27 maggio 2019
Aggiornato 04:30

Roberto Baggio è stato davvero così inutile per il Milan?

L'ex fuoriclasse compie 51 anni. I tifosi rossoneri possono ricordarlo con affetto o le sue due annate milaniste sono state di basso profilo come molti dicono?

Roberto Baggio, 51 anni, ha giocato nel Milan dal 1995 al 1997 vincendo uno scudetto
Roberto Baggio, 51 anni, ha giocato nel Milan dal 1995 al 1997 vincendo uno scudetto ( ANSA )

MILANO - E’ stato il più amato dagli italiani, come il celebre spot pubblicitario di una certa cucina. Roberto Baggio fa venire ancora oggi che compie 51 anni il magone agli appassionati di calcio, a quei fortunati che hanno potuto vivere l’epopea delle gesta del campionissimo veneto, dalla metà degli anni ottanta e il suo esordio in serie C al Vicenza, fino al maggio del 2004 con l’epico abbraccio con Paolo Maldini, due delle più grandi icone della storia del calcio, al momento della sostituzione del Divin Codino a pochi minuti dal termine di Milan-Brescia, la sua ultima partita da calciatore professionista; la chiusura più illustre, nella cornice (San Siro) più sontuosa d’Italia, col pubblico in piedi ad applaudire la fine di un’epoca.

Vestito di rossonero
Ha chiuso contro il Milan, una delle sue parentesi in una carriera costellata di successi e gloria, ma forse non la più riuscita. «Baggio al Milan? Niente di che». Banalmente in molti riassumono con queste parole l’esperienza del campione di Caldogno a Milanello, ma davvero il numero 10 italiano per eccellenza è passato così inosservato nella squadra italiana più conosciuta al mondo? Il Pallone d’Oro del 1993 e i mondiali americani vissuti da protagonista nel 1994 non bastano a Baggio per essere confermato da una Juventus alla ricerca di rilancio, fresca campione d’Italia con Marcello Lippi (1994-95), un tecnico in ascesa che, dopo aver riportato lo scudetto a Torino a nove anni dall’ultima volta, ha un peso rilevante nelle scelte societarie e non si oppone alla cessione di un Baggio calato di rendimento nell’ultima stagione, con pochi stimoli, incalzato da un giovane e rampante Alessandro Del Piero che può rappresentare il futuro juventino. Il Giappone fa di tutto per portare Roberto Baggio in una delle squadre del campionato nipponico, la fede buddista del calciatore è un alimentatore enorme per vederlo nella terra del Sushi, ma Baggio ha ancora voglia d’Italia: sceglie il Milan e il Milan sceglie lui per riconquistare quello scudetto che la Juve dello stesso Baggio gli ha sottratto nel maggio precedente dopo tre anni di dominio assoluto. L’idea di Berlusconi è semplice: affiancare Baggio a Savicevic e Weah in un attacco stellare che nessuno in Italia può vantare; Fabio Capello, tecnico milanista, è costretto ad optare per il 4-3-3, scardinando dai muri di Milanello quel 4-4-2 che resiste dai tempi di Sacchi. Già in estate scoppia il dilemma sul numero 10: il 1995-96 sarà infatti storico per la serie A che per la prima volta introduce la numerazione fissa e il nome dei calciatori sulle maglie, per cui la 10 al Milan sarà sempre e solo una, e va deciso se assegnarla a Baggio o a Savicevic. Entrambi fanno finta di niente, ma entrambi la vogliono; alla fine la spunta il genio montenegrino, forse per anzianità di militanza in rossonero e per non minare l’equilibrio dello spogliatoio con l’arrivo del campione nuovo. Baggio si accontenta del numero 18, ma poco importa, i tifosi sono già in fibrillazione per vedere le meraviglie del tridente dei sogni.

Dal Pallone d’Oro alla panchina
Padova-Milan è la prima giornata del campionato 1995-96, l’Italia intera attende la squadra di Capello, designata come la grande favorita alla vittoria finale, ma soprattutto attende di capire come il trio rossonero Baggio-Savicevic-Weah possa adattarsi allo spigoloso calcio italiano. Dopo 5 minuti Weah porta in vantaggio il Milan su assist di Roberto Baggio, il Padova pareggia e alla fine del primo tempo è addirittura il vecchio capitano Franco Baresi a regalare il successo ai rossoneri tornando al gol dopo quasi cinque anni di digiuno. Il Milan vince, ma la squadra è spaccata in due tronconi, si capisce fin da subito che quel tridente reggerà poco nonostante le voglie presidenziali. Tutti gli occhi sono puntati su Roberto Baggio, il nuovo arrivato, l’elemento che ha causato lo stravolgimento dello scacchiere tattico di Capello che già non vede di buon occhio un attacco a tre così puro. Alla seconda giornata il Milan batte l’Udinese a San Siro per 2-1 con rete decisiva di testa di Roberto Baggio ad un soffio dal 90’, ma le critiche si assopiscono appena, perché i rossoneri in attacco sono troppo confusionari; l’ex juventino si ripete nel 3-0 contro l’Atalanta, ma dopo il ko a Bari in cui la formazione milanese punge ad intermittenza, Capello inizia ad accantonare il 4-3-3 classico, cominciando a tener fuori oggi Savicevic e domani Baggio, lasciando il solo Weah come terminale offensivo, col montenegrino o il codino accanto e con pedine di valore tattico rilevante come Di Canio o Boban a dar man forte alla manovra d’attacco. Baggio finisce spesso in panchina oppure parte titolare ma il tecnico lo toglie a mezz’ora dalla fine, convinto che il calciatore non sia in condizione per reggere 90 minuti, il suo contributo si fa minore, la scena se la prende Weah che segna a raffica e soprattutto nelle partite decisive. In molti si chiedono a cosa serva Roberto Baggio al Milan, chiuso da un gruppo collaudato da cinque anni, le sue ali tarpate da un allenatore pragmatico che bada al risultato come unico traguardo, da raggiungere ad ogni costo. Eppure il numero 18 si ritaglia i suoi momenti di gloria, soprattutto in Coppa Uefa dove decide con una splendida doppietta l’andata della sfida contro il Bordeaux di Zidane: 2-0 a San Siro e la qualificazione sembra in tasca. Ma forse è destino che la gloria rossonera di Baggio non debba essere goduta sino in fondo: in Francia i rossoneri vengono travolti dalla furia di Christophe Dugarry che con i suoi due gol mette in ginocchio il Milan dando vita ad una rimonta epocale che estromette la squadra di Capello dalla coppa e rende di fatto inutili le due reti di Baggio all’andata. In campionato, nel frattempo, Baggio continua a stentare nonostante nella prima partita del 1996 contro la Sampdoria, il fantasista veneto faccia alzare in piedi tutto San Siro pur con il freddo e la pioggia battente che scende sul capoluogo lombardo: Savicevic e Panucci hanno indirizzato sul 2-0 il risultato in favore dei rossoneri, Baggio è titolare perché Weah è in Coppa d’Africa, ed è particolarmente ispirato: dopo una serie di giocate elegantissime, seppur nel pantano di San Siro, il Divin Codino riceve palla sulla destra, si avvicina all’area di rigore sampdoriana, con due dribbling mette a sedere altrettanti difensori avversari, quindi spara un missile che si insacca all’incrocio dei pali. Baggio esulta con vigore, liberandosi forse di qualche peso e di quelle voci che insistono sulla sua inutilità in rossonero e su un rendimento molto al di sotto delle attese. Il pubblico milanista, intanto, si spella le mani per applaudire una prodezza eccezionale, una giocata sopraffina che i programmi televisivi della domenica ripropongono a raffica.

Uno scudetto nell’ombra
Il Milan vince il campionato 1995-96 facendo festa nella penultima sfida casalinga contro la Fiorentina, in vantaggio per prima col futuro rossonero Rui Costa e rimontata dal gol di Savicevic e dal rigore di Roberto Baggio che stavolta non si tira indietro dal dischetto di fronte ai viola, spiazza Toldo e corre a far festa per il suo secondo titolo consecutivo. Il Milan è campione d’Italia, ma Baggio non è considerato fra i grandi protagonisti del trionfo. Dopo Milan-Fiorentina, tutta la rosa milanista è ospite di Pressing, il programma di Italia 1 condotto da Raimondo Vianello; il compianto Giorgio Tosatti prende la parola e chiede a Baggio: «Sente più suo questo scudetto o quello con la Juve dell’anno scorso?». Il calciatore è stufo di confronti e valutazioni, la sua stagione è stata tutto sommato positiva con 7 reti all’attivo in un’annata da non titolare fisso. Risponde alla domanda con educazione e con quello stile schivo che ne ha sempre contraddistinto la carriera, portandolo a concedere pochissime interviste; si mantiene sul vago, dicendo di ritenersi importante in entrambe le annate, felice di esser diventato campione d’Italia tanto a Torino quanto a Milano. I rapporti con Capello sono stati tirati ma onesti, il tecnico friulano non gli ha mai nascosto di ritenerlo incapace di sostenere una partita intera, sommando anche questioni tattiche ed equilibri di squadra, specialmente quando i rossoneri erano in vantaggio, cioè praticamente sempre.

Le ruggini con Sacchi
Ma Capello diventa ben presto un ricordo perché lascia il Milan dopo quattro scudetti in cinque anni e sulla panchina rossonera si siede l’uruguaiano Oscar Washington Tabarez, apprezzato da Berlusconi per il carattere e per un gioco solido durante la sua esperienza al Cagliari. Il nuovo allenatore opta per il 4-4-2, il modulo che al Milan è di casa, e dice a chiare lettere di puntare moltissimo su Baggio e Weah, a suo giudizio la coppia di attaccanti migliore della squadra. Savicevic è scavalcato da un Baggio ringalluzzito dalla fiducia del nuovo tecnico, tanto che già alla prima giornata manda in gol i compagni e segna lui stesso nel 4-1 dei rossoneri contro il Verona. Il grande obiettivo è anche la Coppa dei Campioni in cui il talento di Caldogno esordisce nella prima gara del girone che la squadra di Tabarez perde a San Siro 3-2 contro il Porto. Baggio segna anche nel derby contro l’Inter che termina 1-1, ma il Milan ben presto sprofonda in una crisi tecnica e caratteriale, Tabarez viene inghiottito dal vortice, prova a porre rimedi tattici e schiera Baggio come centrocampista centrale nel 4-4-2 con l’inserimento di Marco Simone in attacco accanto a Weah, forse l’unica intuizione geniale del tecnico sudamericano perché i due si scoprono eccellenti compagni di squadra diventando anche grandi amici fuori dal rettangolo di gioco. Il 1 dicembre 1996 Tabarez viene esonerato all’indomani della sconfitta per 3-2 del Milan a Piacenza e sulla panchina rossonera torna Arrigo Sacchi che con Baggio ha condiviso i mondiali del 1994 in cui l’attaccante era stato protagonista assoluto pur non avendo mai avuto un rapporto di stima con il commissario tecnico; il celebre «Questo è matto» pronunciato da Baggio al momento della sua sostituzione dopo 10 minuti nella gara contro la Norvegia a causa dell’espulsione di Pagliuca e ripreso dalle telecamere di tutto il mondo, è solo l’emblema di un amore mai sbocciato tra il tecnico romagnolo e il talento veneto. La stagione del Milan è un incubo, i rossoneri vengono sbattuti fuori dalla Coppa dei Campioni dal Rosenborg già nella fase a gironi ed escono quasi subito dalla Coppa Italia per mano del Vicenza futuro vincitore della manifestazione e nonostante il gol dell’ex di Baggio nell’andata a San Siro. Sacchi e Baggio non si trovano, l’allenatore milanista fatica a farsi capire dal gruppo, la squadra è stanca, logorata dalla gestione trionfale ma dispendiosa di Capello; ad aprile si consuma la frattura totale: nella gara umiliante contro la Juventus che trionferà a San Siro con un pesantissimo 6-1, Baggio parte come al solito in panchina e sullo 0-3 Sacchi lo fa alzare per il riscaldamento, ma il calciatore inizialmente si rifiuta indispettito. Sarà il vice di Sacchi, Pietro Carmignani, a smussare l’orgoglio di Roberto Baggio convincendolo a mettersi la canotta da allenamento e ad entrare in campo qualche minuto dopo mentre la Juventus continua a bucare la porta di Sebastiano Rossi. La stagione termina col Milan all’undicesimo posto (peggior risultato dell’era Berlusconi) e la separazione con Sacchi, incapace di ripetere le annate precedenti da leggenda. Baggio chiude con 5 reti all’attivo e un finale di campionato da separato in casa con l’allenatore, chiedendo alla società di avvisarlo in caso di conferma del tecnico, nella cui eventualità chiederebbe la cessione immediata.

L’addio
Sacchi viene invece mandato via e Berlusconi richiama in panchina Fabio Capello, di ritorno dal Real Madrid. Da una telefonata col tecnico di Pieris, Baggio intuisce che le intenzioni del nuovo-vecchio allenatore sono tutt’altro che attestati di stima nei suoi confronti, ma si presenta ugualmente al ritiro estivo della squadra, convinto di potersi giocare le sue carte e far cambiare idea a Capello. Ma in pochissimi giorni Baggio ha la conferma che per lui al Milan non c’è più posto, l’allenatore non gli dà fiducia e gli dice chiaramente di non avere progetti tecnici per lui, anzi, che lo ritiene di intralcio, perché un nome come Roberto Baggio non si può tenere perennemente in panchina o peggio ancora in tribuna. Da lì Galliani fa partire una trattativa lampo col Parma trovando l’accordo con la società emiliana per quasi 4 miliardi di lire, ma scontrandosi poi con Carlo Ancelotti, allenatore dei gialloblu, che aveva avallato già la cessione di Gianfranco Zola perché ritenuto poco funzionale allo schieramento tattico della sua squadra e, considerate le simili caratteristiche, tagliando fuori anche Baggio dalla lista. Il passaggio al Parma salta e Baggio si accorda col Bologna dove con 22 reti segnate conquisterà la convocazione di Cesare Maldini per disputare con la nazionale italiana il terzo mondiale della sua carriera. L’esperienza milanista, chiusa dopo due anni dalle fortune alterne con uno scudetto conquistato la prima stagione e tanta panchina e precarietà nella seconda, lascia l’amaro in bocca nei tifosi rossoneri che sognavano di aprire un’epopea duratura e scintillante con il più grande campione italiano dell’epoca, con l’idolo delle folle, applaudito ed acclamato fino all’ultimo istante della carriera e costretto a lasciare Milanello nell’indifferenza generale. Baggio e il Milan, più rimpianti che gloria, eppure ancora oggi nei cuori dei tifosi milanisti un pezzetto di quel codino è rimasto, nonostante una squadra di campioni in cui Baggio era considerato uno dei tanti. No, Roberto Baggio non sarà mai uno dei tanti, neanche in un’avventura meno fortunata delle premesse.