29 marzo 2020
Aggiornato 15:00
Per il il governo è ok. Ma i grillini avvertono, passeremo dall'evasione all'elusione

Rientro dei capitali dalla Svizzera: alcune certezze e molte incognite

Ci hanno provato Tremonti, Grilli, Monti e Saccomanni, ma ora sembra la volta buona. Sta per essere firmato l'accordo italo-elvetico che dovrebbe favorire la «voluntary disclosure» grazie a un cospicuo sconto sulle sanzioni. Per gli Onorevoli Pesco e Villarosa (M5S), però, non c'è da cantar vittoria: sarà l'ennesimo condono

ROMA – Ben  quattro anni sono passati dall’inizio dei negoziati tra Italia e Svizzera, che avrebbero dovuto segnare una rivoluzione per il fisco italiano. Ci hanno provato Tremonti, Grilli, Monti e Saccomanni, in quattro diversi esecutivi: ma, in generale, il tentativo di favorire il rientro dei capitali dal paradiso fiscale elvetico si è sempre rivelato infine fallimentare. Sembra che , invece, questa sia la volta buona: a breve verrà firmato l’accordo che dovrà facilitare l’adesione alla «voluntary disclosure», l’autodenuncia da parte di contribuenti italiani con capitali in Svizzera, grazie a un cospicuo sconto su sanzioni e interessi.

M5S: SARA’ L’ENNESIMO CONDONO - Scettici, però, rimangono in proposito i deputati del Movimento Cinque Stelle Daniele Pesco e Alessio Villarosa. «Noi del Movimento siamo sempre stati molto critici nei confronti della voluntary disclosure, e lo siamo anche ora», puntualizza l’Onorevole Pesco. «E questo perché si tratta, di fatto, di un condono penale: il nostro Stato non ha bisogno di altri condoni in ambito fiscale, perchè altrimenti non riusciamo a modificare il modo di pensare della gente, che continuerà ad evadere il fisco: così facendo, continuerà a crescere la convinzione che si possa evadere senza andare in galera. In più, con le nuove norme introdotte con i decreti attuativi della delega fiscale, purtroppo, abbassando le soglie di punibilità, il Governo va nella stessa direzione», sottolinea. Dello stesso avviso anche l’Onorevole Villarosa. «C’è un problema legato alla situazione in cui si trova l’Italia. Molti articoli di giornale dicono che la metà della corruzione europea è italiana, e ciò avviene anche perché non esistono misure di deterrenza per evitare situazioni di evasione fiscale», spiega. «Il problema della voluntary disclosure è chiaro: chi ha evaso fino ad ora e non è riuscito a pulire i propri ricavi illeciti avrà la possibilità di ritornare in Italia praticamente senza sanzioni penali. In Italia, intanto, stiamo facendo una miriade di accordi contro le doppie imposizioni soprattutto con Paesi che sono paradisi fiscali, e diventa sempre più complicato evadere: in questo modo, si passa all’elusione. E guarda caso», prosegue, «abbiamo deciso di affrontare nel 2014 il tema dell’abuso del diritto, ovvero dell’elusione: scrivendo le norme in un determinato modo, chi ha un buon commercialista riuscirà ad evadere il fisco in maniera legale, abusando appunto del diritto», conclude.  Oltretutto, l’Onorevole Pesco fa notare che l’accordo italo-elvetico coincide proprio «con l’inizio della quotazione libera, che avvantaggia molto chi ha franchi in Svizzera. Sarà una coincidenza? Lo scopriremo a breve», conclude.

PER IL MINISTERO DELL’ECONOMIA, ACCORDO EPOCALE - Di tutt’altro avviso Vieri Ceriani, consigliere economico del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, per il quale si tratterebbe invece di un accordo epocale, capace di dare strumenti di contrasto dell’evasione fiscale impensabili fino a qualche anno fa. Ceriani ha anche parlato di un importante processo di trasparenza, che nulla ha a che vedere con un condono: non è anonimo, non prevede il rientro dei capitali all’estero ma solo una regolarizzazione e l’evaso dovrà essere interamente ripagato, con, «soltanto», uno sconto sulle sanzioni. Il nodo fondamentale dell’accordo riguarda infatti le  informazioni più dettagliate che l’Agenzia delle entrate cerca quando sospetta un caso di evasione. Oggi, per ottenerle sono necessari un procedimento penale e una richiesta di rogatoria internazionale da parte di una procura della Repubblica. Dall’entrata in vigore dell’accordo, invece, il fisco italiano potrà accedere ai dati dal 2015 in poi, ma dal 2020 potrà svolgere indagini sui cinque anni precedenti, esattamente come prevedono le regole italiane. 

TRATTATIVE FATICOSE - Eppure, i difficoltosi precedenti chiedono grande cautela prima di cantare vittoria. Già ai tempi di Tremonti lo scontro tra Italia e Svizzera per giungere a un accordo fu duro: l’allora Ministro dell’economia italiano ingaggiò un’aspra lotta contro il segreto bancario, mentre un’iniziativa popolare elvetica chiedeva di inserirlo quale principio nella Costituzione. In particolare, negli ultimi mesi del governo Berlusconi si stava lavorando al cosiddetto «sistema Rubik», che prevedeva una sorta di regolarizzazione del passato tramite il pagamento di un’imposta unica e il prelievo di un’imposta su interessi e dividendi futuri. In cambio di tali pagamenti, restava in vigore il principio dell’anonimato del titolare del conto corrente, mantenendo così il segreto bancario tanto caro ai correntisti d’oltralpe. Dopo alcuni mesi di trattativa, alla fine la rivoluzione fiscale si è conclusa con un niente di fatto per volontà dell’ex ministro dell’economia Grilli, contrario a concedere alcuna sanatoria ai correntisti italiani in Svizzera.

L’ACCORDO DOVREBBE FACILITARE IL RECUPERO DI CAPITALI - Fu a partire dal governo Monti, però, che il dialogo Italia-Svizzera parve riaprirsi, anche se fu accompagnato da molte polemiche: chi credeva che l’accordo avrebbe permesso il rientro di grossi capitali in Italia; chi credeva che l’unico a guadagnarci sarebbe stato il paese rossocrociato; chi assumeva una posizione più moderata, rilevando le concessioni svizzere come positive e cercando ulteriori sbocchi di discussione. D’altronde, l’Italia è uno degli ultimi grandi Paesi a firmare un accordo fiscale con la Svizzera: molti altri Stati hanno rinnovato le cosiddette «convenzioni sulla doppia imposizione» (la nostra risaliva al lontano 1976), inserendo clausole per lo scambio di dati.  E, considerando che circa la metà dei capitali regolarizzati con l’ultimo scudo fiscale arrivavano dalla confederazione elvetica,  il Tesoro spera che l’accordo dia una spinta alla nuova sanatoria. Di certo, in un momento in cui non si sa più da che parte tirare la coperta, recuperare almeno una parte dell'evaso su quegli oltre 120 miliardi di euro «italiani» ben nascosti nei cantoni svizzeri sarebbe una prima, grande vittoria per il nostro Paese. Rimane, però, aperta, la questione delle sanzioni: riusciremo mai a sconfiggere l’evasione fiscale, se continueremo a fare sconti agli evasori?

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