23 ottobre 2021
Aggiornato 00:00
Il «no» greco ha un valore prima politico che economico

La «disperata euforia» di Atene: una lezione per l’Europa, comunque vada

I greci hanno detto «no». Ma il «gran rifiuto» non era diretto solo alla proposta dei creditori. Quel democratico «oki», non privo di conseguenze economiche potenzialmente disastrose, ha prima di tutto un significato politico che l'Europa difficilmente potrà ignorare

ATENE – C’è da scommettere che, da ieri, tutto il mondo sappia come si dice «no» in greco. Quell’«oki» è risuonato nella piazza di Atene fin dalle prime proiezioni che hanno registrato l’ascesa del fronte del «no», e la sua eco si è sparsa in tutta Europa. Un’euforia quasi paradossale, quella del popolo greco, se si pensa a quali conseguenze immediate, sul piano economico, potrebbe avere il «gran rifiuto». Ma la storicità dell’evento si annida esattamente in tale paradosso, in tale «disperata euforia»: perché, per interpretare quanto è accaduto ieri, bisogna innanzitutto distinguere il significato «politico» da quello «economico» del referendum.

Il prezzo del «no»
Sotto il profilo tecnico-economico, non c’è molto da gioire. Alexis Tsipras ha sostenuto che, con la vittoria del «no», il governo avrebbe acquisito maggior peso per proseguire i negoziati, ma non è detto che sia così. Per il New York Times, è più probabile che accada l’esatto contrario. Le banche sono quasi all’asciutto, e dopo la presa di posizione greca la Bce potrebbe decidere di chiudere i rubinetti della liquidità. In caso di stallo, la prospettiva sarebbe l’insolvenza. Un tentativo di salvataggio in extremis potrebbe essere rappresentato dal «bail in», il prelievo forzoso dai conti correnti dei risparmiatori, come accadde a Cipro.  Ma il «piano B» di Atene potrebbe condurre la Grecia con più di un piede fuori dall’eurozona: l’emissione di una valuta parallela con il cambio di uno a uno con l’euro. In più, secondo l’ISPI, se il Presidente della Repubblica – proveniente dal maggior partito di opposizione – scegliesse di dimettersi, il governo probabilmente non raggiungerebbe la maggioranza qualificata del 60% alla terza votazione, e si dovrebbe tornare alle urne entro dieci giorni. Tsipras potrebbe addirittura essersi messo fuori gioco con le sue stesse mani, per la gioia della Cancelliera di Germania.

L’«effetto collaterale» della democrazia
Eppure, di fronte a una questione tanto sentita in Grecia e non solo, il principale «rischio» è che le valutazioni tecniche passino in secondo piano, surclassate dalla «pancia» del popolo. È «l’effetto collaterale» della democrazia, e il motivo per cui i populismi hanno tanto successo. Eppure, in questo caso l’effetto collaterale era messo in conto, se non addirittura voluto:  perché il referendum di ieri, forse prima ancora che un significato economico, ne ha avuto uno politico. Quel «no» non ha rifiutato solo l’ennesima proposta dei creditori poco lungimirante per il destino della Grecia, ma ha palesato tutta l’insofferenza per la forma che ha assunto il progetto europeo.

Il valore politico del referendum
Non sono stati solo i Greci a urlare «oki»; una buona fetta di europei ha gridato con loro.  Il voto di ieri, dunque, ha assunto un valore simbolico: c’è chi sostiene che Tsipras abbia voluto «scaricare» sul popolo la responsabilità della scelta; eppure, l’altra interpretazione è che abbia inteso ricordare che le decisioni delle alte istituzioni politico-finanziarie hanno forti ricadute sulla vita delle persone. Persone che non possono essere derubricate a «vittime collaterali» di tali politiche, ma che devono essere ricollocate al centro. Degno di nota anche il fatto che la «ribellione» sia partita da un piccolo Paese del Sud Europa distrutto dalla crisi. Un Paese che però, tanti anni fa, ha insegnato a tutti noi la democrazia, divenuta una conquista irrinunciabile. Ieri, quel Paese ce ne ha ricordato il significato, pur con tutti i rischi che essa comporta.