18 giugno 2021
Aggiornato 11:00
L'intervista

Trombetta: «Il Pnrr? Draghi lo ha scritto quasi sotto dettatura dell'Europa»

Il giornalista Gilberto Trombetta, candidato a sindaco di Roma, spiega al DiariodelWeb.it tutte le insidie per l'economia italiana contenute nel Recovery Fund

Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi
Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi ANSA

Nei giorni scorsi, il Consiglio dei ministri ha dato il via libera definitivo al Piano nazionale di ripresa e resilienza, che ora dovrà essere sottoposto per l'approvazione a Bruxelles per ottenere i finanziamenti del Recovery Fund. Ma è davvero questa la via maestra per uscire dalla crisi economica innescata dalla spirale del Covid-19? Il DiariodelWeb.it lo ha chiesto a Gilberto Trombetta, giornalista economico, addetto stampa e candidato a sindaco di Roma per il Fronte sovranista italiano.

Gilberto Trombetta, quali sono state le reali conseguenze della pandemia da coronavirus sull'economia italiana?
Solo per dare qualche numero, parliamo di un milione di disoccupati in più in un anno, che sono arrivati a 2,5 milioni. Di settecentomila inattivi in più, che sono giunti a 14 milioni: disoccupati, ma così scoraggiati che nemmeno cercano più il lavoro. I poveri assoluti oggi sono cinque milioni, hanno chiuso circa centomila imprese.

E in termini di Pil?
Abbiamo perso circa centocinquanta miliardi di euro, cioè l'8,9%: da circa 1750 siamo scesi a 1600 miliardi.

Di fronte a questa tragedia, il Recovery Plan può essere una soluzione sufficiente?
Non è una soluzione e non è neanche soluzione. Siamo a maggio 2021, i problemi in Italia sono iniziati a febbraio scorso. Quindi è passato più di un anno dallo scoppio della crisi sanitaria, e di questo fantomatico strumento che avrebbe dovuto rivoluzionare l'Unione europea, ad oggi, nessuno Stato ha visto un euro.

E nel frattempo che cosa sta succedendo negli altri Stati?
Il Giappone, gli Stati Uniti, l'Inghilterra hanno messo sul campo centinaia di miliardi di euro, semplicemente usando le loro banche centrali. Solo Biden, l'ultimo presidente, ha annunciato un nuovo pacchetto di stimoli da 1800 miliardi di euro: più del Pil italiano. Teniamo conto che il Recovery Fund dovrebbe essere di 750 miliardi per tutta la Ue. E, per giunta, ad oggi non esiste.

In che senso?
Deve essere ratificato dai rispettivi parlamenti nazionali. Non è solo uno strumento in ritardo, potrebbe addirittura non vedere mai la luce effettivamente. Questa possibilità c'è ancora. E anche se partisse, verrebbe diluito negli anni.

Quanta parte di questi 750 miliardi arriverebbero effettivamente in Italia?
Potremmo avere al massimo 81 miliardi di sussidi, ma non è detto che li ottenga tutti. Quelli che impropriamente molti colleghi chiamano «a fondo perduto». In realtà andranno restituiti, in base alle quote di partecipazione al bilancio Ue, entro il 2058. L'Italia dovrà ridare tra i 50 e i 55 miliardi di euro. E poi c'è la voce a parte del contributo al bilancio: a quel punto, anche usufruendo del massimo dei sussidi, il saldo sarebbe negativo per 50 miliardi di euro. Insomma, è molto simile ad un mutuo. È vero che è dilazionato nel tempo, ma nessuno si sognerebbe mai di dire che un mutuo è a fondo perduto. In più è come se la banca ti dicesse: ti do i soldi, ma devi comprare quella casa e arredarla come dico io.

Quali sono i condizionamenti imposti ai finanziamenti del Recovery Plan.
Prima ancora di ricevere i fondi, già ci sono delle condizioni. Bisogna dire all'Europa come intendiamo spenderli, e non in linea generale, ma in maniera estremamente dettagliata e anche con una scansione temporale: quello che sta succedendo con il famoso Pnrr. Una volta presentato il piano, loro possono chiedere di riscriverlo oppure approvarlo. Ma, anche in quest'ultimo caso, il piano è soggetto a verifica semestrale. E, se non lo si rispetta, secondo la Commissione o anche solo secondo uno Stato, l'erogazione viene sospesa e può essere completamente interrotta.

Come andranno spesi questi soldi?
Più della metà deve essere spesa per la digitalizzazione e il cosiddetto Green New Deal. A parole possono sembrare anche aspetti positivi, ma cerchiamo di capirci. Se si va a leggere, diventano sussidi che servono a far pagare a tutta la Ue la riconversione dell'industria automobilistica, prevalentemente franco-tedesca. Questa è la rivoluzione verde: serve a pagare la transizione, lunga e costosa, dalle macchine a combustibile tradizionale a quelle elettriche, fatta nei tempi e nei modi sbagliati.

E poi l'Unione europea impone anche delle riforme.
Dovremmo ormai sapere che le riforme chieste dalla Ue non intervengono mai dal lato della domanda, ma da quello dell'offerta. Mirano a rendere più insicuro il lavoro, a ridurre le tutele sociali e la spesa pubblica, a rientrare dal rapporto debito/Pil, alla reintroduzione dell'Imu sulla prima casa, all'aumento dell'età pensionabile. Insomma, all'austerità. Ce lo chiedono da tempo, ora hanno un'arma di ricatto in più.

Si parlava tanto di una nuova Europa nata dalla pandemia, ma siamo sempre al solito copione.
Esattamente. Anche il famigerato Patto di stabilità non è stato né cancellato né modificato, solo temporaneamente sospeso. E adesso i Paesi che stanno risalendo ai livelli pre-Covid, già da settimane, chiedono di reintrodurlo.

Qual è il suo parere sui primi mesi di attività a livello economico del governo Draghi?
Ha continuato sulla falsariga del governo precedente: pochi interventi, in ritardo, confusi e insufficienti. Il prossimo scostamento di bilancio previsto non è molto lontano da quelli del governo Conte. Si sta ricorrendo sempre troppo poco all'emissione di titoli di Stato: che sicuramente possono avere dei tassi d'interesse un po' maggiori rispetto ai prestiti della Ue, ma arrivano scevri da ogni condizionamento. Una delle differenze maggiori di Draghi rispetto a Conte è che recepisce in maniera molto più chiara ed estesa tutte le riforme raccomandate dall'Europa. Diciamo che è uno studente più bravo, d'altronde viene da lì.

È ancora più accomodante rispetto alle richieste dell'Unione europea.
Sì, senza ombra di dubbio. Prima di presentare il Pnrr c'è stato un fitto scambio telefonico con la Ue. Non dico che sia stato scritto sotto dettatura, ma ci avviciniamo molto.