31 ottobre 2020
Aggiornato 08:00
Approvata l'Agenda per le politiche d'immigrazione e d'asilo

Immigrazione, l’UE imporrà i rifugiati da accogliere. Ma l'Europa è pronta?

L'Agenda sull'immigrazione prevede l’obbligatorietà della suddivisione dei profughi sulla base di un meccanismo di quote. La politica migratoria Ue, dunque, diventerà comune. Ma la decisione arriva proprio mentre cresce il disagio verso un'Unione vissuta più come gabbia che come opportunità. Un'Europa ancora priva di identità è pronta ad accogliere?

BRUXELLES – E’ stata una giornata storica, quella di ieri, per il Vecchio Continente, che inciderà sulle vite tanto dei suoi abitanti, quanto di chi aspira a raggiungere i suoi territori. Approvata l’Agenda strategica per le politiche d'immigrazione e asilo, si hanno ora linee generali mediamente condivise verso cui orientare una politica migratoria che, finalmente, dovrebbe dirsi «comune».

QUOTE DI PROFUGHI DA ACCOGLIERE -  I contenuti dell’Agenda sono noti: l’aiuto ai Paesi di origine e transito, il controllo delle frontiere a sud della Libia e nei paesi limitrofi, le missioni di sicurezza contro trafficanti e scafisti (con campagne aeree, navali e forse anche di terra finalizzate all’affondamento dei barconi) e, punto più divisorio, l’obbligatorietà della suddivisione dei profughi sulla base di un meccanismo di quote. Sarà contenta l’Italia, da sempre critica rispetto al controverso sistema di Dublino II che obbligava gli aspiranti rifugiati a fare domanda d’asilo nel primo Stato sicuro raggiunto – nella stragrande maggioranza dei casi coincidente proprio con il Belpaese.

ALL’ITALIA E ALLA GRECIA VA «MEGLIO» - Da ieri, le cose cambiano. Sarà l’Ue a stabilire una redistribuzione sia dei profughi che arrivano in situazioni di emergenza, sia delle quasi 20.000 persone bisognose di protezione che ancora si trovano in Paesi terzi. Secondo quanto riportato dall’Ispi, pare che la nostra Penisola dovrà accogliere l’11,84% dei richiedenti asilo già presenti in Europa e il 9,94% dei profughi nei Paesi terzi. In ogni caso, sembra che Grecia e Italia, alle quali si riconosce di aver già fatto molto, avranno un trattamento «più morbido» rispetto ad altri Stati membri.

LONDRA CHIUDE LE PORTE - Un discorso diverso va fatto per i Paesi che vantano clausole di esclusione da questo genere di disposizioni, come il Regno Unito, peraltro divenuto, dopo il recentissimo e inaspettato trionfo di David Cameron, l’emblema dell’Europa stanca dell’Europa, di un’Europa moderatamente xenofoba e eurofoba insieme. Sembra un paradosso, ma le due condizioni coesistono alla perfezione: il rifiuto di un’Unione vissuta più come gabbia che come opportunità si traduce nella indisponibilità a riconoscere uno dei suoi problemi più evidenti – quello dell’immigrazione – come problema comune. Londra, quindi, si è chiamata fuori: proprio ieri, il Ministro dell’interno Theresa May si è «schierata» a favore dei respingimenti dei migranti in mare – ipotesi peraltro non solo esclusa, ma anche sanzionata dal diritto internazionale –. Intanto, sembra che il Regno galoppi speditamente verso il referendum sull’uscita dall’Ue, anticipato al 2016.

EUROPA XENOFOBA E... EUROFOBA? – Il caso britannico non è isolato. L’Agenda per l’immigrazione giunge in un momento in cui i movimenti nazionalisti e anti-immigrazione vanno per la maggiore. Farage ha conquistato solo un seggio britannico,  ma, con il suo 12%, è il terzo partito della nazione. Situazioni comparabili per la Le Pen in Francia e per la Lega Nord in Italia. Tale Europa, oberata dai problemi economici e ancora incapace di costruirsi una propria identità, manifesta il proprio disagio verso quella che vive come vera e propria «invasione». E se anche secondo l’Ispi tale termine è del tutto inadatto a descrivere la questione (240.000 arrivi nel 2014, con un massimo di 4 milioni di clandestini in tutto, lo 0,8% della popolazione Ue a fronte di un 4% in Usa), il disagio non accenna a scemare. Perché è un disagio che va oltre i numeri, i fatti e la solidarietà: è il disagio di un’Europa che ancora non si riconosce come tale, o che, come tale, fatica  a trovare il proprio posto nel mondo.