24 maggio 2022
Aggiornato 04:00
Elezioni Quirinale

Bicchiere mezzo pieno per il PD, ma preoccupa Conte in «sintonia con Salvini»

Al Pd si sforzano di vedere il bicchiere mezzo pieno dopo la prima giornata di votazioni per il Quirinale: «Finalmente è partito un dialogo 'doppio', che tiene insieme Quirinale e governo»

Il Segretario del PD, Enrico Letta
Il Segretario del PD, Enrico Letta Foto: ANSA

Al Pd si sforzano di vedere il bicchiere mezzo pieno dopo la prima giornata di votazioni per il Quirinale. «Finalmente è partito un dialogo 'doppio', che tiene insieme Quirinale e governo. Noi lo dicevamo da tempo», dice un parlamentare democratico. E un passo avanti, in effetti, da questo punto di vista è stato fatto, grazie anche alla «discesa in campo» di Mario Draghi, che ha cominciato a parlare con i leader dei partiti, da Matteo Salvini a Enrico Letta e Giuseppe Conte.

L'elezione del premier è una delle opzioni in cima alla lista del leader Pd, forse la prima, ma appunto a patto che si riesca a siglare un'intesa complessiva. L'altra metà del calice, però, resta pericolosamente vuota, perché dalla Lega filtra irritazione per i no che Draghi avrebbe pronunciato rispetto alle richieste di Salvini sull'eventuale nuovo governo. Poi c'è Conte, che in teoria ha un «patto di consultazione» con Pd e Leu e che però dopo aver visto il leader della Lega dice di essere in «totale sintonia» con lui.

Le mosse di Conte sono «concordate», assicura uno dei dirigenti vicini a Letta, «lui deve marcare una sua autonomia, per esigenze interne. Nessun problema». Però qualche dubbio deve pur esserci se, di fronte all'ipotesi di un asse Conte-Salvini sulla testa del Pd il parlamentare aggiunge: «Chiunque pensasse di rompere la maggioranza che sostiene il governo deve avere ben chiaro che questo significherebbe la fine della legislatura». Il segretario comunque in pubblico ostenta ottimismo, ai giornalisti parla di «incontro positivo» dopo il colloquio con Salvini.

Nel Pd non sono tutti convinti come Letta della opportunità di eleggere Draghi, Andrea Orlando anche oggi ha fatto capire di avere qualche dubbio in più, sia pure senza citare il premier: «Serve al più presto una soluzione di alto profilo. Il problema non è soltanto quale organigramma e quanto dura la legislatura ma in che stato di salute può uscire da questo passaggio la Repubblica». L'ala sinistra del partito, ma anche un bel pezzo di Leu, teme l'ipoteca dei «tecnici», come si avrebbe con Draghi al Quirinale e una Marta Cartabia - o un Daniele Franco, o una Elisabetta Belloni - a palazzo Chigi.

A microfoni spenti, poi, un esponente M5s vicino ai vertici del Movimento dice: «Siamo ancora in alto mare?». La resistenza di una buona parte dei 5 stelle nei confronti di Draghi è nota e, aggiunge, «poi noi dobbiamo consultare la base se nasce un altro governo, lo dice lo statuto». Anche per questo dentro M5s si continua a pensare che Luigi Di Maio possa essere spendibile, se si andasse su un politico per la figura del premier. Un'ipotesi che anche Bruno Tabacci, conversando in Transatlantico, definisce una possibile «ottima soluzione, perché Luigi è cresciuto molto». Di certo renderebbe più difficile dire no alla promozione dell'attuale presidente del Consiglio, ma che non sarebbe semplice fare accettare a Lega, Iv e Fi.

D'altro canto, le altre soluzioni segnate sul taccuino di Letta continuano al momento a trovare altrettanti ostacoli: il Mattarella-bis richiederebbe la convergenza almeno di tutta la maggioranza di governo, cosa che al momento non c'è perché la Lega dice no. In teoria al Pd non escludono nemmeno un «nome super partes», sempre votato almeno da tutta la coalizione di governo, ma sono davvero pochi i profili di questo tipo e più o meno tutti - da Giuliano Amato a Pier Ferdinando Casini - scontano una serie di veti incrociati.

Domani si ricomincia, Letta e Salvini hanno già annunciato che si rivedranno. Al Pd la preoccupazione resta la stessa dei giorni scorsi: attenzione a bruciare Draghi, il premier ha già detto che la maggioranza di governo non può spaccarsi sul Quirinale. Insomma, nessuno pensi di poter eleggere il presidente con forzature che rompono la coalizione, perché appunto «significherebbe la fine della legislatura».