13 luglio 2020
Aggiornato 17:00
Perché i tedeschi hanno sbagliato più dei greci

Grecia, i mercati scommettono sull'accordo

Tutti, ma proprio tutti - creditori e debitori - hanno bisogno di evitare alla Grecia il default e all'Ue il pericolo Grexit. E se a sbagliare di più, nella crisi del debito, fossero stati proprio i tedeschi?

ROMA – Il vertice dei capi di stato e di governo che si è svolto ieri sera non si è concluso con nessuna decisione definitiva. Si è trattato di un incontro preparatorio, in vista del prossimo appuntamento che si terrà nel corso di questa settimana. Intanto le borse europee volano perché tutti – ma proprio tutti – hanno bisogno di quest’accordo.

Draghi: Stiamo entrando in un territorio sconosciuto
Le conseguenze del Grexit non sono prevedibili – per riprendere le parole di Mario Draghi, si tratta di un «territorio sconosciuto» - e rappresenterebbero un colpo molto pesante alla credibilità dell’Unione Europea. Per questa ragione è nell’interesse di tutti, creditori e debitori, riuscire a firmare un accordo che permetta alla Grecia di evitare il default. Ci vorrà ancora qualche giorno, ma è lecito aspettarsi una risoluzione della crisi perché anche i mercati finanziari credono nel lieto fine (la borsa di Atene ieri ha fatto registrare un +8%). Nel frattempo, ed è questo che ci rammarica di più, i leader politici dell’Ue temporeggiano e continuano a giocare col fuoco, ma a farne le spese sono soprattutto i popoli europei e i greci in particolare. Vale la pena ricordare qualche dato.

Le banche tedesche e francesi hanno guadagnato dalla crisi
Dei soldi concessi in prestito dall’Ue allo stato greco, pochissimi sono stati destinati allo scopo originario: come sottolinea Monica Frassoni nell’articolo pubblicato su sbilanciamoci.info, se consideriamo tutto il periodo che va dal 2010 ad oggi, solo 27 miliardi (degli oltre 252 prestati!) sono finiti nelle casse ateniesi. Gli altri sono serviti a ripagare creditori ed interessi: perciò – e vale la pena sottolinearlo – la BCE, e in modo particolare le banche tedesche e francesi, hanno guadagnato parecchio da questa partita di poker con bluff a ripetizione. A perdere è stato soprattutto il popolo greco, che ha dovuto pagare di tasca propria il prezzo dell’austerity (e gli interessi dovuti alle banche europee): i finanziamenti ai 140 ospedali più importanti del paese sono stati ridotti da 650 milioni di euro a 43 milioni, e oggi ben 3 milioni di cittadini greci non hanno nessun tipo di assicurazione sanitaria e devono sperare nelle cure volontarie di medici e infermieri disposti a lavorare senza remunerazione in cliniche di beneficenza.

Ad ognuno le proprie responsabilità
Sappiamo bene che in medio stat virtus, e crediamo fermamente che ci siano responsabilità da ambo le parti. Doveroso, perciò, ricordare che il livello di evasione fiscale, in Grecia, è il più alto di tutto il continente europeo e che i dipendenti della pubblica amministrazione ateniese vanno in pensione a soli 55 anni. Ma il problema della crisi greca poteva esser stato risolto ben cinque anni fa, con un parziale atto di garanzia e mutualizzazione del debito, se non fosse stato per la cancelliera Angela Merkel, che - in piena campagna elettorale nel Baden Wuttenberg e perciò intenzionata a far valere il pugno di ferro per assicurarsi un più ampio consenso popolare – si oppose con tutte le sue forze a qualsiasi compromesso.

I tedeschi hanno perso l’appuntamento con la storia
Così come ai greci è giusto attribuire le loro responsabilità nella pessima (se non dolosa) gestione dei conti pubblici, così ai tedeschi va senz’altro attribuita la responsabilità di aver mancato a un importante appuntamento con la storia: quello che li avrebbe incoronati come la guida politica di questa zoppicante Europa – e non solo, ahimé, economica -, capace di risollevare con lungimiranza e visione prospettica l’intero continente.Ma così non è stato. E di questo, a ben vedere, i tedeschi sono più che responsabili. Come tutti sanno, in tedesco la parola schuld vuol dire sia «debito» che «colpa» ed è il risultato di una cultura politico-sociale ben intrisa di protestantesimo, che permea e influenza anche l’agire economico collettivo e il modo di relazionarsi (come abbiamo potuto osservare nel caso della crisi greca) con gli altri paesi dell’Eurozona. Peccato che questo approccio luterano applicato alla politica sconfini spesso nell’arroganza di ritenersi superiori (non solo economicamente) e, soprattutto, rischi di degenerare in autolesionismo nel momento in cui il default della Grecia dovesse trascinare con sé le fondamenta dell’Ue e trasformarsi in un boomerang per la stessa Germania.

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