27 giugno 2019
Aggiornato 00:00
Sempre meno esempi di accoglienza e integrazione

Ecco perché in Scandinavia per i profughi fa sempre più «freddo»

Ci siamo abituati a sentir parlare di loro come della «Terra Promessa» dei migranti, grazie a un robusto apparato di welfare applicato anche ai nuovi arrivati. Eppure, le cronache degli ultimi mesi mostrano come anche nei Paesi scandinavi qualcosa stia cambiando.

COPENAGHEN - Ce le hanno sempre descritte come le terre più multiculturali e accoglienti d'Europa; ci siamo abituati a sentir parlare di loro come dell'«El Dorado» per i migranti in cerca d'asilo e di un futuro migliore. Eppure, oggi, nelle efficientissime terre scandinave qualcosa sembra essere cambiato. Innanzitutto, la loro predisposizione all'accoglienza - tradizionalmente supportata da un robusto apparato di welfare applicato anche ai nuovi arrivati - e la loro somiglianza alla «Terra Promessa» dei profughi.

Sempre più timidi nei confronti dell'accoglienza
Ce ne accorgiamo leggendo le cronache di tutti i giorni: Danimarca e Svezia sono tra gli Stati che hanno ripristinato i controlli alle frontiere; si oppongono o sostengono troppo timidamente il fronte pro-quote; sono attualmente pronte ad espellere 100.000 richiedenti asilo, e - ciliegina sulla torta - il parlamento di Copenaghen ha qualche giorno fa approvato la proposta che ha fatto discutere tutta Europa: confiscare ai migranti denaro e oggetti di valore per pagare le spese per il loro mantenimento nel Paese. Il pacchetto di misure è stato approvato con 81 voti a favore e 27 contrari. Artefici della nuova legge, il governo liberale di minoranza con il sostegno dei tre alleati di centrodestra e dei socialdemocratici: quando si dice «le larghe intese». A nulla sono valse le perplessità di altri Paesi europei, la timidezza della Commissione Ue e le proteste delle ong, che hanno ricordato la necessità di rispettare i diritti di persone che scappano da guerra, fame e povertà: d'ora in poi i rifugiati si pagheranno (almeno in parte) la loro permanenza in Danimarca. Alla faccia del welfare, verrebbe da dire.

Cosa sta cambiando
Cosa è cambiato nelle fredde terre nordiche, un tempo così calde sul fronte dell'accoglienza? Un'idea della tendenza in atto ce la possono dare le parole dell'allora primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, che, nell'autunno 2014, invitava i propri cittadini ad «aprire i cuori». E che, pur atteso al varco delle urne dopo otto anni di governo all'insegna di tagli ed austerity, invitava gli svedesi ad aprire anche le porte delle proprie case ai rifugiati. Una dubbia strategia che in sede elettorale ha dato i suoi frutti: Reinfeldt non è stato rieletto. Al suo posto, è sì salito al potere un governo di coalizione di laburisti e verdi, ma i numeri hanno premiato i Democratici svedesi, formazione nazionalista di destra che ha raccolto il 13% dei voti. In Danimarca, sei mesi più tardi, veniva invece incoronato alle urne il populista Dansk Folkeparti, leader del Partito popolare danese, il cui motto era: «Reintrodurremo il controllo dei confini».

Somiglianze e differenze
In realtà, le situazioni di Svezia, Danimarca e Norvegia sono moderatamente diverse tra loro. I tre Paesi condividono valori culturali ed economici, sono accomunati da alte tasse e da un welfare molto solido, da basse percentuali di disoccupazione e da un apparato statale efficiente. Gestiscono anche un mercato del lavoro comune e dal 1994 sono parte del mercato libero del lavoro comunitario. Ma a livello di immigrazione le differenze sono piuttosto evidenti. La Svezia è il Paese che storicamente accoglie di più: lì vivono 1,43 milioni di stranieri, il triplo della Danimarca (550.000) e della Norvegia (440.000). E' anche il Paese più popoloso, ma gli immigrati costituiscono una percentuale molto alta anche rispetto alla media europea: il 15% contro il 10%.In Svezia, tradizionalmente abituata alla pace perché lontana dai conflitti dall'era napoleonica, l'opinione pubblica è particolarmente sensibile al tema delle discriminazioni. La Norvegia - che non fa parte dell'Ue - ha (fino ad oggi) un'economia solida grazie alle riserve di petrolio (che hanno da sempre garantito più posti di lavoro di quanto non fossero i norvegesi), ma è sempre stata culturalmente meno propensa della Svezia ad accogliere. Nella primavera del 2015, prima le ong e poi la maggioranza dei partiti hanno lanciato la proposta di far entrare altri 10.000 rifugiati dalla Siria nei prossimi due anni. Il governo, tuttavia, ha respinto l’idea, sostenendo che il Paese non è in grado di integrare un numero così alto di profughi. Al termine delle trattative, una maggioranza di partiti ha optato per ridurre il numero a 8.000 e spalmarlo su tre anni. In Danimarca, il partito popolare danese ha raccolto, dall'11 settembre in poi, un numero crescente di voti, soprattutto a seguito della paura dell'islamizzazione: si ricorderà il caso delle vignette su Maometto pubblicate una decina d'anni fa dal quotidiano Jyllands-Posten. E, soprattutto, è riuscito a ritagliarsi spazi particolarmente influenti nell'agone politico. 

Un welfare in sgretolamento, un dibattito sempre più vivo
Queste differenze segnano anche le diversità del dibattito sull'immigrazione nei tre Paesi. In Norvegia, da sempre più cauta ed economicamente più solida, i toni più virulenti non attecchiscono, al contrario di Svezia e Danimarca. Ma se in quest'ultimo Paese il Partito popolare, entrato nel blocco di maggioranza, riesce a dettare l'agenda, i Democratici svedesi sono ancora isolati a livello politico, nonostante stiano pericolosamente crescendo nei sondaggi. Ad ogni modo, nonostante le differenze, la tendenza che si riscontra è la stessa: i Paesi nordici sono ancora all'apice delle classifiche per opportunità di integrazione, ma meno che in passato. La Svezia ha visto crescere a dismisura periferie dove abitano pochi svedesi etnici e dove sono alti i tassi di criminalità, la disoccupazione e le preoccupazioni per il fondamentalismo islamico. In tutti e tre i Paesi, i rifugiati in età lavorativa non europei hanno una probabilità doppia rispetto allo scandinavo medio di finire fuori dal mercato occupazionale (pur senza perdere il sostegno dello Stato). In Norvegia le statistiche mostrano che oltre il 50% degli immigrati somali tra i 18 e i 24 anni non ha né un’educazione né tantomeno un impiego, un valore di tre volte superiore a quello dei rifugiati bosniaci e doppio rispetto ai vietnamiti. E se quest'ultimo Paese dovrà fare i conti con gli infausti cambiamenti del mercato del petrolio, gli altri due da tempo si sono scontrati con la crisi economica europea e l'austerity, che stanno man mano sgretolando l'esemplare apparato di welfare state che li ha sempre caratterizzati. Ecco perché, pian piano, le terre nordiche saranno sempre meno accoglienti nei confronti dei rifugiati, e gli scandinavi saranno sempre meno propensi a votare i coraggiosi politici che non vorranno adattarsi ai trend del dibattito, e continueranno (un po' come fece Reinfeldt nel 2014) a sostenere la linea dell'accoglienza.