25 settembre 2021
Aggiornato 22:30
L'intervista

Rolando: «Con Draghi il governo è cambiato rispetto a Conte. Ma i partiti quando cambiano?»

Stefano Rolando, professore di Comunicazione pubblica e politica, analizza al DiariodelWeb.it i diversi stili comunicativi di Giuseppe Conte e di Mario Draghi da Presidente del Consiglio

Giuseppe Conte e Mario Draghi
Giuseppe Conte e Mario Draghi ANSA

All'inizio era apparso come un premier freddo, distante, poco comunicativo nei confronti dei cittadini. Ma negli ultimi giorni, con l'ormai famosa conferenza stampa del green pass e con l'appello a vaccinarsi, anche Mario Draghi ha dimostrato tutte le sue capacità comunicative. E i cittadini sembrano averlo percepito, stando ai consensi misurati nei sondaggi. Ma questo diverso stile rispetto al suo predecessore Giuseppe Conte nasconde una vera trasformazione? E, soprattutto, modificherà anche il sistema dei partiti? Il DiariodelWeb.it lo ha chiesto a Stefano Rolando, per decenni manager nelle comunicazioni e oggi professore di Comunicazione pubblica e politica e Public branding all'università Iulm di Milano.

Stefano Rolando, come comunicano i politici italiani, nel loro complesso?
La comunicazione pubblica è un tema importante. In un modo o nell'altro, dovranno pure conquistarsi un po' di consenso. A patto che non sia rivoltante, per il cittadino e per la società. Che si voglia rendere un servizio, piuttosto che ottenere visibilità. Purtroppo in Italia questo andamento era altalenante, ma da molto tempo viveva un ciclo basso. La politica conta meno, i politici hanno l'ansia di essere visibili e dunque puntano su ciò che garantisce loro più ascolto: i problemi, le crisi, le difficoltà.

A proposito di crisi, il coronavirus ha rappresentato un'occasione unica, per chi era al governo in quel momento.
Il problema viene da lontano, sarebbe ingiusto legarlo solo allo scorso governo. I partiti hanno perso vigore e si sono affidati più all'annuncio propagandistico che all'operato. Conte si è trovato a fare i conti con questo quadro politico e lo ha interpretato. All'inizio la sua comunicazione istituzionale non è stata ridondante, ma connessa alle richieste della comunità scientifica: state tutti a casa. E ha funzionato. Il problema è cominciato dopo. Tutti i Paesi hanno avuto il problema di conciliare la scienza, da un lato, e l'economia, dall'altro, che davano interpretazioni e prognosi diverse. Una politica di livello non li fa litigare, ma tenta la sintesi.

Da questo punto di vista, Conte è passato per un grande mediatore.
Eppure ha gestito questi forti conflitti non mediando, bensì facendo la spola. Un giorno andava da una parte, quello dopo dall'altra. Un giorno apriva, quello dopo richiudeva. Questo zigzag, alla fine, ha disorientato, ha creato ansia e fatica. Non si capiva più quale parametro si stesse usando. E Conte ne ha pagato il prezzo, rimanendo popolare, ma perdendo efficacia nella sua azione e, alla lunga, perdendo i voti necessari in parlamento.

Non è che Conte, dalla pandemia, volesse lucrare un consenso politico, ponendosi come unico salvatore?
Certo. Conte, quando ha iniziato il suo mandato, era fuori dal sistema, dunque doveva consolidare la sua immagine e la sua reputazione. Però, non appartenendo ad un partito, apparentemente non aveva nemmeno il problema della visibilità politica: questo era un vantaggio che, con il tempo, ha perso. Ad un certo punto ha dato l'impressione di voler stare in partita, recuperando quella legittimazione che gli mancava: si è capito fin da quando ha utilizzato i rapporti europei per ottenere le sponde necessarie alla sua riconferma. A conferma che la sua comunicazione politica non era così diversa. Infatti ha cominciato ad entrare nelle case dei cittadini, tutti i giorni, il che poteva anche non essere utile.

In questo senso Draghi ha voltato pagina?
Draghi ha ereditato la necessità di mettere fine a queste discrasie. E lo ha fatto partendo da un'alta reputazione e un'alta conoscenza del sistema europeo. Ha imbarcato la politica in un momento in cui era stremata, facendole una proposta generosa: mi date i voti in parlamento per un anno e mezzo, non dovete esporvi ai conflitti laceranti, avete il tempo di ricostituire il progetto per il Paese; in cambio io, con i miei tecnici, gestisco la prospettiva, cioè la transizione che ci chiede l'Europa. Così ha già aggiustato un bel pezzo della situazione.

Ma è riuscito a spiegarlo agli italiani?
Per un po' di tempo non ha parlato. E può essere anche il migliore del mondo, ma il Paese lo deve comunque accompagnare. Non deve fare il banchiere, che compie le azioni e poi le dice. Ma successivamente ha iniziato a dar prova di saper parlare. Le conferenze stampa le conduce con eleganza, con un modello di retorica che ricorda l'avvocato Agnelli: non pasticciato, essenziale, leggermente ironico, con un filo di understatement. Sa trovare le parole riassuntive ed evitare la retorica del bisticcio simulato, tipico della politica. Se deve dire che una cosa è sbagliata, lo dice.

Questo stile cambierà anche quello dei partiti?
Io non ho mai visto cambiare la politica dopo un governo tecnico. La politica cambia quando finisce un ciclo e se ne apre un altro, fatto di visione, di indirizzo, di collocazione internazionale, di alleanze sociali, di ricette economiche, di modelli di partito e capacità di rapportarsi al Paese.

Cambi del genere all'orizzonte non se ne vedono.
Il Pd è quasi incomprensibile in questo periodo; l'area di centro liberal-democratica non riesce a trovare sintesi; la destra è opportunista e abilmente cinica, accorpandosi e dividendosi su tutto. Ma una trasformazione Draghi l'ha fatta. Ha preso un'Italia marginale in Europa e lo sta restituendo centrale, grazie alla sua reputazione, al rimbalzo economico, alle difficoltà degli altri Paesi. Al punto tale che non c'è più un partito che si dica antieuropeo, perché è un dividendo che conviene a tutti. Penso che questo elemento resterà. Tuttavia la vera partita si giocherà nei prossimi sei mesi.

Ovvero?
Da una parte i partiti gestiscono l'esistente. Dall'altra i ministri tecnici hanno il problema di disegnare la griglia che terrà il Paese per i prossimi cinque anni. Questo lascito non è indifferente, non è quello del governo Monti che doveva spennarci perché avevamo la corda al collo. La pausa Draghi lascerà soldi, reputazione e scelte da attuare. I partiti possono diventare cinghia di trasmissione di questa trasformazione, comunicarla al Paese.

Cioè, raccontare ai cittadini il famigerato Pnrr?
Ma lei l'ha letto? Tutti dicono che è un grandissimo documento, ma è illeggibile, non si capisce niente. Nessuno ne parla, nessuno lo descrive, perché è difficile. I partiti avrebbero un grande ruolo, se facessero lo sforzo di partecipare a questo processo di spiegazione e accompagnamento.

Allora potrebbero cambiare davvero.
Ma non mi pare sia nell'aria, in agenda. Il nostro ceto politico ancora non sta confermando la massima del grande politologo tedesco Karl Schmidt, secondo cui la nuova classe dirigente dei Paesi maturi si crea solo e unicamente nei momenti di crisi. Noi facciamo fatica a vedere dove questa nuova classe dirigente stia.