23 ottobre 2019
Aggiornato 11:30

L'ammutinamento del Pd: Renzi non vuole la conta, ma gli altri vanno avanti

Franceschini e minoranze: confermare fiducia a Martina

L'ex segretario del Pd Matteo Renzi
L'ex segretario del Pd Matteo Renzi ANSA

ROMA - Si va alla conta, in direzione Pd, il tentativo di Lorenzo Guerini di evitare un voto in Direzione non ha sortito l’effetto sperato, almeno finora, e se non ci saranno novità tra la nottata e domattina, alla fine si potrebbe arrivare davvero ad una spaccatura tra i democratici. Anche perché, in realtà, la mossa di Guerini non è stata esattamente accolta come un gesto distensivo da parte del fronte che chiedeva almeno di andare a vedere le carte dei 5 stelle e che, soprattutto, ha vissuto molto male l’intervista di Fabio Fazio a Matteo Renzi. «Quel documento – racconta un parlamentare, peraltro di area renziana – ha uno scopo molto chiaro: serve a spaventare il ‘reggente’, dicendogli che i numeri non sono dalla sua parte e che è meglio che eviti la conta». Formalmente, però, il documento dice altro: evitiamo «conte interne», la colpa dello stallo è di M5s e centrodestra, il Pd dice no a governi Di Maio o Salvini ma è pronto a impegnarsi insieme a tutte le forze politiche «per riscrivere le regole».

Minoranze furiose
Un testo che, secondo fonti renziane, sarebbe stato firmato da 77 deputati e 39 senatori. Numeri, appunto, che dovrebbero in qualche modo incutere timore a chi punta alla conta in Direzione. La reazione delle minoranze, però, non è proprio positiva. Dice Andrea Orlando: «La conta promossa dai capigruppo per non fare la conta ancora non si era mai vista». Secondo Piero Fassino, poi, «l’unità non basta invocarla, ma va costruita giorno per giorno, con costante volontà, determinazione, pazienza. E fondandola sull’ascolto, sul rispetto reciproco e sulla chiarezza delle scelte». Insomma, come spiega Dario Franceschini «l’unità si può costruire facilmente, anche passando dalla chiarezza di un confronto politico, ma partendo da un voto esplicito di fiducia della direzione al segretario reggente, atto minimo ma indispensabile per dargli la forza di gestire una fase così difficile, sino all’assemblea o al congresso». E Orlando aggiunge: «L’unità è possibile solo se c’è chiarezza».

Voto esplicito a Martina 
Un voto esplicito di fiducia a Martina, questo vogliono le minoranze di Orlando, Cuperlo e Emiliano, ma anche Franceschini e Fassino. Il perché lo spiega bene un esponente della minoranza: «Noi pensiamo di avere i numeri anche in Direzione, ormai. Ma se non dovessimo averli e ci fermassimo al 48%-49%, metteremmo comunque agli atti che gli equilibri non sono più quelli del congresso, la maggioranza congressuale non c’è più. Renzi è isolato e anche se può mantenere un 51% in Direzione, non ha più quel 70% del congresso».

La lamentatio di Renzi
Renzi, parlando ai senatori, si era lamentato: «Sono due mesi che, nel Pd, anziché discutere di quello che combinano gli altri (ovvero innanzitutto i 5 stelle e la Lega, ndr) ci parliamo addosso, un dibattito tutto tra noi in cui si cerca solo di dare a me tutte le colpe di quello che è accaduto». In serata, con la enews, ha chiesto «unità anche in vista della direzione di domani», aggiungendo: «Lorenzo Guerini ha proposto questo documento (molto sobrio, nello stile che è proprio di Lorenzo) per evitare polemiche. Io l’ho firmato come molti altri parlamentari e membri di Direzione: no al Governo Di Maio o Salvini, sì a lavorare insieme sulle regole del gioco, no a polemiche inutili». Appello che, per ora, sembra destinato a cadere nel vuoto.