16 novembre 2018
Aggiornato 23:30

Il nuovo, grande partito di Salvini ha già un nome (e una strategia)

«Il nome Lega non si tocca», chiarisce Matteo. E infatti il futuro soggetto politico si chiamerà «Lega per Salvini premier». E non assorbirà i big di Forza Italia, ma i suoi elettori
Il ministro dell'Interno e segretario della Lega Matteo Salvini
Il ministro dell'Interno e segretario della Lega Matteo Salvini (ANSA/MATTEO BAZZI)

ROMA – Che in casa Lega sia allo studio un nuovo partito lo ha confermato lo stesso numero due, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti: «Se i giudici confermano il sequestro dei 49 milioni, chiudiamo baracca». Una scelta obbligata, prima ancora che politica, perché l'eventuale sentenza esecutiva di sequestro, attesa per il 5 settembre dal tribunale del Riesame di Genova, potrebbe paralizzare economicamente il Carroccio. Eppure è stato Matteo Salvini in persona ad aggiungere un altro dettaglio, domenica dal Berghem Fest di Alzano: «Il nome Lega non si tocca. Non facciamo politica in base ai soldi e alle sentenze». Una smentita alle indiscrezioni circolate nelle ultime ore? No, semmai una precisazione. Perché il nuovo partito, probabilmente, si farà, ma continuerà comunque a chiamarsi Lega. Anzi, per la precisione «Lega per Salvini premier»: un marchio (con lo sfondo blu e la scritta bianca, al posto del vecchio logo di Alberto da Giussano) che del resto è già comparso nel dicembre scorso in Gazzetta ufficiale e che ha addirittura una sua sede, in via delle Stelline a Milano.

Fusione dal basso
Sarà questa, dunque, l'identità di quello che i retroscenisti già definiscono «grande partito unico di centrodestra». Ma anche questa denominazione necessita di un chiarimento: nel senso che l'intenzione del vicepremier non è quella di assorbire il personale politico di Forza Italia e di Fratelli d'Italia, ma semmai i loro voti. «Non abbiamo tempo per lanciare nessuna Opa su Forza Italia – ha dichiarato lo stesso Giorgetti – Se portiamo via elettori a Forza Italia, o a altri partiti, non è colpa nostra, ma loro». Dunque le porte restano chiuse ai vertici forzisti, a quei big in cerca di rilancio: «Ricevo tante richieste da parte di esponenti di Forza Italia – rivela al Tempo Francesco Zicchieri, deputato e coordinatore laziale – Ma non c'è posto per chi immagina la Lega come un treno su cui salire. Non abbiamo bisogno di transfughi». Semmai, il Carroccio è pronto ad accogliere la base del partito berlusconiano, i giovani attivisti, quelli che hanno lavorato nell'ombra dei consigli comunali, che hanno svolto politica dal basso, a suon di banchetti e di manifesti sui territori.

Asticella al 40%
Questa potrebbe essere la strada che porterà la Lega di Salvini alla definitiva esplosione. Ad oggi i sondaggi danno il partito abbondantemente oltre il 30%, ma «abbiamo ancora ampi margini di crescita – sussurrano da via Bellerio al ben informato Dagospia – Possiamo guadagnare tranquillamente almeno altri 5 punti percentuali ai danni di Forza Italia e almeno un paio di punti da Fratelli d’Italia». L'obiettivo è raggiungere quota 40% alle prossime elezioni europee, eguagliando quell'exploit che cinque anni fa ottenne l'odiato Pd di Matteo Renzi. Per riuscirci, certo, i leghisti dovrebbero spaccare in due gli ex alleati di Forza Italia, e la rottura della vecchia coalizione di centrodestra per ora resta una soluzione estrema, anche se sempre più vicina. Per salvare l'asse Salvini-Berlusconi, per presentarlo compatto alle prossime elezioni regionali in Abruzzo e Basilicata, sono in corso proprio in queste ore delle trattative telefoniche febbrili tra i due leader. Matteo è disposto a concedere le due presidenze di Regione a Fi, a patto che in cambio Silvio faccia marcia indietro sulla Rai e voti finalmente il candidato presidente Marcello Foa. Se invece il Cav procederà dritto per la sua strada, insistendo per i nomi più graditi come quelli di Fabrizio Del Noce o Gianni Minoli, la guerra sarà definitivamente dichiarata. Anche nelle urne.