14 ottobre 2019
Aggiornato 00:30
Parla il Presidente dell'UCEI

Gattegna: «Non raccogliamo l'invito di Netanyahu. Ma l'Europa non insegua il pacifismo a tutti i costi»

Dopo gli ultimi attacchi terroristici in Danimarca, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che «gli ebrei non sono al sicuro in Europa» e perciò li ha invitati a tornare a casa, in Israele. Il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), Renzo Gattegna, ha rilasciato un'intervista a DiariodelWeb.it per spiegarci la sua posizione al riguardo.

ROMA – Dopo gli ultimi attacchi terroristici in Danimarca, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che «gli ebrei non sono al sicuro in Europa» e perciò li ha invitati a tornare a casa, in Israele. Il Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), Renzo Gattegna, ha rilasciato un'intervista a DiariodelWeb.it per spiegarci la sua posizione al riguardo e raccontarci come vivono le comunità ebraiche italiane la minaccia violenta dell'Isis.

Il premier Benjamin Netanyahu ha lanciato un nuovo allarme antisemitismo, ribadendo che «gli ebrei non sono al sicuro in Europa», e che per questo sono invitati a tornare a casa al più presto. Lei è d'accordo con queste parole e invita i suoi connazionali ad ascoltarle?
«Ritengo che se gli ebrei emigrassero per tornare in Israele spinti dalla paura o dalla sensazione di non essere tutelati come cittadini, sarebbe una doppia sconfitta: sia per gli ebrei, sia per l'Italia e per l'Europa in generale. Perché vorrebbe dire che un paese europeo non è in grado di difendere quelli che sono i diritti fondamentali sanciti dalla Carta costituzionale. Significherebbe che gli ebrei non godrebbero degli stessi diritti degli altri cittadini: perché tutti i cittadini hanno la libertà di espatriare ed emigrare, ma non devono certamente essere costretti a farlo. Ritegno che l'Europa, purtroppo, in questo momento debba prendere delle scelte difficili perché nel Vecchio Continente prevale la ricerca della pace, ma a volte si insegue un «pacifismo a tutti i costi» che prende in considerazione anche l'eventualità che le armi non si debbano usare neppure per legittima difesa. Secondo me, questa sarebbe una rinuncia significativa rispetto al dovere di garantire l'ordine interno e la sicurezza dei cittadini. Non ritengo che attualmente sia necessario espatriare, perché siamo tutelati con molta attenzione dalle forze dell'ordine.»

Credete di essere più esposti rispetto agli altri popoli di fronte al pericolo Isis e agli attacchi terroristici?
«Questo sì: si è visto anche recentemente in Francia che le comunità ebraiche sono degli obiettivi sensibili, più esposti di altri ad azioni terroristiche. Tuttavia, in Italia la sicurezza che le forze dell'ordine ci assicurano è notevole e molto accurata. Speriamo che sia sufficiente.»

L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha preso dei provvedimenti e adottato precauzioni?
«Sì, ma rientrano nelle regole di comportamento che fanno capo al buon senso e che possono valere un po per tutti. Ci troviamo in una situazione molto diversa rispetto a quella che ci saremmo aspettati tempo fa, perché queste improvvise azioni violente e turbolente – soprattutto nel Medioriente – si sono spinte recentemente anche a pochi chilometri dall'Italia, e ciò fa sì che un forte senso di insicurezza colpisca tutti, non solo gli ebrei.»

Si può parlare propriamente di paura, a questo punto, o vi sentite relativamente al sicuro almeno in Italia?
«Noi cerchiamo di non modificare i nostri comportamenti: adottiamo qualche regola di attenzione e prudenza, ma certamente non vogliamo che la nostra vita sia alterata o condizionata da chi vuole colpirci. C'è anche un altro fatto: le comunità ebraiche sono presenti in Italia da 2300 anni, quindi gli ebrei italiani dal punto di vista civile, sociale e culturale hanno sempre dato un loro apporto molto rilevante all'Italia. Tanto che è stata firmata un'intesa tra lo Stato italiano e le comunità ebraiche, e queste ultime sono definite letteralmente «formazioni sociali originarie»: vuol dire che sono formazioni sociali pre-esistenti allo Stato stesso e fondatrici dello Stato italiano. Quindi, se gli ebrei fossero costretti a partire non sarebbe solo un disonore per l'Italia, ma anche una grave perdita per tutto il paese.»

Sta per essere approvato il reato di negazionismo, che dopo aver avuto l'approvazione del Senato deve ora passare alla Camera: qual è stato il contributo dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane all'interno di questo percorso legislativo?
«Abbiamo cercato di dare un contributo sul piano della precisazione dei termini di questa legge, per evitare che si cadesse nel reato di opinione e siamo riusciti a trovare un accordo con i giuristi e gli storici per la redazione di un testo che fosse accettabile per tutti e in fatti è stato approvato al Senato con una maggioranza schiacciante.»