28 febbraio 2020
Aggiornato 07:30
Calcio

Allegri e Ranieri: destini diversi e un denominatore comune

Due allenatori vincenti ma entrambi incompresi. Il primo criticato spietatamente dai suoi tifosi, prima al Milan e adesso alla Juve, il secondo cacciato malamente dalla proprietà thailandese del Leicester, neppure 12 mesi dopo aver condotto il club alla più grande impresa della sua storia.

MILANO - Era il 9 febbraio 2013 quando Silvio Berlusconi, dimentico di quanto fatto dal suo allenatore negli anni precedenti e vittima di uno dei suoi frequenti attacchi di incontinenza verbale, rivelava ad amici e conoscenti il suo pensiero su Massimiliano Allegri: «No el capisse un casso».

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. Chi pontificava dall’alto della sua conclamata competenza calcistica - Berlusconi - sta per uscire di scena grazie all’avvento dei cinesi, lasciando negli occhi dei tifosi la sgradevole sensazione che se dipendesse da lui oggi Vincenzo Montella sarebbe in vacanza alle Maldive, per fare spazio sulla panchina del Milan a quel Cristian Brocchi che nel frattempo sta conducendo il Brescia in Lega Pro. Chi invece appena quattro anni fa era tacciato di incapacità - l’attuale allenatore della Juventus - oggi è assurto di diritto nell’olimpo dei più grandi tecnici del pianeta. 

Milan: 1°, 2° e 3° posto

Massimiliano Allegri, il Conte Max per gli amici, Acciuga per i dispettosi, la Capra per il massiccio popolo dei leoni da tastiera che insudiciano il web con offese a volte addirittura ignobili. Nei suoi 3 anni e mezzo al Milan, il tecnico livornese ha vinto uno scudetto (2011), ne ha sfiorato un altro (vinto dalla Juventus l’anno del disgraziatissimo gol di Muntari, il 2012), e ha portato in Champions League una squadra che l’estate precedente aveva ceduto Ibrahimovic e Thiago Silva e prepensionato tutta la vecchia guardia rossonera, i vari Nesta, Gattuso, Seedorf, Inzaghi, Van Bommel, Zambrotta, per fare posto ad autentici fenomeni del football mondiale quali Kevin Constant, Cristian Zapata, Bojan Krkic e - udite udite - il leggendario Bakaye Traorè (2013). 

La questione Ibra

Malgrado questo scempio, Allegri tirò fuori dal cilindro un paio di conigli dalle sembianze di Stephan El Shaarawy e Mattia De Sciglio, allora appena ventenni ed esordienti assoluti, e condusse quel Milan ad un insperato terzo posto. Per la cronaca è stata l’ultima apparizione europea del club di via Aldo Rossi. Malgrado i risultati innegabili, per i tifosi rossoneri (non una minoranza, parliamo di una grossa fetta del popolo milanista) Allegri è sempre stato «la capra», etichettato come l’unico allenatore capace di far perdere uno scudetto a Ibrahimovic.

Dimenticando o comunque omettendo colpevolmente che nella sua lunga carriera il gigante svedese ha sempre giocato in squadra quattro spanne sopra tutte le altre (la Juventus pre-Calciopoli, l’Inter post-Calciopoli, il Barcellona di Guardiola e il Psg senza avversari) e quindi era pressochè inevitabile vincere il campionato. Al Milan invece Ibra era circondato da Nocerino, Muntari, Mesbah, Flamini, Bonera, Maxi Lopez etc. etc.. Evidente la differenza no?

I trionfi juventini

Sorvolando sull’inevitabile esonero al quarto anno in rossonero, oggettivamente negativo ma comunque minato, oltre che da un mercato inglorioso, anche dalle sempre più frequenti esternazioni perniciose del Cav. Berlusconi, com’è come non è Allegri è finito alla Juve. Impavido al pensiero di dover raccogliere l’eredità di un allenatore vincente come Antonio Conte, il conte Max ha tanto per cominciare ricominciato a vincere scudetti come se piovesse, per poi togliersi anche lo sfizio di condurre i bianconeri alla finale di Champions League (traguardo mai neppure sfiorato dall’amatissimo Conte) persa dignitosamente contro un Barcellona stellare.

Critiche bianconere

È allucinante constatare, però, che una fetta consistente di tifosi juventini - inconsapevolmente gemellati con i colleghi milanisti in questa assurda crociata - consideri Max Allegri una specie di incapace, un allenatore montato dalla stampa amica («Perchè lui sa allenare i giornalisti ancor più dei calciatori») e soprattutto fortunato ad avere a disposizione una squadra di campioni che - secondo la massa - vincerebbe a mani basse anche senza allenatore. Per conferma andate a rileggere le critiche indirizzate ad Allegri dopo ogni - rarissima - sconfitta della Juventus dagli stessi fans bianconeri. 

Gestione dell'emergenza

Quanto sia difficile gestire una squadra composte da tante prime donne è emerso in maniera inequivocabile negli ultimi giorni, con il caso-Bonucci esploso al termine di Juventus-Palermo. Ancora una volta Allegri ha dimostrato all’intero mondo del calcio che portata di «huevos» possa vantare. Chissenefrega dei rischi di una trasferta pericolosa come quella di Champions contro il Porto, occorre dare l'esempio: quindi in punizione il reprobo Bonucci e chiavi della difesa affidate ai due esperti - ma acciaccati - Barzagli e Chiellini. Rischiando grosso sulla sua pelle.

Risultato, partita letteralmente incartata a Nuno Espírito Santo, il tecnico del Porto considerato uno degli emergenti più in gamba dell’intero panorama internazionale, e vittoria preziosa con i gol dei due subentrati dalla panchina, Pjaca e Dani Alves. Alla faccia di Berlusconi, dei tifosi del Milan, di quelli della Juve e di tutti coloro che ancora continuano a pensare che Allegri non sia all’altezza. 

Tutti con Ranieri

E a giugno prepariamoci all’addio, magari destinazione Premier League, altro ambientino tutt’altro che sereno visto il trattamento riservato a Claudio Ranieri nelle ultime ore. Nemmeno 297 giorni dopo il miracolo della vittoria in campionato, il Leicester thailandese della famiglia Srivaddhanaprabha ha messo alla porta quel gran signore del tecnico romano, colpevole di voler imporre ai propri bizzosi - e ben poco talentuosi - calciatori uno stile di vita e di alimentazione più consono al ruolo di atleta. Ragazzi indolenti e capricciosi, incapaci di ammettere che se non fosse stato per i modi garbati ma fermi di Claudio Ranieri, un trionfo in Premier League non l’avrebbero mai potuto neppure sognare.