20 novembre 2019
Aggiornato 06:00
Mercato delle materie prime

Petrolio, previsioni «errate» anche per il 2015

Al Nymex la materia prima mette a segno il secondo anno di fila in calo per la prima volta dal 1998. Attualmente molti membri dell'OPEC così come gli analisti sono preoccupati dall'eccesso di scorte in giro per il mondo, tanto più che l'Iran si prepara a esportare il suo greggio non appena le sanzioni imposte dall'Occidente verranno rimosse.

NEW YORK - Chi alla fine dello scorso anno aveva stimato un ripresa del petrolio per il 2015 si è sbagliato. Al Nymex la materia prima mette a segno il secondo anno di fila in calo per la prima volta dal 1998.
Il Wti - oggi in rialzo dell'1,2% a 37,04 dollari al barile - ha chiuso l'anno in corso con una contrazione del 30% dopo il -45% registrato nel 2014, quando fu messo a segno il secondo maggiore calo dal 2008. In quell'anno, in piena crisi finanziaria, i prezzi del greggio persero oltre il 71% da luglio a dicembre passando da un picco superiore ai 140 dollari al barile ai quasi 40 dollari. L'anno si chiuse a 53,27 dollari al barile. Il minimo toccato nel dicembre dello scorso anno fu pari a 32,40 dollari al barile, livello che solo qualche giorno fa i trader «bearish» avevano scommesso sarebbe stato ritoccato entro la fine del 2015. Così non è stato ma poco ci è mancato.

Le scelte dell'OPEC
Il trend ribassista del greggio è iniziato nel giugno del 2014, quando iniziò una rapida discesa dai livelli intorno ai 101 dollari al barile. Quella discesa accelerò alla fine del novembre di quell'anno quando l'Opec decise di lasciare invariata la produzione nonostante fossero molti i Paesi dentro e fuori il cartello a chiederne un taglio. La stessa scelta è stata fatta lo scorso 4 dicembre con il medesimo intento: difendere la propria quota di mercato lasciando che siano i rivali (Usa in primis) a farne le spese (in Usa la produzione si basa sullo shale oil, che diventa meno conveniente con prezzi del greggio molto bassi).

L'incognita del petrolio iraniano
E l'Arabia Saudita, la nazione con il peso maggiore all'interno dell'Opec, ieri è tornata a difendere la propria strategia dicendo che non la cambierà: a novembre la sua produzione raggiunse i 10,13 milioni di barili al giorno, in calo dai record estivi ma in rialzo rispetto a un anno prima. Attualmente molti membri del cartello così come gli analisti sono preoccupati dall'eccesso di scorte in giro per il mondo, tanto più che l'Iran si prepara a esportare il suo greggio non appena le sanzioni imposte dall'Occidente verranno rimosse nell'ambito dello storico accordo sul nucleare raggiunto con le principali nazioni al mondo. Teheran non sembra per altro intenzionato a porre un limite alla produzione in un Paese che ha bisogno di cash. E il fatto che presto il petrolio americano possa salpare dai porti della prima economia al mondo - prima volta in 40 anni - non farà altro che aumentare ulteriormente l'offerta a fronte di una domanda priva di slancio (specialmente dai mercati emergenti).

Le previsioni dell'FMI
D'altra parte Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, ieri ha avvertito: nel 2016 la crescita sarà «deludente e incostante». A ciò si aggiunge il calo nei consumi di petrolio negli Usa, dove un inverno particolarmente mite non aiuta, e la sostituzione del petrolio con altre fonti energetiche. Queste forze, ha scritto recentemente l'Fmi in un'analisi, «probabilmente continueranno a farsi sentire così come la crescita dello shale, puntando a uno scenario [di prezzi del petrolio] 'bassi per molto [tempo]'».