7 dicembre 2019
Aggiornato 13:00
La destra può guadagnare terreno

E sui pasticci dei grillini a Bruxelles e a Roma la destra organizza la sua «Reconquista»

Sull’asse Bruxelles-Roma si sta giocando il recupero di quella porzione consistente di consenso di destra, sovranista o identitario, che da tempo ha scelto di sostenere il M5S abbandonando per protesta i rispettivi partiti di riferimento

ROMA - Lega, Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle alleati «a progetto» sulla proposta di elezioni anticipate. Alleati «immaginari» come spauracchio per scongiurare ipotesi di ritorno al proporzionale. Ma di intese ufficiali, dopo tanto tempo, sono i partiti di destra adesso a non volerne più sentire parlare. Sull’asse Bruxelles-Roma si sta giocando infatti la «reconquista» di quella porzione consistente di consenso di destra, sovranista o identitario, che da tempo ha scelto di sostenere il M5S abbandonando per protesta i rispettivi partiti di riferimento. Sull’asse, per essere più precisi, dei disastri che le due espressioni più importanti dei pentastellati – gli eletti nel Parlamento europeo e in Campidoglio – stanno combinando con il contributo del fondatore stesso che, sempre più spesso, nel tentativo di rattoppare la situazione finisce invece per peggiorare le cose. L’ultimo esempio è stato il «vaffa» internazionale che il M5S si è preso dal gruppo ultraeuropeista Alde, i «montiani d’Europa» per intenderci: un respingimento shock avvenuto dopo un pre-accordo con l’incauto e ambizioso Guy Verhofstad e dopo il responso favorevole dei sempre meno affezionati iscritti-partecipanti al voto on-line sul sito del Movimento.

La destra può guadagnare terreno
Dopo tanti goal incassati dal rullo compressore del grillismo – che, come un virus, sui temi eurocritici si è adagiato sullo stesso sistema operativo delle destre sociali - gli avversari a destra hanno tutto da guadagnare, adesso, dal cortocircuito in atto nel Movimento in Europa e a Roma rispettivamente sui temi della lotta all’establishment e della buona amministrazione: due punti sui quali, per la prima volta, i mal di pancia della base iniziano a diventare aperto dissenso rispetto le scelte dei leader.

Il «vaffa» dell’Alde è un assist per la Lega
La Lega Nord dal pasticcio Grillo-Verhofstad non poteva ricevere assist migliore. «Mi spiace per gli elettori in buona fede dei Cinque Stelle che pensavano di votare per un partito che voleva lasciare l'euro, bloccare l'Europa e bloccare l'immigrazione». Matteo Salvini, prima ancora del benservito dei vertici di Alde, commentava così l’annuncio a sorpresa del capo dei 5 Stelle di convocare una votazione nata dal divorzio politico da Nigel Farage (poi rientrato dopo la figuraccia delle porte chiuse), leader dell’Ukip e riferimento europeo di quella porzione di euroscettici (l’Edf) che agisce politicamente in parallelo al gruppo degli identitari guidati da Marine Le Pen.

Solo retorica anti-casta e nulla più
Salvini ha avuto gioco facile in questo caso a rivoltare la retorica anti-casta grillina contro i propri estensori: «Per qualche poltrona e per qualche euro in più Grillo e i Cinque Stelle a Bruxelles» vorrebbero convergere con il partito «più europeista di tutti, quello sostenuto da Prodi e Monti che difende l'euro, le banche e l'immigrazione di massa». Le cose non sono cambiate dopo la rovinosa retromarcia dell’ex comico che è tornato tra le braccia di Nigel Farage. Per il leader della Lega «continua la farsa 5 stelle, mi spiace per i suoi elettori. Alla faccia del voto popolare online, ecco l'ennesima capriola di Grillo che torna in gruppo con Farage». Di qui l’invito ufficiale, il primo così diretto nel fare scouting tra eletti ed elettori: «Ai tanti elettori ed eletti 5 stelle che hanno contattato me e la Lega in queste ore, assicuro che simili voltafaccia ed incoerenze su temi così importanti come euro e immigrazione noi non li avremo e non li permetteremo. Per loro le porte sempre aperte».

A Roma FdI medita vendetta
Se Bruxelles piange, la Roma (grillina) non ride di certo. E qui a monetizzare sul pasticcio europeo ma soprattutto sull’impasse della giunta di Virginia Raggi è Giorgia Meloni. Durissimo il commento a caldo della leader di Fratelli d’Italia quando è stata annunciata l’intenzione dei vertici del Movimento di convergere sui liberali ultraeuristi: «La porta in faccia a Grillo non cambia la sostanza: dopo anni di slogan contro l’establishment, Beppe Grillo si rivela un Mario Monti qualunque». Meloni, come prima Salvini, ha messo al centro la delusione sempre meno carsica della base: «Ci dispiace per i tanti elettori che hanno votato in buona fede il Movimento Cinque Stelle sperando che volesse abbattere un sistema del quale invece vuole far parte».

Meloni: "Il 28 gennaio tutti a Roma per la manifestazione anti-establishment"
Anche a quest’ultimi e per questa ragione è stato lanciato l’invito per la manifestazione nazionale incentrata sulla sovranità di Roma, che oltre a chiedere elezioni subito nel rispetto del responso del referendum non mancherà di certo di indicare anche nel flop della Raggi e nel doppiopesismo giudiziario del M5S obiettivi polemici. Per tutto questo – ha spiegato Meloni - «invitiamo quindi gli italiani a venire in piazza con noi a Roma il 28 gennaio per dire che c’è invece chi ancora vuole mandare a casa quell’establishment e vuole rappresentare i diritti del popolo».