14 novembre 2019
Aggiornato 09:00

L'autocritica (e la critica) pesante di Civati al DiariodelWeb.it: «Ora Leu faccia le secondarie»

Era uno dei fondatori di Liberi e uguali, ma non è stato rieletto: ora riflette ai nostri microfoni sugli errori che hanno portato al loro risultato disastroso

ROMAPippo Civati, ci eravamo lasciati prima della campagna elettorale con aspettative a doppia cifra. Poi la realtà del voto è andata un po' peggio per Liberi e uguali...
No, è andata molto peggio: è stato un disastro per tutta l'area progressista di questo Paese. Qualcuno è addirittura sceso sotto il 20%, partendo dal 40. Noi avevamo l'aspettativa di salire rispetto ai sondaggi del 3 dicembre, il periodo in cui ci siamo incontrati, invece questo risultato non c'è stato, per mille ragioni. Alcune delle quali sono in nostro potere, alcune no: il Paese è andato a destra, il crollo del centro-sinistra è stato micidiale, sia per il centro che per la sinistra. Finanche per il trattino... Abbiamo perso un'occasione, che comunque era molto difficile.

Tra le ragioni che erano in vostro potere, c'era sicuramente la formazione delle liste, verso cui ha avuto qualcosa da ridire...
Non solo sulle liste, anche sul programma...

...e forse anche sulla scelta del leader, Pietro Grasso?
Non ho niente da dire sulle persone, avevo solo capito che sarebbe stata una campagna plurale, in cui non sarebbe emerso solo un leader ma una squadra, anche con posizioni diverse. C'era chi in aula aveva votato certe riforme, e che è stato contestato per questo, e chi era stato un po' più attento: penso al Jobs act, alla Buona scuola, alla riforma elettorale, a quella costituzionale... Io pensavo ad un equilibrio diverso, che non c'è stato.

In ogni caso non si può certo dire che Grasso sfondasse in televisione.
Come figura di garanzia della lista avrebbe funzionato tantissimo. Invece ha preferito una campagna molto su di sé, anche dal punto di vista televisivo, e assistita da personalità molto note, che però portavano su di sé il peso di alcune responsabilità, come Bersani e D'Alema. A me hanno chiesto di D'Alema per tutta la campagna elettorale, anche se io ero candidato nel Nord e lui in Salento.

Perché è una figura che divide molto.
Io qualche riflessione sull'opportunità di dare un segnale di rinnovamento più marcato l'avevo fatta.

Lei è stato particolarmente penalizzato nella formazione delle liste.
No, non sono stato penalizzato io. Sono stati penalizzati tutti, e quindi anche io.

Però non si sarebbe voluto candidare nel collegio di Bergamo e Brescia.
Io non volevo andare da nessuna parte: faccio solo notare che, se c'è un criterio, si rispetta. Non ci dovevano essere pluri-candidature a pioggia e ci sono state per tutti, ci doveva essere la territorialità e sono stati tutti scombinati, non ci dovevano essere deroghe per chi aveva fatto un certo numero di mandati e le hanno fatte. Erano regole che avevamo votato all'unanimità dentro Leu, non le aveva decise il perfido e divisivo Civati. Si era astenuto solo uno, che ho trovato.

Chi era?
Un delegato dall'estero. Che secondo me deve fare il leader della sinistra italiana, perché era l'unico che forse si era reso conto che c'era qualcosa di sospetto. Sono state liste molto deboli, perché non rappresentative dei territori, del pluralismo, dell'innovazione. Essendoci pochi nomi pluri-candidati, si riduceva anche il novero dei concorrenti.

Insomma, già all'epoca vi siete subito divisi?
No, gli altri erano tutti d'accordo. E infatti sono in parlamento contenti, o almeno spero per loro. Io sarei un po' più riflessivo. Ma infatti vedo che c'è stata una forte autocritica da parte di tutti, no?

Non tantissimo...
Pensavo che ci fosse stata.

Ma qualcuno la dovrebbe fare?
No... ormai sono parlamentari, è giusto così.

La solita maledizione della sinistra. Ogni volta si cerca una formula diversa: Bertinotti, Ingroia...
Sono tutte storie diverse.

Ma il risultato è più o meno lo stesso.
In altri casi non si entrava neanche in parlamento, in realtà. Questa volta l'unità si è tentata, era la strada giusta, io ci ho lavorato moltissimo, e ha riguardato i tre quarti della sinistra. C'è anche chi festeggia e rivendica di non essere entrato in parlamento: io non la penso così, sono un po' più sobrio. Anzi, sono dispiaciuto, non solo personalmente ma anche come Possibile, di essere poco rappresentato in parlamento. Il vero problema è che ha vinto la destra: perché ha vinto lei, mi dispiace per Di Maio, che però è anche un po' di destra. Il centro-sinistra è stato punito per questa legislatura. E in un momento del genere non bisogna sbagliare nulla: se ti metti anche tu a sbagliare qualcosa, diventa una tragedia.

La divisione, però, è sempre in agguato. Sulle regionali del Friuli, i bersaniani vogliono già andare con il Pd.
Noi rispettiamo tutti. Fino al giorno delle elezioni sapevamo che Leu non avrebbe partecipato a una lista con la Serracchiani o Bolzonello, che è il suo vice. Pare che un po' di candidati di Mdp saranno invece nelle sue liste. Ripeto: non sono io divisivo, è lei che l'ha notato e facciamo la cronaca.

Sembra un po' una coazione a ripetere.
Magari loro pensano di unirsi, ma con qualcun altro...

Adesso Liberi e uguali che cosa dovrebbe fare: partecipare al tentativo di governo di Pd e Cinque stelle?
Perché, c'è un tentativo di Pd e Cinque stelle?

Qualcuno lo auspica.
Non lo so, ci sarà un appello di Mattarella... Visto che non sarò in parlamento, e non avrò questa responsabilità, sono curioso che Leu discuta nelle assemblee locali, a tutti i livelli, che cosa fare per il governo.

Secondo lei?
Dobbiamo starcene all'opposizione e ricostruire la sinistra.

Però così si apre la porta al governo M5s-Lega, che per voi è ancora peggio.
La porta l'hanno aperta gli elettori, di certo non sono i quattro senatori di Leu che cambiano la vita. Sono bravissimi, ma sono quattro di numero: altri faranno un gioco più pesante del nostro. Io dico che Grasso e gli eletti devono convocare le assemblee, non per costruire un nuovo partito, ma per esprimere l'orientamento degli iscritti o dei militanti rispetto alla proposta di governo.

Il famoso referendum che il Pd non vuole fare.
Che io proposi nel 2013, alle stesse persone che lo propongono adesso, e che mi fecero una pernacchia. Poi le cose sono andate benissimo, quindi avevano ragione loro.

E invece Civati cosa farà?
Va a lavorare, ma meno. La notizia che do a tutti quelli che mi scrivono «Vai a lavorare!» è che lavorerò meno di quanto abbia fatto in parlamento. Dove pensano tutti che ci si rilassi, invece sono molto più rilassato adesso. Farò politica part-time, come tante persone, in modo volontario. Ma mi sento libero. Un po' meno uguale, ma molto libero...