20 novembre 2019
Aggiornato 05:00
I retroscena del caso

Scandalo Volkswagen, ecco chi e perché ha scoperto la truffa

L'abile frode ai danni dei consumatori americani è stata scoperta per caso da Peter Mock, direttore di un'organizzazione indipendente e no profit, che ha voluto fare un test...

ROMA - Lo scandalo in casa Volkswagen costerà molto caro al numero uno europeo dell'auto. La truffa sulle emissioni dei motori diesel negli Stati Uniti ha leso irrimediabilmente l'immagine del marchio automobilistico tedesco e ha fatto crollare il valore del titolo azionario, oltre a comportare una maximulta da 18 miliardi di euro. Ma chi ha scoperchiato inconsapevolmente questo vaso di Pandora dannegiando per sempre Vw?

Un boomerang apocalittico
Le azioni della Volkswagen hanno perso il 18,6% a Francoforte dopo essere scese nel corso della mattinata di ieri fino a un minimo di 126,40 euro, con un calo di oltre il 22% rispetto ai 162,4 della chiusura di venerdì. Un tonfo pauroso e imprevedibile le cui conseguenze non si fermeranno qui. La sola ipotesi della maximulta da 18 miliardi di euro (questo l'importo probabile secondo le normative dell'Epa) fa rabbrividire rispetto agli 1,2 miliardi di dollari che la Toyota pagò nel 2010. Tutto per una truffa in piena regola, concepita per conquistare il mercato americano dell'automobile. La Volkswagen aveva installato infatti un vero e proprio «impianto di manipolazione» delle emissioni su alcuni modelli destinati all'esportazione negli Stati Uniti. Le vetture in questione con motore diesel 2 litri (lo stesso che equipaggia molte auto del gruppo Vw anche in Europa) emettono molti più ossidi di azoto in condizioni di guida normali rispetto a quanto calcolato durante i test in laboratorio.

Lo stratagemma di Vw
Per riuscire a truccare i dati è stato installato un software creato ad hoc che attiva i dispositivi più efficienti per la riduzione delle emissioni soltanto durante gli esperimenti: quando il motore lavora invece su strada, in condizioni di guida normali, produce da 10 a 40 volte la quantità di ossido di azoto dichiarata dalla Volkswagen. Lo scandalo avrà conseguenze penali, oltre che finanziarie, ed è probabile che il dipartimento di giustizia americano coglierà l'occasione per punire in maniera esemplare il costruttore. Inoltre, probabilmente, il caso costerà la testa a Martin Winterkorn, l'ad del gruppo tedesco: perché o sapeva della frode (e quindi è direttamente e personalmente colpevole) oppure i suoi manager gliel'hanno tenuta nascosta e in entrambi i casi la sua posizione non è più compatibile con il mandato di CEO. Nessun dirigente potrebbe rimanere al suo posto in casi come questo, neppure dopo le pubbliche scuse.

Ecco chi ha scoperto – per caso - l'inganno e perché
E pensare che l'abile frode ai danni dei consumatori americani è stata scoperta quasi per caso. Peter Mock, direttore della sezione europea dell'International Council on Clean Transportation (ICCT) – un'organizzazione indipendente e no profit che si occupa della tutela dell'ambiente -, aveva deciso di realizzare dei test sulle versioni europee di tre automobili diesel (una Volkswagen Jetta, una VW Passat e una BMW X5) per dimostrare che gli esperimenti in laboratorio non sono precisi nel valutare l'impatto delle emissioni di un motore diesel nella guida su strada. Mock ignorava del tutto, però, che avrebbe scoperto il vaso di Pandora del numero uno europeo dell'automobile. Quando testò le tre vetture utilizzando gli standard americani come strumento di valutazione, scoprì che la BMW rispettava i parametri internazionali, ma le Volkswagen superavano i limiti consentiti di ben 35 volte. Fu a quel punto che la Carb e l'agenzia federale per l'ambiente Epa decisero di intervenire aprendo un'inchiesta ufficiale, scoprendo l'installazione dell'ingegnoso software in questione. L'impianto di manipolazione delle emissioni è stato inserito in 482.000 veicoli venduti in America tra il 2009 e il 2015, ma non è escluso che anche le automobili vendute in Europa e Cina abbiano avuto lo stesso trattamento.