetti negato che dalla Russia sia stata avanzata tale richiesta, ma ha anche aggiunto che, «se serve», «può essere usata». Un’apertura davvero clamorosa, visto che Incirlik è la più importante base Usa-Nato in tutta l’area europea, data la sua capacità di ospitare il maggior numero di ordigni nucleari statunitensi. Una base situata, peraltro, in un’area fortemente strategica per l’Alleanza Atlantica, perché costituisce la sua appendice verso l’Oriente.

Ankara il «cavallo di Troia» di Mosca?
Yildrim ha spiegato la sua apertura nel quadro della lotta al terrorismo. «La Turchia ha aperto la sua base aerea di Incirlik per combattere i terroristi. Viene utilizzata dagli Stati Uniti e dal Qatar. Altri Paesi possono utilizzare allo stesso modo la base, dove ora ci trovano anche i tedeschi. Mi riferisco alla Russia. Ma finora non è pervenuta nessuna richiesta», — ha osservato il primo ministro. Ma è chiaro come l’eventualità che Mosca utilizzi quella base avrebbe un valore simbolico senza precedenti, visto che lo storico e originario intento dell’Alleanza atlantica era primariamente anti-russo. E anche oggi, tutti gli scenari in cui Washington e Mosca sono implicate, sono innanzitutto scenari di potenziale scontro.  Così, se davvero alla Russia fosse concesso l’utilizzo di Incirlik, sarebbe un pessimo colpo per l’Occidente. Che, già ampiamente beffato da Putin, finirebbe dileggiato anche dal sultano Erdogan, sempre più simile, in Siria e non solo, al «cavallo di Troia»  nelle mani di Mosca per espugnare il fronte occidentale.