17 giugno 2019
Aggiornato 19:30
Elezioni politiche 2018

Ma quali moderati... Gli elettori italiani si sono dimostrati incavolati neri

Per anni la politica ha vissuto sul mito che le elezioni si vincessero al centro. Ma oggi, all'Italia falcidiata dalla crisi, servono soluzioni estremistiche

Mario Borghezio, europarlamentare della Lega Nord
Mario Borghezio, europarlamentare della Lega Nord ( ANSA )

ROMA – L'avete sicuramente vista anche voi, perché dal 4 marzo ad oggi televisioni, giornali e siti web non hanno più smesso di bombardarci con la stessa immagine: quella famigerata cartina dell'Italia spaccata a metà, con il nord tutto azzurro e il sud tutto giallo. Ecco, è giunto il momento di affermarlo con convinzione: quella cartina non è nient'altro che una grossa, grassa bugia. Raccontare un Paese uscito dal voto diviso in due tronconi significa solamente alimentare una lettura semplicistica, che non tiene conto (o che addirittura vuole depotenziare, consapevolmente e in malafede) del messaggio, forte e chiaro, lanciato dagli elettori nelle urne. Che è stato lo stesso, a qualsiasi latitudine: il sistema di potere politico ed economico italiano, così com'è, ci ha stufato.

Sconfitta inequivocabile
Non è un caso che, sebbene Movimento 5 stelle e Lega si dividano sull'individuazione del reale vincitore, quando si parla dei perdenti sono invece tutti d'accordo: si tratta del Partito democratico e di Forza Italia. Che non sono soltanto le due forze politiche che, a vario titolo, hanno governato ininterrottamente con gli ultimi quattro esecutivi, tecnici prima e di larghe intese poi, nei sette anni scorsi. Ma sono anche i partiti che, con la scusa dell'ottimismo, hanno sempre insistito a negare quella crisi di cui invece i cittadini sentivano bene i morsi nelle loro tasche. «Siamo un Paese benestante: i consumi non sono diminuiti, i ristoranti sono pieni, si fatica a prenotare un posto sugli aerei», furono le famose parole pronunciate dall'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel 2011, in piena recessione. E il suo figlioccio Matteo Renzi, più interessato a vantare i suoi presunti risultati che a raccogliere il grido di dolore di una nazione, ha ripetuto lo stesso ritornello fino a poche settimane fa: «Chi ha portato l'Italia fuori dalla crisi ha un nome e cognome: Partito democratico».

Ingiustizia sociale
Ebbene, se non bastasse la percezione quotidiana di tutti noi, ci ha pensato l'Istat, nei giorni scorsi, a certificare come il nostro Paese sia stato davvero «portato fuori dalla crisi». L'indice di povertà è salito dal 19,6% al 23% in dieci anni: questo significa che oggi quasi una persona su quattro risulta essere a serio rischio. Il 5% più ricco degli italiani possiede circa il 30% del patrimonio nazionale complessivo, mentre al 30% più povero spetta solo l'1%. Insomma, nonostante le mirabolanti riforme dei passati governi, dagli 80 euro al Jobs act, la realtà delle famiglie si ostina ad essere aspra, crudele, insostenibile. Ed è proprio questa realtà che l'elettorato ha voluto urlare a squarciagola nelle urne, due settimane fa, per essere sicuro che tutti, proprio tutti, lo sentissero e smettessero una buona volta di voltarsi dall'altra parte. Dal 4 marzo scorso, la filastrocca del «va tutto bene, madama la Marchesa» non attacca più. Nessuno potrà più permettersi di far finta di niente.

Non moriremo democristiani
Nord e sud si saranno quindi anche divisi sulle ricette (il Settentrione imprenditoriale predilige la flat tax della Lega, il Meridione disoccupato il reddito di cittadinanza del M5s), ma il loro malessere, il loro disagio, la loro rabbia sono gli stessi, e sono questi sentimenti ad avere realmente trionfato alle ultime elezioni. Nonostante i partitoni, l'informazione, la finanza internazionale, le istituzioni europee le abbiano provate tutte, fino all'ultimo, per spaventare gli italiani con lo spettro dei «populisti», l'allergia contro questo sistema così ingiusto aveva ormai raggiunto un livello talmente alto da esondare con una furia incontenibile: come nel caso della Brexit, come nel caso di Trump, ma ancora di più. Un tempo la politica italiana era dominata dal mito che le elezioni si vincessero al centro, tanto che tutti gli schieramenti hanno per decenni corteggiato partitini dello zero virgola, come l'Udc o l'Udeur, tanto impalpabili quanto rassicuranti, nella convinzione che le ricette troppo estremiste rischiassero di spaventare il ceto medio. Oggi quello stesso ceto medio, ormai maltrattato, devastato, demolito, si è riscoperto non più moderato, ma incavolato nero.

Governo Borghezio
E sarebbe un gran bene che questa incavolatura trovasse finalmente uno sbocco anche al governo, con un'alleanza tra grillini e leghisti che, pur con le rispettive differenze programmatiche, rispondesse all'appello lanciato dagli italiani: basta con le riformicchie gattopardesche, ora ci serve una cura da cavallo. Un'alleanza che raccogliesse il testimone di quella rivoluzione politica, culturale, sistemica che il Paese ha chiesto a gran voce, invece di farlo cadere nel vuoto. Non ci permettiamo di suggerire il suo nome come eventuale premier, ma a noi comunque questo progetto di esecutivo piace soprannominarlo «governo Borghezio». Perché sarà anche brutto, sporco e cattivo, ma almeno un pregio l'europarlamentare leghista ce l'ha avuto, quello di intuire questo fenomeno con largo anticipo. Fin da quando gridò dal palco di un comizio uno slogan rimasto celebre, tanto pittoresco quanto profetico, riascoltandolo con il senno di poi: «Ci dicono che siamo moderati? Moderati un c...».