18 novembre 2019
Aggiornato 23:00
La riscossa di Podemos e Ciudadanos

Spagna, Podemos vince perché è populista?

Partitismo e status quo i grandi sconfitti delle amministrative spagnole: a rivoluzionare lo scacchiere politico, la «rottamazione» di Ciudadanos e, soprattutto, il «populismo» di sinistra di Podemos. Un vento di cambiamento e ribellione che soffia in tutta Europa, facendo traballare l'Unione

MADRIDPer la Bbc è una «nuova era»; in Italia si parla di «terremoto»; in Spagna di «rovesciamento politico». I risultati delle amministrative spagnole costituiscono una svolta nella storia del Paese. E, soprattutto, si uniscono a un’ondata che attraversa già da un po’ – da Nord a Sud – l’Europa tutta: quella del cambiamento. Che, per la Polonia, ha significato la vittoria di un ultranazionalista di estrema destra, e che in Spagna ha portato all’erosione del partitismo e del bipolarismo, segnando l’inarrestabile ascesa della sinistra, modello-Syriza, di Podemos, ma anche dei «renziani spagnoli» – titola Lettera43 – di Ciudadanos.

Il bipartitismo ha perso 3 milioni di voti
Il risultato più evidente è che il Partito popolare, vincitore nel 2011, è ancora il primo del Paese, ma, con il suo 27% dei voti, ha perso il 40% dei consensi; a stretto giro, i socialisti con il 25%. E delle cinque maggiori città spagnole, il Pp potrà governare solo a Málaga, e soltanto con l’appoggio di Ciudadanos. Perché a Madrid, pur avendo vinto, non ha la maggioranza, strappatagli dalla probabile alleanza tra Podemos e i socialisti; per non parlare di Barcellona, dove a trionfare è stato proprio Podemos.

«Cambiamento» fa rima con «populismo»?
Ma «cambiamento» rischia sempre più di fare rima con «populismo», specialmente da quando l’appartenenza – o la modalità di appartenenza – all’Unione è diventato un punto di discussione fondamentale anche nelle competizioni elettorali nazionali. In effetti, Podemos – rispetto a Syriza – usa molte delle retoriche e delle parole d’ordine dei populismi. Basti pensare al programma presentato dal leader del partito, Pablo Iglesias, in occasione delle europee: abrogazione del Trattato di Lisbona, uscita dall’euro, fine dell’austerity, nazionalizzazione della banca e dei settori strategici dell’economia. Un programma che, sottolineava El País, addirittura estremizzava quello «ufficiale» del partito,  dove, ad esempio, all’uscita dall’euro non si faceva cenno. Sulla stessa linea, la retorica anti-casta, lo scontro popolo/élite, la difesa della patria. Tutti elementi innestati a un programma socio-economico di sinistra «suggerito» dalla base elettorale, che va dal monte di 35 ore di lavoro settimanali, all’assegno bebè universale, all’istruzione universale gratuita, fino all’equiparazione del permesso di paternità con quello di maternità.

Partitismo e «piccola politica» i veri sconfitti
Populismo o no, a uscire sconfitto, da queste elezioni, è stato il partitismo in generale. Antonio Gramsci distingueva tra «grande politica», intesa come lotta per la difesa o la trasformazione di una determinata struttura sociale, e «piccola politica», che riguarda «le lotte di pre­mi­nenza tra le diverse fra­zioni di una stessa classe poli­tica». Con Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, scriveva Il Manifesto qualche settimana dopo la vittoria di Tsipras,  siamo nel campo della trasformazione, della «grande politica». Perché a contendersi il potere non sono più le solite frange della stessa classe dirigente: nuove formazioni spostano gli equilibri, nel tentativo di ricucire la frattura spalancatasi ormai da tempo tra il popolo e i suoi rappresentanti. E tale tendenza, inutile ricordarlo, si fa sentire anche in Europa, dove astenuti e anti-europeisti – stufi della «piccola politica» – hanno costituito lo scorso maggio il 70% dell’elettorato. Così, ora, anche nei cieli iberici sventola la bandiera del cambiamento. Una rivoluzione che, a colpi di «rottamazione» e «populismo», punta sempre di più all’Europa.