24 febbraio 2020
Aggiornato 19:30
Da Bankitalia allarme deflazione

«Una moneta senza uno Stato? Non va»

Il direttore generale di Bankitalia, Salvatore Rossi, sottolinea come una moneta priva di Stato «complichi molto la vita della politica monetaria». E allerta: «Eurozona sull'orlo della deflazione», a causa soprattutto della debolezza della domanda

ROMA - «Il problema vero sta nell'essere l'euro una moneta senza Stato». E' quanto ha sottolineato il direttore generale di Bankitalia, Salvatore Rossi, nel suo intervento presso il complesso universitario di Vicenza dell'Università di Verona. Il numero due di Via Nazionale ha rilevato che la teoria economica e la stessa esperienza di altre unioni monetarie indicano come ciò, indipendentemente dai vincoli formali, «complichi molto la vita di chi ha la responsabilità di una politica monetaria unica, soprattutto quando si tratta di prendere misure non convenzionali che possono avere sostanziali ricadute fiscali e redistributive». In assenza di un'autorità fiscale unica, «sorge il timore in alcuni di una redistribuzione occulta tra paesi, non deliberata dagli organi politici rappresentativi e fatta passare tramite il bilancio dell'Eurosistema».

EUROZONA SULL'ORLA DELLA DEFLAZIONE - «L'area dell'euro è sull'orlo della deflazione», ha annunciato Rossi, evidenziando i numeri della situazione. «In ottobre i prezzi al consumo erano in media più alti solo dello 0,4 per cento rispetto al livello di un anno prima. La bassa inflazione è un fenomeno diffuso: solo 2 paesi su 18 hanno un tasso superiore all'1 per cento» ha sottolineato Rossi. Il direttore generale di Bankitalia ha messo in risalto quanto sarebbe pericoloso scivolare nella deflazione. «Il rallentamento dei prezzi fa salire i tassi d'interesse reali - ha detto - quindi scoraggia gli investimenti delle imprese e deprime la domanda di credito; inoltre, rende più oneroso il servizio dei debiti in essere»«Una inflazione che scende fino a rasentare la deflazione ha conseguenze particolarmente gravi nell'area dell'euro oggi - ha aggiunto - ostacola il deleveraging nei paesi con elevato debito pubblico o privato; rallenta il riaggiustamento dei prezzi relativi tra i diversi paesi dell'area, quindi il recupero della competitività e l'eliminazione degli squilibri esterni dove è necessario».

ANDAMENTO NEGATIVO IN PARTE INATTESO - Questi andamenti dei prezzi erano in parte inattesi. «Non li ha determinati solo la componente più volatile, energetica e alimentare, ma in larga misura la debolezza della domanda. Essi rischiano di disancorare le aspettative di inflazione a lungo termine». Rossi ha quindi snocciolato riferimenti sulle aspettative dell'inflazione. «Già oggi le aspettative a 1 e 2 anni, misurate attraverso i contratti swap, sono sotto l'1 per cento; tornano vicine al 2 ben oltre il 2020. Le aspettative a 5 e 10 anni sono di un'inflazione meno bassa, ma comunque inferiore al 2 per cento»«La credibilità della banca centrale nel cogliere l'obiettivo della stabilità dei prezzi è chiamata in causa».

CRISI DEBITI SOVRANO HA RISVEGLIATO DIFFIDENZA FRA LE NAZIONI - «La crisi dei debiti sovrani ha risvegliato un mostro dormiente in Europa: la diffidenza fra nazioni. È il frutto più avvelenato della crisi", ha poi evidenziato Salvatore Rossi. «Questa diffidenza - ha indicato il numero due di Via Nazionale - trova certo le sue basi in fatti obiettivi. In particolare, i paesi del Nord rimproverano a quelli del Sud le dissennatezze compiute nei bilanci pubblici nel corso degli anni, le tante occasioni sprecate per riformare le loro economie e farle tornare competitive». Si tratta di giudizi «grandemente diffusi nell'opinione pubblica di quei paesi, i cui governanti - esponenti politici democraticamente eletti - non possono non tenerne conto. Ne risulta da parte loro - ha detto Rossi - una forte insistenza sull'equilibrio dei conti pubblici: nei paesi indebitati perché vengano risanati, in quelli finanziariamente più solidi perché sia dato comunque esempio di virtù. In tutti i paesi dell'area prendono voce movimenti di opinione ostili all'euro e alla costruzione europea».

RAGIONE POLITICA E RAGIONE ECONOMICA A CONFRONTO - Nella condizione ciclica attuale dell'area dell'euro «una tale ragione politica, che evoca valori di disciplina sociale e di moralità pubblica, rischia però di contraddire la ragione economica, producendo danni persistenti per tutta l'area». E tuttavia la ragione politica «non può essere ignorata». Rossi ha evidenziato che le «riforme strutturali nei paesi dell'area che sono rimasti indietro nella competitività, a iniziare dal nostro, sono fondamentali per due motivi: il primo è che sono l'unico modo per sbloccare i meccanismi inceppati dello sviluppo economico; il secondo, altrettanto importante, è che esse riducano la diffidenza reciproca fra nazioni». «Se quella diffidenza dovesse mettere radici l'intera costruzione europea sarebbe messa a repentaglio».