19 novembre 2019
Aggiornato 20:00
Nuovo fallimento al vertice Opec di oggi

Opec, benzina sul fuoco. Come la crisi del petrolio danneggia tutti, anche chi dovrebbe guadagnarci

Dal vertice Opec di oggi è giunta l'ennesima brutta notizia: nessun accordo raggiunto sul possibile congelamento della produzione di petrolio per fronteggiare la caduta dei prezzi. Non è la prima crisi del genere, ma oggi pare particolarmente difficile da risolvere: perché danneggia tutti (Europa compresa), e nessuno pare disposto a fare un passo indietro per ripristinare l'equilibrio

Impianti petroliferi.
Impianti petroliferi. Shutterstock

DOHA - Altra fumata nera al vertice dei Paesi produttori di petrolio a Doha. Un vertice fondamentale, che, nelle speranze dei partecipanti, avrebbe dovuto favorire il raggiungimento di un accordo sul congelamento della produzione di petrolio. L'obiettivo non era quello di tagliare la produzione, ma perlomeno di bloccarla temporaneamente sui livelli di gennaio. E invece, soprattutto a causa delle tensioni tra Iran e Arabia Saudita, la trattativa si è conclusa con un nulla di fatto, e già i risultati si vedono: nelle prime contrattazioni della giornata il prezzo del greggio è sceso del 2,5%, raggiungendo i 41,78 dollari al barile. La sensazione è che l'attuale crisi dell'oro nero, profondamente intrecciata con altre straordinarie crisi geopolitiche in corso, sia, rispetto al passato, difficilmente risolvibile, e che in pericolo vi sia la nostra stessa sicurezza energetica. Ma cosa sta succedendo, e cosa dobbiamo aspettarci, di questo passo?

Corsi e ricorsi: una crisi dalla cadenza ciclica
Al momento, stiamo facendo i conti con il grande crollo dei prezzi dei combustibili fossili, in corso dalla seconda metà del 2014. Un crollo che sta avendo un forte impatto in termini economici e geopolitici. Di certo, non è la prima volta che accade. D'altra parte, lo stesso Wiston Churchill era ben consapevole della «supremazia della politica nel mondo dell'energia»; e la stessa convinzione l'ha esplicitata, circa 50 anni dopo, Angela Merkel, quando, in occasione dello scoppio della crisi ucraina, ha affermato che prima ancora che essere una questione economica, quella dell'approvvigionamento energetico è innanzitutto politica: dimostrazione che il tema è sì di vecchia data, ma sempre attuale. D'altra parte, come ben spiegato nel recente Rapporto ISPI sulla sicurezza energetica, dal secondo dopoguerra si è osservata una cadenza ciclica grosso modo decennale nelle crisi che hanno riguardato l'oro nero, spesso legate a cause quali l'ostilità nella politica estera di Paesi esportatori verso quelli occidentali, guerre intestine al Medio Oriente e reazioni occidentali, instabilità politica interna dei Paesi produttori e utilizzo del petrolio come arma di pressione politica internazionale. Eppure, questa volta la situazione ha degli elementi di originalità. Prendiamo il caso del 1973: allora, l'Opec era disponibile a vendere meno e a perdere volumi di mercato pur di conseguire un obiettivo «politico», rappresentato dall'embargo verso gli Stati Uniti e l'Olanda; oggi,invece, davanti al crollo dei prezzi e di fronte a una nuova età dell'abbondanza, i produttori - arabi e non - non sembrano disposti a cercare di contrarre l'offerta. Anzi, sembrano fare a gara a chi produce di più. 

Asimmetrie e rigidità
Certo: anche in passato la situazione non si calmò facilmente. Si pensi al 1983, anno in cui l'Opec si rese conto che, aumentando continuamente il prezzo, stimolava i consumatori all'efficienza energetica e alla ricerca di alternative: e così, si decise di difendere il prezzo, limitando i volumi di produzione al limite di 17,5 milioni di barili/giorno. Un impegno che, però, non bastò, perché rispettato quasi esclusivamente dall'Arabia Saudita: e così, l'Opec dimostrò, allora come oggi, la propria «asimmetria di funzionamento del cartello dei produttori. Forte e coeso se il mercato è dell’offerta. E di competizione di tutti contro tutti se il mercato è della domanda; perché la priorità di ciascuno diventa quella di salvaguardare la propria quota di mercato». Guardiamo a ciò che sta accadendo oggi: nel 2015 la domanda di petrolio mondiale è cresciuta rispetto all’anno precedente in misura considerevole, ma l'offerta ha finito per superare la domanda: e l'Opec, lungi dal votarsi a una politica di minor produzione, sta nel suo complesso aumentando la produzione di 0,9 milioni di barili/giorno. A ciò si aggiunga la cospicua crescita di produzione nordamericana grazie allo shale oil, che è quella che ha poi innescato la crisi. E poi c'è la Russia, per la prima volta aperta al dialogo al tavolo dell'Opec. Ma i sauditi sono mal fidenti: perché i russi sono amici dell'Iran, e in teatri di guerra come la Siria le ferite sono ancora aperte e sanguinanti. Come si vede, la situazione è estremamente delicata.

Gli ambigui effetti sui Paesi importatori
E poi ci sono i Paesi importatori, soprattutto europei, sui quali si manifestano con più evidenza gli ambigui effetti di quella che il Rapporto ISPI ha giustamente chiamato l'«età dell'abbondanza»«I paesi Ue dovrebbero trarre conforto dal veder scendere i prezzi, sia perché questo aumenta la competitività delle loro imprese rispetto a quelle americane e asiatiche, sia perché i cittadini europei possono destinare ulteriori risorse ad altri tipi di consumi. Ma mentre il calo dei prezzi alla pompa e sui consumi domestici non è così marcato, anche a causa di una tassazione che incide fortemente sui costi dell’energia, ciò ha un effetto significativo sui prezzi industriali e si ripercuote in generale sul livello dei prezzi, in un periodo in cui l’inflazione è già troppo bassa. Un’Europa spinta verso la deflazione fa paura ai mercati e a banche dai bilanci non ancora a posto, che temono che i cittadini rimandino gli acquisti sperando di scontare prezzi più bassi in futuro. Inoltre i fondi sovrani dei paesi esportatori sono oggi costretti dalla crisi a tappare le voragini fiscali che si aprono nei bilanci dei governi nazionali e dunque ritirano i capitali dai mercati occidentali, rimandando investimenti già programmati». Ciò significa che uno scenario apparentemente positivo per l'Europa finisce per ledere anche i suoi interessi. Per non parlare, poi, degli Stati Uniti: il maggior consumatore di petrolio, e il terzo maggiore produttore al mondo. Grazie alla nuova tecnica dello shale oil, gli Usa importano solo il 50% del petrolio che consumano, ma stanno andando incontro anche a un significativo trasferimento di redditi. 

La chimera dell'indipendenza energetica
Quello a cui siamo di fronte, in ultima istanza, è la crisi dello stesso paradigma delle politiche energetiche sviluppato nel secondo dopoguerra. Il crollo è duplice: quello dei prezzi e quello delle certezze. E ciò pone i decisori politici di fronte a una grande sfida: quella di rendere i sistemi politici nazionali sempre più flessibili, capaci di coniugare le prospettive politico-economiche più generali con quelle più tecniche. Più facile a dirsi che a farsi, non c'è dubbio. Anche perché quella dell'«indipendenza energetica» è chiaramente una chimera, e lo è tanto per i Paesi importatori quanto per quelli esportatori. Si pensi a Paesi come la Russia e l'Arabia Saudita, costretti a vendere i loro idrocarburi per poter finanziare il proprio stato sociale, e quindi altrettanto «dipendenti» dalle esportazioni quanto i Paesi occidentali lo sono dalle importazioni. Il tutto, senza dimenticare che l'impatto della crisi è incerto a livello tanto locale, quanto internazionale. Soprattutto in uno scenario mondiale già di per sè costellato da focolai di crisi per qualità e quantità senza precedenti.