18 ottobre 2019
Aggiornato 06:00

La congiura delle comari: Prodi, Veltroni e gli altri tramano contro Renzi?

Prodi, a un passo dal fatal limite che separa il senso del ridicolo dal senso dell’assurdo, minaccia di «levare le tende dal Pd»: senza rendersi conto che non lo hanno mai voluto dentro il Pd

Romano Prodi, Matteo Renzi e Walter Veltroni: tutti contro il segretario Pd?
Romano Prodi, Matteo Renzi e Walter Veltroni: tutti contro il segretario Pd? ANSA

ROMA - La più famosa: la congiura di Catilina. La più evocativa: la congiura dei Pazzi. La più sacra: la congiura delle polveri o dei Gesuiti. La più studiata dai liceali: la congiure del silenzio di Lucrezio. Congiura: che parola meravigliosa. Evocativa, potente, subito alla mente corrono pugnali, patti di sangue, giuramenti fatti nell’ombra. Per liberarsi di qualcuno, di un nemico o, ancor più spesso, di un amico. Le congiure più famose sono diventate romanzi, film, opere liriche, sono studiate sui testi scolastici e nelle scuole di politica. Le congiure sono quegli atti assai umani che costruiscono, nel bene e nel male, l’edificio di cui si compone la storia.
Per questa ragione, oggi, non si può che sorridere di fronte ai titoli dei maggiori quotidiani italiani che parlano di «congiura anti Renzi». Al massimo, si potrebbe parlare di riunione di pianerottolo per far fuori il caposcala che vuole comandare un po’ troppo nel palazzo. Ma davvero, per chi ha cuore le parole e il loro significato, chiamare in causa la «congiura» è vagamente eccessivo.

La sindrome di Catilina
Il segretario del Partito Democratico teme quindi la congiura ai suoi danni. Il personaggio non è scevro di coraggio: ha deciso di litigare con tutti e liberarsi di tutti. E’ quindi lui che sta mandando a quel paese tutti coloro con non sbattono i tacchi in sua presenza con immediata solerzia. Le ragioni di questa durezza sono ignote: la servitù che lo circonda e lo vezzeggia al massimo fa sentire qualche lievissimo lamento, mai spingendosi nel peccaminoso mondo della critica. Matteo Renzi però ha deciso che quell’antico motto fascista che recitava «molti nemici molto onore» è il programma politico che vuole seguire. Altro non c’è: non esistono differenze di tipo politico, ideologico e culturale con i suoi avversari. Esiste invece una specie di conducator che si sente incredibilmente incompreso, terribilmente solo, maledettamente legato a un branco di mezze cartucce che ostacolano la sua marcia trionfale. Ma i congiurati, esattamente, per quale motivo vorrebbero fargli fare il Catilina del XXI secolo? Ci sono forse divergenze sul regalo a Intesa Sanpaolo delle due ex popolari venete? Ci sono forse divergenze sullo ius soli? Ci sono forse differenze sulla reintroduzione dei voucher alla faccia della Cgil e della democrazia? Ci sono forse differenze sulla politica estera spalmata sui desideri atlantici e contro la Russia? A tutte queste residuali domande una sola risposta: no.

Le commari pronte a fare la guerra: tra un po'
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Ma le comari di un paesino non brillano certo in iniziativa, le contromisure fino a quel punto si limitavano all'invettiva" cantava Fabrizio de André nella sua "Bocca di Rosa». Parole profetiche, che si adattano perfettamente alla nostra telenovela. Chi sono le comari del paesino? Nomi incredibili: Romano Prodi e Walter Veltroni sarebbero i capi. Poi ecco Franceschini, Zingaretti, il ministro Orlando. Personaggi che non muovono mezzo voto ma sono convintissimi che le loro parole possano suonare realmente pericolose per Matteo Renzi.  Prodi addirittura ad un passo dal fatal limite che separa il senso del ridicolo dal senso dell’assurdo minaccia di «levare le tende dal Pd»: senza rendersi conto che non lo hanno mai voluto dentro Il Pd, fin dalla fondazione di quel partito che gli costò il governo. E quella sì che fu una congiura. Ma su cosa litigano? Qui si entra nel regno dell’assurdo: sulle alleanze è il primo capitolo. Ovvero se oggi il Partito Democratico debba allearsi con Pisapia o andare da solo. Il secondo è dato dalla batosta elettorale che ha visto trionfare la destra dentro roccaforti storiche della sinistra.

Crozza-Veltroni e in lontananza baffetto: non mollano mai
Un partito a vocazione maggioritaria, queste furono le parole d’ordine del congiurato Walter Veltroni nel 2008 al Lingotto di Torino. «Ma che non basta a se stesso» aggiunse: subordinata che molti dimenticano. Torna in mente la imperitura imitazione di Maurizio Crozza, nel quale l’ex segretario del Pd faceva un’affermazione perentoria e subito dopo, preceduto da un granitico «ma anche», sosteneva il contrario. Quindi, ricapitolando, forse la congiura dei poveri dovrebbe essere scatenata sulle alleanze elettorali. Forse, perché le pagine e pagine di analisi politica che ormai ammorbano i quotidiani non entrano nel merito. Non fanno altro che alimentare un fuoco fatuo, una eterna telenovela che ha un unico copione: il capo Renzi solo contro tutti. Cosa, per altro, vera. Ma, in lontananza, già si vede l’ammucchiata. Qualora saltasse il patto del Nazareno capitolo secondo – molto dipenderà dalla legge elettorale – eco che si profila, nonostante queste congiure estive che lasciano il tempo che trovano, la «grande alleanza democratica per fermare le destre». Saranno tutti dentro quelli che oggi fingono di scannarsi: perfino Massimo D’Alema, padre dei congiurati, due sere fa ha avanzato un’ipotesi per nulla peregrina: un’alleanza dopo l’esito elettorale con l’odiato Matteo Renzi, «per condizionarne la politica». Sullo sfondo, al di là degli specchietti per le allodole estivi, si intravede il futuro prossimo venturo, che sarà esattamente uguale al passato recente, e remoto.