14 novembre 2019
Aggiornato 17:30
Domani negoziati cederanno passo a scelte politiche

Conferenza sul clima, cosa è successo oggi (8/12/2015)

Manca poco alla deadline fissata dal ministro degli esteri francese, e presidente della conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, la COP21, Laurent Fabius.

PARIGI - Manca poco alla deadline fissata dal ministro degli esteri francese, e presidente della conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, la COP21, Laurent Fabius. Domani i negoziati politici dovranno necessariamente lasciare il passo al momento delle scelte. Non facili, perchè se l'obiettivo resta quello di fermare per tempo la febbre del Pianeta, non facendola alzare più di due gradi al massimo, ed è obiettivo certamente condiviso da tutti anche in forza di dati scientifici che non permettono più ripensamenti, mettere insieme sul percorso comune della salvaguardia del pianeta coloro che hanno emesso senza sosta per decenni con coloro che subiscono gli effetti per primi e senza aver commesso il fatto è impresa titanica.
Così la sessione plenaria della COP21, dedicata ai tre minuti a disposizione per ogni ministro dell'ambiente dei paesi che hanno sottoscritto la convenzione sul clima dell'Onu, oltre 190, si snoda tra momenti di forte attenzione al messaggio politico ed altri di grande emozione, per la richiesta quasi implorante, vedi Vanuatu, di paesi che sono ormai rivolti solo all'adattamento per sopravvivere. L'Europa in questo senso mostra compattezza: il primo bisogno cui rispondere con l'accordo atteso dal centro congressi di Le Bourget, a nord di Parigi, entro sabato prossimo è quello degli stati più fragili.

Fermezza italiana
Lo ha ricordato oggi con fermezza il ministro dell'ambiente italiano, Gian Luca Galletti, in un intervento alto per obiettivi (puntare non ai 2 gradi ma al grado e mezzo) e per identificazione dei percorsi da avviare.
«L'accordo che vogliamo deve anche essere solidale. Non può quindi non raccogliere la richiesta che viene dai paesi piu' vulnerabili di considerare lo scenario di limitare la crescita della temperatura di 1,5 gradi». Per Galletti, l'accordo tra le parti «deve essere efficace ossia deve prevedere meccanismi di revisione periodica dei target che tengano conto del mutare delle condizioni dei vari paesi e delle loro capacità, della loro crescita economica e degli shock interni ed esterni che li colpiscono». Per centrare questo obiettivo sará cruciale il ruolo della comunità internazionale «per aiutare i paesi meno ricchi e in particolare i territori più fragili: isole, deserti e montagne». L'impegno dell'Italia prevede l'aumento del proprio contributo per la finanza internazionale per il cambiamento climatico «fino a 4 miliardi di dollari negli anni tra il 2015 e il 2020 e si impegnerà per lo sviluppo delle energie rinnovabili in Africa».
Ricordando «il contributo morale altissimo» sui temi ambientali arrivato da Papa Francesco, che con l'enciclica «Laudato Sì» indica una sfida «economica sociale e ambientale» per «ridefinire il progresso», Galletti ha invitato le delegazioni ad «essere ambiziosi»: «dobbiamo lasciare Parigi con una intesa storica di responsabilità nei confronti delle future generazioni, Un'intesa di civiltà che ha tanto più valore in questi tempi ed in questa città, segnata quest'anno dall'odio cieco e dalla barbarie terroristica», ha proseguito il ministro.
Un'ambizione che per l'Italia, tra i sottoscrittori del Protocollo di Kyoto di cui «ha centrato gli obiettivi riducendo le emissioni del 20 per cento e cumulando nello stesso periodo una crescita economica del 43 per cento» e l'Europa «non è una opzione è una necessità perché non abbiamo più tempo per intese deboli, la Terra non ci da altro tempo, gli eventi estremi innescati dal surriscaldamento globale stanno causando con una crescita esponenziale di frequenza e intensità, vittime e danni crescenti in tutto il mondo».

Avanti tutta ma scogli sulla rotta
Per Italia ed Ue dunque avanti tutta sui target più scientificamente validi in termini di cura dello stato di salute del pianeta. Ma i conti, al di là degli appelli e dei panel che si susseguono da parte dei diversi gruppi di pressione della convenzione, gli africani ed il G77o le isole del pacifico, non possono certo farsi senza i due veri padroni delle emissioni mondiali, Usa e Cina. Oggi il segretario di stato americano John Kerry ha monopolizzato l'attenzione alla COP, ma le posizioni Usa fino alla fine resteranno liquide. La Cina invece conferma di aver fatto il passo green. Vedremo alla fine.

Il mondo del business
Intanto prosegue l'attività di sostegno del mondo del business che conta, dalla finanza alle banche, al reperimento dei fondi richiesti per rendere realizzabile il progetto di un mondo alimentato da rinnovabili e, almeno in una prima fase, idrocarburi meno inquinanti come il gas. Con l'Italia che ha calato l'asso del campione nazionale, l'Eni, e del suo amministratore delegato Claudio Descalzi, intervenuto ad una colazione high level alla COP con il segretario generale Onu Ban ki-moon e lo stesso Kerry, oltre a Fabius. Con una raccomandazione sull'ordine dei lavori: meno target e più policy vere in campo energetico soprattutto in Europa.
Senza definire «delle policy e degli accordi banding tra i paesi difficilmente si arriva, non a caso siamo arrivati alla COP21 ma se fossimo stati piú bravi ci saremmo fermati alla COP10», dice Descalzi dalla COP.
Secondo Descalzi «in Europa c'é stata una policy di sussidi alle rinnovabili, cosa che va benissimo, ma se non ci sono anche policy che impediscono la crescita di un carburante fortemente inquinante come il carbone alla fine si elide o si annulla il beneficio delle rinnovabili, e si crea un mix energetico paradossale e incomprensibile. Le policy invece sono necessarie per non andare verso i paradossi».
Tornando alla tematica dei contenuti dell'accordo sul clima in discussione a Parigi, Descalzi ha ricordato come l'Eni «creda nella necessitá di un impegno forte per la riduzione o comunque il mantenimento di un aumento di temperatura non superiore ai 2 gradi e che le emissioni vadano ridotte».
«Abbiamo fatto moltissimo in questo senso riducendo di circa il 27 per cento in 5 anni le nostre emissioni, riducendo il gas che si brucia in torcia, con l'efficienza energetica ed anche con l'accesso all'energia, soprattutto in Africa dove lavoriamo, dove trasformiamo il gas che si brucia in torcia in energia elettrica. Abbiamo investito piú di 2 miliardi, non sono parole ma fatti. Crediamo poi che il futuro sará fatto da rinnovabili e da gas. E' un processo abbastanza lungo, si pensa che al 2050, anzi lo dicono le statistiche dell'International energy agency che il 74-76 per cento sará ancora fossil fuel, quindi carbone, oil e gas. Dobbiamo riuscire a convivere con questo ed é chiaro che dobbiamo ridurre il contributo dei fuel piú inquinanti, nel settore elettrico come hanno fatto in Gran Bretagna di fatto annullare il contributo del carbone e questo basterebbe da solo a farci rispettare i 2 gradi. Bisogna anche lavorare per recuperare il contributo del gas, in Europa negli ultimi 6 o 7 anni si é aumentato il carbone ma si é aumentato di circa 100 miliardi di metri cubi all'anno in utilizzo del gas. Le infrastrutture ci sono ma ne usiamo solo un terzo, dobbiamo su questo dare le giuste policy».