19 settembre 2019
Aggiornato 14:00

Milan: i 10 errori più grandi della coppia Berlusconi-Galliani

Tanti trionfi ma anche svariate scelte errate di una dirigenza per oltre un ventennio sulla cresta dell’onda e ora sprofondata in un’inarrestabile caduta verticale.

Adriano Galliani con Silvio Berlusconi
Adriano Galliani con Silvio Berlusconi ANSA

MILANO - 1986-2006: proprio in questo periodo si celebra il trentennale di presidenza di Silvio Berlusconi alla guida del Milan, squadra acquistata in mezzo alla mediocrità, portata in cima al mondo e riportata poi nell’ultimo lustro a quel pantano grigio da cui l’ex cavaliere l’aveva risollevata. Tanti trionfi, ma anche qualche errore, perché Berlusconi e Galliani, fido scudiero del presidente, non sempre sono riusciti ad essere perfetti, anzi, in diverse circostanze hanno preso cantonate evidenti che non hanno aiutato il Milan e i suoi allenatori, tutt’altro. L’analisi dei 10 sbagli più rilevanti della coppia dirigente rossonera, vuole analizzare l’altra faccia di una Luna per troppi anni rimasta nell’ombra di trofei che hanno portato il Milan sul tetto del mondo, ma che ora appare molto più evidente dell’altra.

10) Daniele Bonera - Rossonero dal 2006 al 2015, per dieci stagioni il pessimo difensore lombardo ha fatto parte della spedizione milanista, nonostante carenze tecniche evidenti, uno stipendio non indifferente (oltre 2 milioni di euro) e rinnovi contrattuali puntuali ed inspiegabili. Coperto inizialmente da Nesta e poi anche da Thiago Silva, Bonera si è ritagliato un terrificante spazio nelle sue ultime drammatiche stagioni al Milan, condite da errori marchiani e da folli dichiarazioni di allenatori e dirigenti che lo eleggevano a uomo spogliatoio di riferimento per i compagni. Nell’estate del 2015, finalmente, Galliani e Berlusconi decidono di porre fine a tale strazio, Bonera si accasa al Villarreal in Spagna dove, dopo i primi errori clamorosi, finisce in panchina, luogo molto più consono alle sue caratteristiche.

9) Shevchenko bis - Tornato al Milan in prestito dal Chelsea dopo l’incolmabile vuoto (soprattutto sentimentale) lasciato con la partenza nel maggio del 2006, l’asso ucraino è un errore più concettuale che tecnico-economico: ormai sul viale del tramonto di una carriera splendida, Shevchenko torna a Milanello fra l’entusiasmo dell’innamoratissimo popolo milanista nell’estate del 2009; negli occhi di tutti ci sono le caterve di gol di Sheva dal 1999 al 2006, le due classifiche marcatori vinte, il Pallone d’Oro, la Coppa dei Campioni del 2003, nella realtà a San Siro si ammira un calciatore spento, lento, immalinconito, che chiude una stagione grigia con due sole reti all’attivo (in Coppa Uefa con lo Zurigo e in Coppa Italia con la Lazio), nessuna delle quali in campionato. A giugno torna al Chelsea per chiudere poi la carriera a Kiev, laddove era cominciata, lasciando il ricordo del campione che fu, e con la seconda avventura rossonera che si poteva tranquillamente evitare.

8) I ritorni di Sacchi e Capello - Come nei film, anche per il Milan i remake non hanno portato mai fortuna. Ne sanno qualcosa Arrigo Sacchi e Fabio Capello che in due anni consecutivi hanno parzialmente macchiato la loro immacolata fedina milanista. Il mago di Fusignano torna al Milan il 1 dicembre del 1996, implorato da Galliani, dopo gli anni in nazionale e quasi un lustro dopo i successi rossoneri del primo Milan berlusconiano. Ma l’epoca è diversa, i rossoneri non hanno digerito la centrifuga che i successi di Capello avevano portato, Tabarez ne ha fatto le spese e Sacchi è ora chiamato a invertire la rotta e ripercorrere le tappe di una corsa già vinta. Ma il tecnico romagnolo fallirà miseramente, schiacciato da uno spogliatoio incapace di seguirlo e caduto nella trappola delle faide interne: le liti con Baggio, Simone e Panucci, infatti, contraddistingueranno il Sacchi-bis, terminato nel giugno del 1997 fra la più totale indifferenza, antipasto di un’altra portata già gustata a Milanello ed ormai rancida, Fabio Capello. L’allenatore friulano torna al Milan, espressamente voluto da Berlusconi, dopo l’anno di esilio al Real Madrid, ma l’errore è fin da subito evidente: i senatori dello spogliatoio non lo vogliono e non sono stati interpellati circa il suo ritorno. Quel gruppo è stato già spremuto da Capello e non bastano i nuovi Taibi, Kluivert e Leonardo a lucidare una scultura in decadenza: il Milan arriva decimo in campionato, fuori dall’Europa e battuto nella finale di Coppa Italia dalla Lazio. Capello se ne va nonostante altri due anni di contratto, conscio dello sbaglio, ma richiamato altre due volte da un Berlusconi inossidabile (2011 e 2016) senza però stavolta tornare sui suoi passi.

7) La gestione di El Shaarawy - Salto temporale e storia recente: Stephan El Shaarawy arriva al Milan nell’estate del 2011 a neanche vent’anni e sulla cresta dell’onda (tanto per agganciarsi alla sua stramba capigliatura) dopo la stagione in serie B al Padova coi veneti trascinati ad un passo dalla promozione in A. El Shaarawy si assesta il primo anno studiando Ibrahimovic e Pato, poi, dopo l’assurda cessione dello svedese e i malanni del brasiliano, si fa largo nella seconda stagione esplodendo da agosto a febbraio con 16 reti e una leadership tecnica fino ad allora insospettabile. Da lì, però, di El Shaarawy si perdono le tracce, fra infortuni, ricadute e misteri sulle sue condizioni fisiche, passando per sospetti di vita troppo mondana, testa montata più della panna, e mancate cessioni ad offerenti (Borussia Dortmund e Arsenal) che parevano pronti a fare follie per l’italoegiziano sempre infortunato. E invece Galliani si decide a sbarazzarsi della palla al piede con la cresta solo nel 2016 e in prestito al Monaco con obbligo di riscatto dopo 25 presenze: i francesi, imitando Galliani stesso nella gestione di Alberto Aquilani fra Liverpool e Milan nel 2012, decidono dopo qualche prestazione incolore di mettere in naftalina El Shaarawy, venendo meno alle promesse da galantuomini con la dirigenza rossonera. Quindi il prestito alla Roma, squadra in cui l’attaccante classe 1992 sembra aver ritrovato i fasti di un tempo, forse troppo tardi per permettere a Galliani di trovare aiuto per le esangui casse milaniste.

6) Il post Shevchenko del 2006 - Altro giro, altra corsa. Riecco Andrij Shevchenko, ceduto al Chelsea nel 2006 per volontà dell’ucraino e di sua moglie (che voleva far imparare l’inglese ai bimbi), primo calciatore dell’epopea Berlusconi ad essere sacrificato sull’altare del vil danaro, col Milan solleticato e poi convinto dalla mostruosa offerta del Chelsea di Abramovich (una cinquantina di milioni di euro). Con quei soldi, Galliani va alla ricerca di un sostituto, ma si fa sfuggire tutte le migliori occasioni: dapprima rifiuta Drogba che il Chelsea stesso aveva inserito nella trattativa per Shevchenko, poi fa sfumare Thierry Henry che aveva già un accordo di massima col Milan, quindi temporeggia con Zlatan Ibrahimovic che Galliani tiene in pugno senza però chiudere l’affare con la Juve e favorendo l’inserimento della più decisa Inter che con lo svedese vincerà tre scudetti consecutivi. La fine del calciomercato regala al Milan Ricardo Oliveira, sconosciuto attaccante brasiliano del Betis Siviglia che da anonimo arriva e da anonimo riparte.

5) Patrick Vieira - Il Milan e i giovani talenti, binomio non sempre fortunato. Nell’estate del 1995 arriva a Milanello il promettente Patrick Vieira, centrocampista francese di nemmeno vent’anni, acquistato dai rossoneri per inserirsi in un centrocampo di campioni. Capello lo fa debuttare, ma non resta soddisfatto dall’apporto del transalpino, considerato dal tecnico di Pieris troppo gracile e inadatto al ruolo di centrocampista. Berlusconi e Galliani, completamente inadatti invece a valutare i giovani, credono all’idea dell’allenatore e lasciano partire Vieira verso l’Arsenal per un piatto di lenticchie. Il francese diventerà colonna dei londinesi prima, della Juve dello stesso Capello poi e infine anche dell’Inter, oltre che della nazionale francese.

4) Christian Panucci - E’ forse l’errore più grande di Adriano Galliani. Arrivato al Milan dal Genoa nella stagione 1993-94, Panucci è difensore eclettico, capace di giocare sia da terzino che da centrale, bravo coi piedi e ad inserirsi in attacco, dotato di un carisma eccezionale che ne fa uno dei leader indiscussi dello spogliatoio rossonero. Dopo tre stagioni e mezzo piene di successi, Panucci litiga con Arrigo Sacchi nell’inverno del 1996 e Galliani, incapace di dir di no al tecnico romagnolo, cede in fretta e furia il difensore all’estero, lasciando un enorme vuoto nella difesa milanista che negli anni tenterà invano di sostituire il terzino savonese con elementi del calibro di Bogarde, Daino e compagnia bella. Panucci ha giocato fino alla soglia dei quarant’anni ad altissimi livelli, il Milan ha incassato e portato a casa uno sbaglio gravissimo.

3) Edgar Davids - Olandese come Rijkaard, Gullit e Van Basten, Davids arriva al Milan dall’Ajax nell’estate del 1996 come una delle maggiori promesse del calcio europeo. Tabarez e Sacchi lo fanno giocare poco in una stagione disgraziata in cui l’olandese, a febbraio, si rompe anche tibia e perone durante Perugia-Milan. La riabilitazione lo riporta in forma per la stagione successiva, ma dopo le prime apparizioni, Capello lo lascia perennemente fuori e a gennaio Davids fa le valigie e si accasa alla Juventus diventando uno dei pilastri della squadra bianconera.

2) La trattativa Pato-Tevez - Sulle spalle di Berlusconi c’è e ci sarà sempre un fardello pesantissimo, legato alla mancata cessione di Pato (ormai ridotto ad un rottame) al Paris Saint Germain per oltre 30 milioni di euro nel gennaio del 2012, legata all’arrivo in rossonero di Carlos Tevez dal Manchester City. La figlia Barbara, legata allora sentimentalmente a Pato, chiede al papà di bloccare il tutto quando le penne stavano già toccando i fogli dei contratti: Berlusconi fa saltare una trattativa che porterà Tevez alla Juventus un anno e mezzo dopo, Ibrahimovic e Thiago Silva al Paris Saint Germain per fare quella cassa saltata con la mancata partenza di un Pato che, viceversa, rimarrà al Milan a fare il malato immaginario, senza più segnare e diventando il bersaglio dell’inferocito pubblico milanista.

1) Ibrahimovic-Thiago Silva - Il peccato originale, mortale, il delitto perfetto della dirigenza del Milan. La partenza dei due più grandi campioni della squadra, del centravanti e del difensore più forti al mondo, ceduti al miglior offerente e il cui ricavato non è mai stato reinvestito. L’emblema della decadenza rossonera, l’emblema delle menzogne di Berlusconi e Galliani negli ultimi 5 anni, da quel rinnovo contrattuale al brasiliano con tanto di conferma in diretta tv, passando per i giuramenti di Galliani sulla permanenza dello svedese a Milanello, finendo con la doppia cessione dei due fuoriclasse al Paris Saint Germain: da allora 4 scudetti di fila per i francesi e il buio più totale per un Milan da quel 2012 alla deriva.