19 agosto 2019
Aggiornato 11:30
Il ministro austriaco: «Niente muro, ma i profughi sono dell'Italia»

Per l'Europa i migranti sono affari nostri. L'Italia è sola, e lo è sempre stata

Non serviva essere profeti per intuire che l'accordo con la Turchia avrebbe sortito principalmente un effetto: quello di rimettere nell'occhio del ciclone la rotta mediterranea. Peccato che anche questa volta l'Europa non muoverà un dito per aiutarci. Come dimostrano le parole del ministro dell'interno austriaco

BRUXELLES - Avete presente tutte le volte che, nel corso dell'ultimo anno, abbiamo sentito dire dai giornali e dalle istituzioni che l'Europa, decisa a concertare una politica d'asilo comune, non avrebbe più lasciato sola l'Italia? Vi ricordate di quando, andando un pochino più in là con la memoria, dopo il terribile naufragio di Lampedusa dell'ottobre 2013 il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz definì «una vergogna il fatto che l'Ue abbia lasciato l'Italia per così tanto tempo da sola ad affrontare il flusso di profughi dall'Africa»? E, riportando le lancette dell'orologio in avanti, vi ricordate di quando il premier Matteo Renzi, lo scorso 23 settembre, dopo l'ennesimo vertice europeo che sembrava aver sancito un primo impegno comune, esultò su social e giornali con l'avventata dichiarazione «Ha vinto l'Italia. Ha vinto l'Europa»? Bene. Ora cancellate tutto. Perchè oggi abbiamo la dimostrazione che tutti i vertici europei, tutti i Consigli straordinari e ordinari che si sono tenuti almeno da un anno a questa parte non hanno sortito alcun effetto. Anzi, forse hanno addirittura peggiorato la situazione, inasprendo le tensioni tra i Paesi membri e causando le prime crepe davvero irreparabili nel tessuto dell'Ue. E soprattutto, l'Italia si trova nell'esatta situazione di sempre: sola, e beffata.

I prevedibili effetti dell'accordo sull'Italia
D'altronde, non occorreva interrogare gli aruspici per capire che uno dei primissimi (e forse degli unici) risultati che avrebbe avuto l'accordo stretto con l'ambigua Turchia di Erdogan sarebbe stato quello di riportare la pressione migratoria sulla rotta mediterranea. Non che la Grecia non andasse aiutata: ma, a dire il vero, quell'accordo non le giova neppure particolarmente, visto che si ritrova a gestire sbarchi e rimpatri con le sue sole forze e dato che moltissimi migranti, pur di non essere rispediti in Turchia, fanno richiesta d'asilo lì, laddove prima avrebbero cercato di fuggire al Nord. Ad ogni modo, i segni che i migranti non avrebbero smesso di cercare di raggiungere l'Europa per quell'accordo erano parecchi: in primis, lo dimostrano le precedenti esperienze con muri e fili spinati, ogni volta in qualche modo aggirati; ma non sono mancate nemmeno le prime avvisaglie concrete: solo tra il 15 e il 19 marzo navi italiane, tedesche e libiche hanno tratto in salvo 4 mila profughi nel Mediterraneo provenienti dalla Libia. Secondo i dati del ministero dell’Interno, nei primi tre mesi del 2016 gli arrivi via mare sono stati circa 12.600, con un aumento di oltre un terzo rispetto allo stesso periodo del 2015 (e stiamo parlando di mesi invernali). Tre quarti dei profughi (circa 9.500) sono partiti dalla Libia: in gran parte individui di provenienza subsahariana, ma l’Unhcr ha rilevato un aumento dei siriani che tentano la carta disperata del Nordafrica per aggirare il blocco della rotta turco-greca.

C'è da stupirsi?
Così, l'allarme lanciato nelle scorse ore dal Viminale, con la circolare diramata ai prefetti per cercare con la massima urgenza 15mila posti, non deve affatto stupire. Nè deve farci sgranare gli occhi quel «milione di potenziali migranti» dalla Libia di cui ha parlato ieri il generale Paolo Serra, consigliere militare del inviato speciale Onu in Libia Martin Kobler. Anche perché tutto ciò dimostra come quella che stiamo vivendo non sia un'emergenza, ma una crisi ormai strutturale, che andrebbe affrontata con razionalità e lungimiranza, anziché con interventi spot e in ordine rigorosamente sparso. Ancora meno stupore dovremmo provare di fronte alle parole di Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, che proprio ieri ha ammesso che, dopo aver «affrontato la crisi nei Balcani», l'Europa dovrebbe aiutare Malta e l'Italia, perché «i migranti in Libia stanno sicuramente prendendo in considerazione» la rotta del Mediterraneo centrale. Tusk ha anche ammesso che per l'Italia la situazione potrebbe farsi più difficile: perché al di là del mare noi abbiamo la Libia, con cui è impossibile stringere accordi simili a quello siglato con la Turchia. Visti i precedenti, è difficile dare credito all'appello di Tusk: anche perché, se l'Europa considera efficace l'aiuto dato alla Grecia, immaginiamo cosa potrebbe riservare a noi.

Affari nostri. Come sempre
Ma soprattutto, non dovrebbe sorprenderci l'intervista rilasciata al Corriere della Sera dal ministro dell'interno austriaco Johanna Miki-Leitner. La quale, oltre a negare che, per il momento, esista un concreto progetto per il muro sul Brennero, si lascia sfuggire che i migranti, per così dire, sono «affari» dell'Italia. «Il mio governo farà di tutto per evitare misure drastiche al Brennero. A un patto. Che dei «nuovi» profughi dovrà occuparsi l’Italia. Sarà l’Italia a identificarli e a gestirli», ha dichiarato. Per fortuna che, qualche giorno fa, la Commissione ha affrontato per la prima volta il nodo della possibile riforma del trattato di Dublino, lo stesso che consente al ministro austriaco di derubricare quei profughi come una nostra responsabilità. E' chiaro che, com'è stato per le quote mesi fa, gli Stati europei non riusciranno mai a superare egoismi e divisioni, nè accetteranno di buon grado di cambiare il sistema che mette costantemente nell'occhio del ciclone i Paesi di primo sbarco, ma che, se rispettato, alleggerisce tutti gli altri. L'Italia è sola, di nuovo, o forse lo è sempre stata. L'informazione aggiuntiva che abbiamo rispetto a qualche anno fa è che anche l'Europa non se la passa troppo bene. Tutt'altro: è un abisso di solitudine e tensione, travolta dagli eventi e totalmente incapace di trovare una soluzione. Possibilmente tenendo conto del bene di tutti.