20 gennaio 2020
Aggiornato 06:00
Dopo il caso Expo, prosegue la polemica sulle terapie riparative per l'omosessualità

Ordine degli psicologi: cambiare sesso si può, chiedere aiuto per non farlo no

Dopo il dibattito sul convegno Expo giudicato omofobo, la polemica intorno alle terapie riparative dell'omosessualità si arricchisce con un nuovo caso: lo psicologo sospeso dall'Ordine della Lombardia per aver parlato via web, a un utente che chiedeva se si potesse «uscire» dall'omosessualità, di protocolli terapeutici americani cosiddetti «riparativi»

MILANO - Un provvedimento di sospensione di tre mesi, e la cancellazione immediata della pubblicità del suo studio dal web: questa, la condanna comminata dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia a Paolo Zucconi, 64enne e da trent’anni psicologo. Il motivo? La risposta, giudicata «poco accettabile», fornita, sul sito «guida psicologi.it» il 19 luglio 2013 a un utente che gli chiedeva se fosse possibile «uscire dall’omosessualità». Ma di che cosa, esattamente, è «accusato» il dottor Zucconi? «Di cosa mi accusano? Non ho ancora ricevuto dall’ordine il disposto scritto. Io sono stato sospeso a parole, ma ancora non ho ricevuto niente», dichiara. «Quello che mi è accaduto è assurdo, fuori dal comune, perché io non sono omofobo e non ho offeso nessuno», tiene a specificare. «Da quel giorno in cui sono stato chiamato dall’Ordine e sono stato sottoposto a un processo deontologico (che poi è stato più «bibliologico» che deontologico), io non ho saputo più nulla: aspetto un disposto scritto che ancora non è arrivato», afferma.

UNA RISPOSTA GIUDICATA INAPPROPRIATA - Il messaggio «incriminato» del dottor Zucconi suonava così: «Quando l’omosessualità non [giustificato poi come un refuso dallo stesso scrivente, e in seguito corretto - ndr] era considerata una malattia (prima del 1991) dal Manuale diagnostico del disturbi mentali redatto dall’APA gli psicoterapeuti cognitivo-comportamentali utilizzavano un efficace protocollo terapeutico con buon successo. Lo stesso protocollo può essere utilizzato anche oggi con altrettanto successo – all’interno dell’approccio cognitivo comportamentale – solamente nel caso che la persona avverta un evidente disagio nel suo comportamento sessuale o in pensieri rivolti a persone dello stesso sesso e chieda esplicitamente di passare da una posizione di orientamento omosessuale verso pensieri e pratiche eterosessuali». Secondo le memorie difensive del dottor Zucconi, a essergli contestati sarebbero principalmente due fatti: da un lato, quell’errore di battitura che stravolgeva il senso della prima frase, prodotto su ammissione dello stesso Zucconi, per una frettolosità che, secondo il Consiglio dell’Ordine degli Psicologi, trattando una questione così delicata non sarebbe dovuta esistere. Dall’altro, la qualifica di «professore» che il dottore si sarebbe attribuita, sul proprio sito, impropriamente.

IL NODO IRRISOLTO DELLE TERAPIE RIPARATIVE - A preoccupare l’Ordine degli Psicologi, però, al di là dell’errore motivato da trascuratezza e del titolo accademico giudicato improprio, sarebbe anche il riferimento ai protocolli «riparativi» del comportamento omosessuale, che tanto ricorda la polemica appena scoppiata sul convegno che si terrà il prossimo 17 gennaio, patrocinato da Expo e giudicato omofobo. Zucconi precisa di non aver mai praticato tali protocolli: «so che esistono a seguito degli studi che ho fatto durante l’università in anni precedenti al ’91; ho solo risposto a una persona che mi chiedeva informazioni in proposito». Del resto, sul sito professionale dell’Ordine degli Psicologi lombardi, si legge che tale organismo «difende la libertà dei terapeuti di esplorare senza posizioni pregiudiziali l’orientamento sessuale dei propri clienti, segnalando che qualunque corrente psicoterapeutica mirata a condizionare i propri clienti verso l’eterosessualità o verso l’omosessualità è contraria alla deontologia professionale». D’altronde, da quando l’omosessualità ha cominciato a essere depatologizzata, il mondo scientifico e le associazioni di psicologi americane e europee osteggiano le teorie riparative. Ad essere sbagliato, dicono i critici, è il loro stesso presupposto: l’omosessualità non è una malattia e dunque non va ‘riparata’. Moltissimi studi, inoltre, hanno dimostrato che la condizione omosessuale non è correlata ad una maggiore presenza di indicatori del disagio psichico rispetto all’eterosessualità. Eppure, come comportarsi quando è una stessa persona omosessuale che, vivendo situazioni di disagio psicologico, intende informarsi su terapie riparative, o addirittura sottoporsi ad esse?

IN ALCUNI STATI AMERICANE, LE TERAPIE RIPARATIVE SONO FUORI LEGGE - La questione è complessa e farraginosa, e non solo in Italia. Esattamente un anno fa, nel gennaio 2014, la commissione Welfare del Parlamento della Virginia ha bocciato il disegno di legge che mirava a bandire le terapie riparative, divieto già da tempo in vigore, invece, in New Jersey e in California. D’altronde, la polemica sembra particolarmente destinata a infiammarsi nel nostro Paese, in un periodo in cui la comunità omosessuale spinge per vedersi riconosciuta dei diritti che lo Stato non pare pronto a concedere, e dove il pericolo omofobia è sempre dietro l’angolo. Eppure, ci si chiede se, fermo restando l’estraneità del comportamento omosessuale dal concetto di «malattia» e la condanna di ogni condotta omofoba, sia giusto «impedire» a una persona di sottoporsi ad un percorso terapeutico liberamente scelto. I sostenitori delle teorie riparative ritengono che, così facendo, si attuerebbe una forma di discriminazione alla «rovescia», e si chiedono provocatoriamente: perché cambiare sesso sì, e «riparare» l’omosessualità no? Si potrebbe ipotizzare che agire sul corpo possa avere effetti meno dirompenti che farlo sull’animo, e che, anziché promuovere terapie atte a «curare», per così dire, l’omosessualità, se ne possano proporre alcune volte a far accettare, al paziente, il proprio orientamento sessuale. Tuttavia, dell’argomento si sa ancora troppo poco, anche perché troppo facilmente si sconfina in strumentalizzazioni da una parte o dall’altra. L’impressione è che, talvolta, la sacrosanta preoccupazione di evitare e combattere qualsiasi manifestazione omofoba, in un retroterra culturale che purtroppo resta piuttosto arretrato e dove le discriminazioni ancora esistono, finisca per silenziare un dibattito che, invece, sarebbe utile affrontare. Un dibattito che sia supportato da argomentazioni scientifiche, e che sia sempre ispirato al rispetto della dignità delle persone, a prescindere dal loro orientamento sessuale.