17 luglio 2019
Aggiornato 02:00
A un anno dalla presa di Mosul

Le 3 cose dell'Isis che abbiamo sottovalutato

A un anno dalla presa di Mosul, l'Isis ha dimostrato capacità di espansione, abilità a sfruttare le debolezze degli avversari e attitudine a controllare i territori conquistati. Al contrario, la strategia della coalizione guidata dagli Usa ha fatto troppi buchi nell'acqua. Abbiamo sottovalutato la minaccia del Califfato nero?

BAGHDAD – Era l’11 giugno 2014, quando Mosul cadde nelle mani dei combattenti del Da‘ish, segnando l’inizio di una nuova, minacciosa fase per lo Stato islamico. Qualche giorno più tardi, Abu Bakr al-Baghdadi ne venne nominato Califfo e l’Isis divenne la principale fonte di preoccupazione per il mondo arabo e per l’Occidente. Tuttavia, schiere di analisti rassicuravano sulla sua reale capacità di assoggettamento, anche in virtù della sproporzione dei suoi mezzi rispetto a quelli dei suoi nemici internazionali. Eppure, contro i più ottimisti pronostici, a un anno di distanza dobbiamo ammettere di averne sottovalutato le potenzialità.

Capacità di espansione
Come riportato dall’Ispi, lo Stato islamico ha esteso la propria influenza su un territorio molto più ampio di quello che controllava nella primavera 2014. E nonostante le battute d’arresto, ha dimostrato di saper sfruttare la debolezza dell’esercito governativo in Iraq e la magmatica ed esplosiva situazione in Siria per mettere a segno risultati importanti, come quelli rappresentati, di recente, dalla presa di Ramadi e da quella di Palmira. Neppure gli sforzi di Washington sembrano valsi a ridimensionarne la minaccia: e il fatto che dall’inizio dell’intervento Usa il Califfato nero si sia allargato di un 25-30% in più del territorio iracheno denuncia chiaramente che qualcosa, nella strategia di Obama, non stia funzionando.

Abilità a gestire i territori controllati e a esportare la propria bandiera
Il movimento è anche riuscito a superare la difficile prova della gestione dei territori conquistati e delle comunità sottomesse. La tecnica utilizzata è stata quella di «colpirne uno per educarne cento», senza alcuna pietà per le opposizioni al proprio dominio: si pensi alla sorte di centinaia di membri delle tribù Shaitat e al-Bu Nimr, massacrati perché avevano sfidato l’autorità di al-Baghdadi, o alle punizioni inflitte quotidianamente a cittadini rei di aver violato le norme imposte dal gruppo. Il movimento sarebbe anche riuscito – contro ogni pronostico – a garantire i servizi essenziali alle popolazioni assoggettate. In più, è stato abile nell’estendere la propria bandiera a formazioni jihadiste operanti anche in contesti distanti, come a Boko Haram in Nigeria.

Le debolezze dell’Is e quelle dei suoi avversari
Nonostante ciò, il Califfato ha rivelato, in questo anno, numerose falle. Secondo l’analisi dell’Ispi, «laddove poste di fronte ad avversari organizzati e motivati, le forze di Is hanno faticato non poco, andando incontro anche a cocenti sconfitte». Ciò è accaduto più in Iraq che in Siria, ma anche in quest’ultimo teatro non sono mancati oppositori potenzialmente pericolosi: in primis, i curdi, ma anche le formazioni riunitesi sotto la bandiera del Jaish al-Fatah, seppur invise tanto a Washington quanto a Teheran. Non solo: anche sul piano dei servizi forniti alla popolazione, nonostante gli obiettivi raggiunti, le misure draconiane e il clima di terrore imposti potranno portare a un progressivo «logorio», favorendo l’insorgere di opposizione interna. Infine, la popolarità crescente acquisita dall’Isis all’interno della galassia jihadista non elimina l’opposizione di una sua parte e della maggioranza della comunità islamica. Eppure, rimane da chiedersi come le forze anti-Isis possano riuscire a capitalizzare tali debolezze per segnare la propria definitiva riscossa. Perché ad oggi, c’è da dirlo, la loro strategia – e quella di Washington in primis – lascia molto a desiderare.