19 novembre 2019
Aggiornato 13:00
Patto sul clima

Da Parigi parte il nuovo sviluppo sostenibile

Bisognerà adesso metterlo in opera - e questa è la vera sfida - con la stessa convinzione e collaborazione che ha mosso i 195 paesi partecipanti alla Conferenza e con la consapevolezza che non ci sono alternative a un cammino comune.

PARIGI - Molta enfasi, senz'altro, ma un inequivocabile risultato: il patto sul clima siglato ieri alla COP21 segna il punto di partenza verso uno sviluppo e un'economia sostenibili e cerca di recuperare il tempo perduto finora. Bisognerà adesso metterlo in opera - e questa è la vera sfida - con la stessa convinzione e collaborazione che ha mosso i 195 paesi partecipanti alla Conferenza e con la consapevolezza che non ci sono alternative a un cammino comune, se si vuole salvare il pianeta da un caos climatico irreversibile, come la scienza prima, l'economia e politica dopo, hanno riconosciuto.

L'approvazione dell'accordo, avvenuta ieri dopo 12 giorni di intense trattative, è stata seguita da un lungo applauso liberatorio nella sala plenaria di Le Bourget. «L'accordo di Parigi sul clima è stato adottato», ha annunciato il presidente della COP21, Laurent Fabius. «Questo è un piccolo martello - ha aggiunto Fabius, facendo riferimento al martelletto usato in plenaria - ma può fare grandi cose». L'annuncio dell'accordo è stato seguito da diversi minuti di standing ovation, abbracci e pianti di gioia tra i delegati presenti nella sala. Sul podio è quindi salito anche il presidente francese Francois Hollande, che ha stretto le mani del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon e di Laurent Fabius, mentre il responsabile per il clima delle Nazioni Unite Christiana Figueres e il capo negoziatore della Francia Laurence Tubiana si sono scambiate un lungo abbraccio. «Siamo nella storia» ha detto a sua volta il ministro dell'ambiente italiano, Gian Luca Galletti, presente a Le Bourget per tutto il periodo dei lavori. «E a questa storia ha contribuito anche l'Italia che sin dall'inizio con tutta l'Europa ha creduto all'obiettivo ambiziosissimo di 1.5 gradi».

«Il problema non è stato risolto», ha dichiarato con realismo il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, ma «l'accordo di Parigi stabilisce una cornice a lungo termine di cui il mondo ha bisogno per risolvere la crisi climatica». «Non ci sono né vincenti né perdenti nelle conclusioni dell'accordo di Parigi - ha commentato il primo ministro indiano Narendra Modi - ha vinto solo la giustizia climatica e non stiamo tutti lavorando per un futuro più verde». Edna Molewa, ministro sudafricano dell'Ambiente, il cui Paese presiede il gruppo del G77+Cina (134 paesi) ha parlato di «una svolta storica verso un mondo migliore e più sicuro». Riflettendo il sentimento di molte ong - presenti in massa a Le Bourget - Greenpeace ha giudicato l'accordo una «svolta» che mette il settore delle energie fossili «sulla sponda sbagliata della Storia». Più cauta Oxfam, secondo la quale «l'accordo rappresenta un significativo passo in avanti, tuttavia non appare sufficiente a evitare un surriscaldamento globale inferiore ai 3°C entro il 2050, né stanzia risorse finanziarie sufficienti per l'adattamento al cambiamento climatico per i Paesi in via di sviluppo».

Il testo adottato parte innanzitutto da un presupposto fondamentale: riconosce cioè che «il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta» e richiede pertanto «la massima cooperazione possibile da parte di tutti i Paesi» con l'obiettivo di «accelerare la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra». Limato, corretto, affinato e rivisto questo testo rappresenta, come tutti sottolineano, solo l'inizio di un lungo percorso, l'architettura su cui costruire la futura casa di uno sviluppo ambientale sostenibile. Naturalmente non soddisfa tutti, ma soddisfa molti e soprattutto rappresenta un'indicazione fondamentale, anche per il mondo economico e finanziario: gli investimenti futuri, se vorranno avere profitti, dovranno guardare alle energie sostenibili non più al settore delle fossili e, come ha detto anche il leader di Greenpeace commentando a caldo il progetto «mette all'angolo le multinazionali del petrolio».

Nel testo dell'accordo, la cui entrata in vigore è prevista nel 2020, è stato inserito già un obiettivo molto ambizioso, per il quale si è battuto con forza anche la delegazione italiana nel corso dei negoziati, vale a dire quello di contenere il rialzo della temperatura media globale «ben al di sotto dei 2 gradi» rispetto ai livelli preindustriali, «sforzandosi di raggiungere 1,5 gradi». E riconosce che il mondo deve raggiungere un picco delle emissioni «il prima possibile» per arrivare alla neutralità carbonica nella seconda metà del secolo. Altro aspetto importante è che il testo prevede un processo di revisione degli obiettivi volontari (Indc) che dovrà svolgersi ogni 5 anni, ma invita a un dialogo facilitativo «a partire del 2018» così da arrivare al 2020 già con nuovi indici; questo perché, secondo previsioni scientifiche concordanti, con gli attuali impegni si arriverebbe comunque a un rialzo delle temperature di quasi 3 gradi. Per quanto riguarda i finanziamenti per l'adattamento ai cambiamenti climatici dei paesi più vulnerabili si indica che i 100 miliardi annui già concordati di qui al 2020 siano un punto di partenza da cui muoversi per gli anni successivi. Infine il testo, che introduce il concetto di «giustizia climatica», considera la cosiddetta differenziazione in termini dinamici, vale a dire che pur attribuendo ai paesi sviluppati la responsabilità delle emissioni finora accumulate, chiedendo loro di dare un sostegno ai paesi in via di sviluppo, chiama anche le potenze emergenti a contribuire, in misura del proprio sviluppo nazionale. Per quanto riguarda infine i controlli si prevede un sistema di «trasparenza rinforzata» che tiene conto anche delle differenze delle situazioni dei diversi paesi.

Per entrare in vigore nel 2020, l'accordo dovrà essere ratificato, accettato o approvato da almeno 55 paesi che rappresentano complessivamente almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas effetto serra.