7 dicembre 2019
Aggiornato 10:30

I 3 fattori che spiegano lo storico trionfo di Marine Le Pen

La chiusura delle urne suggella, al primo round delle amministrative francesi, il trionfo del Front National. Una storica vittoria a cui hanno contribuito almeno 3 diversi ingredienti. Ecco quali

PARIGI - Da ieri sera, da quando le urne si sono chiuse, nessuno potrà più fingere di non vedere, o tentare di ridimensionare la «svolta a destra» della Francia. Perché il Front National di Marine Le Pen è stato il partito più votato al primo turno delle elezioni amministrative, conquistando circa il 30% dei voti. Un risultato storico, che lo ha portato a svettare in 6 regioni su 13, e a superare il 40% nel Nord Passo di Calais-Piccardia, dove la presidente del partito è capolista. Al 40% (e oltre) si è attestata anche la nipote Marion, nuova stella del partito, che nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra ha staccato di circa 15 punti il candidato della destra gaullista. Per avere un risultato definitivo si dovrà attendere la prossima domenica. In ogni caso, il Front National pare avere tutte le carte in regola per conservare il proprio vantaggio: anche perché Sarkozy ha respinto l’idea di partecipare al «cordone sanitario repubblicano» che finora ha consentito ai partiti tradizionali di mantenere la Le Pen fuori dal potere, e si è rifiutato di stringere accordi di desistenza con la sinistra per sbarrare la strada ai candidati frontisti.

I 3 elementi 
Al trionfo del partito targato Le Pen si accompagna la clamorosa sconfitta dei socialisti, fanalino di coda con il 22,8% dei voti dopo l'Unione della destra di Nicolas Sarkozy, al 27%. Rispetto alle europee dello scorso anno, la sinistra ha sì conquistato 9 punti in più, ma è evidente a tutti come il clamoroso sorpasso delle destre ne palesi la profonda crisi di identità che sta attraversando. In ogni caso, per capire a fondo l'ascesa senza precedenti di Marine Le Pen bisogna tenere conto dei diversi fattori che hanno portato il il Front National a emergere tanto fragorosamente: fattori che riguardano, ripettivamente, il panorama europeo, l'attuale crisi dei socialisti e lo scenario nazionale.

Un trend europeo
A livello europeo, quello francese non è affatto un risultato isolato. Gli ultimi voti assimilabili a quest'ultimo risalgono a ottobre, con la decisa svolta a destra di Polonia e Svizzera. In Polonia, addirittura, per la prima volta nessuna forza di sinistra ha ottenuto abbastanza consensi per sedere in Parlamento. Ma prima e oltre a questi due Stati, anticipata dall'«apripista» ungherese Viktor Orban, c'è stata l'estrema destra danese, secondo partito nel Paese; quella austriaca, che alle comunali di Vienna ha segnato un bel balzo in avanti e minaccia di diventare il primo partito; quella svedese, che nel settembre 2014 ha letteralmente affossato il governo di centrosinistra al punto da obbligarlo a indire elezioni anticipate; addirittura quella tedesca, che negli ultimi mesi sembra vivere una nuova primavera, facendo quasi traballare il saldo trono della cancelliera Merkel. Il caso francese è forse sui generis, in virtù del risultato storico ottenuto in occasione delle europee e delle ultime amministrative, ma anche della storia tutta originale del Front e della sua guida. In ogni caso, esso si inserisce in uno scenario più ampio, caratterizzato da una crescente intolleranza nei confronti dell'appartenenza all'Unione europea, soprattutto da quando la crisi migratoria e l'imposizione di quote di accoglienza hanno allungato la lista degli «svantaggi» legati all'appartenenza.

La morte della sinistra
Vi è poi un secondo elemento da tener conto: la crisi sempre più nera attraversata dai socialisti in tutto il Continente. Una crisi che è legata a doppio filo, ancora una volta, al crescente disagio verso l'Europa di cui si parlava prima. Non a caso, la storica firma del Telegraph Ambrose Evans-Pritchard ha acutamente osservato come «un Partito Socialista dopo l'altro» si sia «immolato sull'altare dell'Unione Monetaria per difendere un progetto che favorisce solo le élites economiche». Così, la sinistra, sin dalle origini propugnatrice di un progetto di integrazione europea che - oggi è evidente - ha fatto acqua da tutte le parti, ha finito per diventare «il gendarme delle politiche reazionarie e della disoccupazione di massa generate dall'euro». Non solo: i socialisti europei, sempre più lontani dalla propria base originaria, sembrano in preda a una crisi d'identità di proporzioni storiche. Smarriti i valori originari su cui un tempo fondavano la propria ideologia, cercano oggi di raccogliere un consenso sempre più trasversale, finendo però per scontentare tutti. Un chiaro esempio ce lo abbiamo in patria, ma la Francia non sembra sottrarsi allo schema. La dimostrazione più palese è il Francois Hollande del post 13 novembre, curiosamente reincarnatosi, da socialista che era, in un leader conservatore, fortemente interventista, capace di adottare provvedimenti d'emergenza che la destra non si era mai sognata di proporre. Provvedimenti che hanno fortemente rialzato un livello di gradimento fino a poco prima disastroso, ma che hanno avuto anche il risultato di confondere ulteriormente l'ultimo coraggioso manipolo di elettori di sinistra, che si ritrovano un presidente che sgancia bombe in Siria, aumenta i poteri alla polizia e vuole cambiare la Costituzione. Hollande è insomma l'emblema di una socialdemocrazia che ha totalmente perso se stessa, la propria base e la propria identità. E non c'è da stupirsi, dunque, che una (seppur modesta) parte dei suoi vecchi sostenitori, delusi e disgustati, sia addirittura arrivata a simpatizzare per il Front.

La strategia del Front
C'è poi da considerare il contesto nazionale, profondamente segnato dagli attentati del 13 novembre. Non è un caso che il partito che più, in termini di voti, pare averne «giovato» sia quello di Marine Le Pen: il Front è la forza politica tradizionalmente più nazionalista, populista, anti-immigrazione presente sulla scena francese. La crisi dei profughi dei mesi precedenti, poi, ha nettamente facilitato il trionfo. A ciò si aggiunga la sapiente e astuta strategia di Marine, che ha saputo «trasformare» il Front National nella percezione degli elettori dal classico movimento populista di pura opposizione a un progetto politico su cui poter riporre fiducia. Non è affatto un caso che la leader, dopo le elezioni, abbia dichiarato che «il Front National è l’unico fronte repubblicano», suggellando così la sua intenzione (per ora realizzata) di conquistare voti trasversali e provenienti da ambienti più moderati. Anche l'atteggiamento «responsabile» tenuto dopo le stragi di Parigi è parte della strategia: una strategia volta a rassicurare chi ancora ha qualche remora ad accordarsi alle file della destra cosiddetta «estrema», e perseguita con cura fin dalla clamorosa rottura con il padre-fondatore Jean-Marie. Una strategia che non ha «snaturato» il Front (i cui argomenti per gli affezionati rimangono quelli di sempre), ma lo ha «legittimato» come forza politica potenzialmente di governo. Una forza che oggi tiene gli occhi fissi sull'Eliseo, in vista delle presidenziali del 2017.