20 settembre 2019
Aggiornato 20:30
Dietro le colpe dei greci, le responsabilità dei tedeschi

Il neoliberismo è fallito. Perché non possiamo fare a meno di rimpiangere Keynes

Sarebbe più facile dare ai greci la colpa di tutto. Ma la Grecia è l’espressione di una crisi sistemica globale, che investe l’Europa tutta e affonda le sue radici nel fallimento delle politiche neoliberiste

ROMA - La crisi greca non è un’eccezione o un caso particolare, ma l’espressione nefasta di tanti fallimenti. Quello del progetto europeo, quello delle politiche dell’austerity e quello del neoliberismo. Perciò – se si vuole avere una visione prospettica – è necessario comprenderne le origini, e capire perché la struttura dell’eurozona si sia rivelata così inadeguata nell’affrontarla.

La crisi greca ha origini lontane nel tempo
Sarebbe più facile dare ai greci la colpa di tutto. Credere che sia stata solo l’irresponsabilità fiscale dei politici ateniesi a condurci a questo punto. Ma la Grecia è l’espressione di una crisi sistemica globale, che investe l’Europa tutta e affonda le sue radici nel fallimento delle politiche neoliberiste. Come sottolineava John Maynard Keynes, ogni crisi economica ha origine da una crisi della domanda aggregata.  Ed è quello che è successo anche questa volta. Alla fine degli anni Novanta, infatti, la Germania s’incamminava verso uno sviluppo economico portentoso, che l’avrebbe fatta diventare l’economia egemone dell’intero continente. Una crescita vertiginosa alimentata dal surplus della bilancia commerciale e trainata, cioè, dalle sue esportazioni. A fronte di una domanda estera molto significativa, però, la Germania aveva un problema di domanda aggregata.

I prestiti tedeschi
Dopo un decennio di moderazione salariale e la riforma del mercato del lavoro realizzata dal governo Schroeder, i tedeschi avevano notevolmente ridimensionato il loro tenore di vita, riducendo drasticamente i consumi interni. La Germania, perciò, dovette orientare all’esterno la sua produzione e puntare sul mercato comunitario. La liquidità in eccesso (affluita grazie all’export) venne a sua volta investita all’estero, e gran parte di essa finì nella pancia delle banche greche, attratta dagli alti rendimenti dei titoli più rischiosi. Gli istituti ellenici del Peloponneso, a loro volta, erano ben lieti di prendere a prestito il denaro dei tedeschi, per condurre una vita al di sopra delle loro possibilità. Ma non finisce qui. Una delle ragioni per cui la Germania continuò a trasferire per molto tempo gran parte della sua liquidità alle banche greche fu per autofinanziarsi: in pratica, prestava denaro ai greci affinché i greci potessero comprare i beni prodotti ed esportati dalla Germania stessa.  La Grecia e l’Italia, infatti, hanno importato la maggior parte dei beni tedeschi.

Il risultato di tanti fallimenti
Si è sviluppato, così, un circolo vizioso che ha alimentato il surplus delle partite correnti teutonico da un lato, e gonfiato il debito pubblico greco dall’altro. E qui si sommano le responsabilità dei greci. Il fattore cruciale della crisi risiede nel fatto che il crescente indebitamento non è stato accompagnato da un incremento della competitività nazionale. L’afflusso di liquidità che giungeva nelle casse ateniesi non è stato utilizzato per sviluppare un moderno sistema industriale, né per investire in R&S al fine di incrementare la produttività nazionale e performare l’economia ellenica. Così, quando è sopraggiunta la crisi finanziaria internazionale, il sistema privato greco – altamente indebitato - si è trovato nell’incapacità di reagire mentre quello pubblico era già al collasso. La crisi greca, dunque, è il risultato di responsabilità condivise. L’insieme di più fallimenti: quello politico, innanzitutto, come abbiamo potuto osservare dall’inadeguatezza dei leader europei negli ultimi giorni. E quello economico, perché ha portato alla ribalta le falle del sistema neoliberista nel suo complesso e l’inefficacia dell’austerity.