17 febbraio 2020
Aggiornato 19:30
La Cancelliera non può dormire sonni tranquilli

Il rifugiato attentatore e il patto con Erdogan a rischio: due bombe pronte a esplodere in mano a Frau Merkel

Con il patto sui migranti con il sultano Erdogan sempre più in bilico dopo il golpe fallito e dopo il rifugiato afghano attentatore sul treno bavarese, la poltrona della Merkel è sempre più traballante

BERLINO - Sono giornate di fuoco per l'Europa, e, quel che è peggio, macchiate di sangue: prima, il tremendo attentato a Nizza del 14 luglio perpetrato dal tunisino Mohamed Lahouaiej Bouhlele; quindi l'attacco di lunedì sera ai passeggeri di un treno bavarese da parte di un 17enne afghano. In mezzo, il fallito golpe turco, che, pur non essendo avvenuto nei territori continentali, certamente dà ulteriori gatte da pelare all'Europa. Perché Bruxelles, ora, deve anche fare i conti con la sempre più evidente impresentabilità del partner con cui ha firmato l'accordo sui migranti e che sta meditando di far entrare nell'Ue. 

Quante preoccupazioni, Angela Merkel
E la più preoccupata di tutti è lei, Angela Merkel, la «regina» d'Europa. Perché Merkel è stata la prima artefice del patto sui migranti con il controverso sultano turco (che in questi giorni sta dando il meglio di sè in purghe e epurazioni), in cambio di un cospicuo gruzzoletto e del progredire dei negoziati per l'ingresso della Turchia in Europa; ma anche perché la Cancelliera è stata colei che ha fortemente difeso la politica dell'accoglienza verso i migranti, al prezzo di provocare una crisi quasi irreparabile nella coalizione di governo. E certamente, i fatti di Nizza e di Würzburg non depongono a favore della sua linea. Passi per Mohamed Lahouaiej Bouhlele, che, pur originario di Msakna, in Tunisia, viveva in Francia da anni. Ma quanto all’attentatore del treno, c’è poco da girarci intorno. Si tratterebbe infatti di un ragazzo afghano, di 17 anni, entrato proprio nel giugno dello scorso anno in Germania, dove ha presentato richiesta d'asilo a marzo. Il «classico» rifugiato, dunque, verso il quale Angela Merkel ha dimostrato grande apertura, nonostante lo scetticismo dei Paesi dell’Est europeo e di frange sempre più ampie dell’opinione pubblica e del mondo politico teutonico.

Cresce l'opposizione alla Cancelliera
C’è di più: perché l’attentato è avvenuto in Baviera, la regione in assoluto più esposta all’arrivo di migranti e dove, non a caso, si è concentrato il dissenso più aspro nei confronti della politica della Cancelliera, addirittura da parte dei suoi stessi alleati di coalizione, i cristiano-sociali bavaresi. E proprio mentre il consenso nei confronti di Frau Merkel sembrava risalire la china, specialmente dopo la chiusura della rotta balcanica che ha provocato un calo di ingressi in Germania, la vicenda di Würzburg torna a far traballare il trono della regina d’Europa. La quale, in vista delle elezioni del 2017, deve fare i conti con i montanti umori euroscettici e xenofobi cavalcati dal partito di estrema destra Afd, che, all’appuntamento elettorale, potrebbe tra l'altro presentarsi rafforzato del sostegno di Pegida: perché il capo del movimento noto per le sue battaglie anti-immigrazione, Lutz Bachmann, starebbe pensando di fondare un partito ad hoc per appoggiare proprio l’Afd.

L'estrema «prudenza» di Berlino
In questo quadro, dunque, si spiega l’estrema prudenza mostrata dalle autorità tedesche a proposito dell’attentatore del treno: a lungo, non a caso, hanno negato l’esistenza di indizi che potessero corroborare un collegamento tra quest’ultimo e l’Isis, cercando di ridimensionare la matrice islamica dell’attacco. Anche dopo la rivendicazione dell’Isis, Berlino, sull’argomento, continuava a mostrarsi estremamente cauta. Un atteggiamento che un po’ ricorda quello tenuto in seguito agli stupri di massa praticati da immigrati nella notte di Capodanno a Colonia, e che i media di destra di tutta Europa interpretarono, invece, come una sorta di omertà governativa nell'ammettere che fatti tanto gravi erano imputati a stranieri e rifugiati. Così, anche questa volta il capo della cancelleria della Merkel si è affrettato a ricordare all’opinione pubblica che s’era trattato solo del «gesto di un singolo», per poi rivolgere un analogo appello alle forze politiche: «Mi auguro che si riconosca che un caso singolo non può discreditare un gruppo di migliaia di persone». L’intento è quello di limitare il più possibile l’eventuale (ma attesa) psicosi anti-profughi, nonché quello di prevenire le mosse dell’estrema destra. Senza contare, poi, il disperato tentativo di mettere al sicuro la poltrona della Cancelliera, che sui migranti sembra aver ipotecato l’intero suo destino politico.

Dettagli che non aiutano
Di certo, i dettagli successivamente emersi sul 17enne afghano non aiutano Frau Merkel: come la bandiera dell’Isis dipinta a mano nella sua stanza, e il video in cui giurava «vendetta contro gli infedeli». A questo punto, che esistano collegamenti diretti tra il giovane e Daesh non conta più di tanto: la vicenda ha tutte le caratteristiche per diventare un enorme grattacapo per la Cancelliera. Che tra l’altro, per rimanere in tema immigrazione, potrebbe essere presto destinata a perdere un partner fondamentale del suo piano: il sultano turco. Perché se Erdogan decidesse di «riaprire il rubinetto» della rotta balcanica, c’è da scommettere che la Cancelliera perderebbe ulteriori, preziosi consensi.