21 aprile 2024
Aggiornato 23:00
Per Boschi erano 500 mln, per Renzi anche di più

Referendum, i conti di Renzi non tornano. Ecco quanto si risparmierà davvero con il ddl Boschi

Renzi, nel 2014, parlava di 1 miliardo all'anno di risparmi sulla riforma; la Boschi, qualche mese fa, di 500 milioni. Peccato che la cifra certa sia di (soli) 58 milioni. Un caffè per italiano

ROMA - Una delle argomentazioni di punta con cui Matteo Renzi e i suoi fanno propaganda per il «sì» al referendum costituzionale è quella del «taglio delle poltrone» e i risparmi che ne deriveranno. Argomentazione che è finita pure nero su bianco sulla scheda elettorale, dove il quesito suona così: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente», tra le altre cose, «la riduzione del numero dei parlamentari» e la «riduzione dei costi delle istituzioni [...]?». Su quel quesito, giudicato eccessivamente di parte, il Movimento Cinque Stelle con Sinistra Italiana ha pure fatto ricorso al Tar, visto che, per i sostenitori del «no», la sburocratizzazione del linguaggio non è andata di pari passo con l'imparzialità necessaria per non «imbrogliare» gli elettori. Un referendum decisivo, questo, per cui sono scesi in campo tutti, soprattutto la finanza internazionale che vuole il "sì", cioè le riforme, cioè le privatizzazioni (LEGGI ANCHE "Come agisce il «terrorismo» finanziario e cosa c'entra col referendum di Renzi"). Ma scendendo nel merito della questione, a quanto ammonterebbe questa sensazionale «riduzione dei costi» tanto sbandierata da Renzi?

I 500 milioni della Boschi
Secondo la ministra Maria Elena Boschi, i risparmi immediati sarebbero di 500 milioni di euro. La Ministra, rispondendo a un'interrogazione parlamentare lo scorso giugno, fece sapere che «con il taglio del 33%delle indennità e rimborsi dei senatori – ha spiegato  – avremo un risparmio di 80 milioni l’anno, a cui si aggiungono circa 70 milioni l’anno per il funzionamento delle Commissioni, per esempio, d’inchiesta, per la riduzione dei rimborsi ai gruppi parlamentari al Senato, a questo va aggiunta una progressiva riduzione dei funzionari che saranno necessari grazie al ruolo unico e all’unificazione di Camera e Senato per la gestione del personale»

Il miliardo all'anno di Renzi
Una bella cifra, verrebbe da dire, anche se ridimensionata rispetto a quanto annunciato in pompa magna dal presidente del Consiglio Matteo Renzi nel marzo 2014, il quale parlò di «un miliardi di euro all'anno» di risparmi per il «pacchetto complessivo» delle riforme istituzionali da lui presentate: «Io presi l’impegno su un miliardo di euro di risparmi dei costi della politica: se tu hai il superamento del Senato con la riduzione della struttura anche senza mandare a casa i funzionari; l’abolizione delle Province con le varie strutture; i rimborsi dei consiglieri regionali; il pacchetto complessivo vale un miliardo di euro all’anno», giurava.

I conti non tornano
Ancora meglio: da mezzo milione a un milione di euro l'anno, verrebbe da pensare. Peccato, però, che i conti non tornino affatto. Perché le stime della Ragioneria di Stato elaborate nell'ottobre 2014 e visionate dal Fatto Quotidiano dicono tutt'altro. I risparmi certi per la finanza pubblica derivanti dal ddl Boschi ammontano solo a 57,7 milioni di euro, mentre le spese di Palazzo Madama diminuiranno solo del 9%.

58 milioni risparmiati, -9% per il Senato
Calcolatrice alla mano, per effetto della riduzione del numero dei componenti del Senato da 315 a 95 (esclusi quelli nominati dal Presidente della Repubblica), nonché alla limitazione dell’indennità parlamentare (10.385 euro mensili pro capite) ai soli componenti della Camera dei deputati, per la Ragioneria «la minore spesa conseguente a dette disposizioni è stimabile in circa 49 milioni di euro». Di questi, 40 milioni sono ottenuti dall’abolizione dell’indennità per i futuri senatori, e i rimanenti 9 dalla cessazione della corresponsione della diaria mensile (3.500 euro mensili pro capite). Considerando che, secondo l’ultimo bilancio, nel 2016 il Senato costerà 540 milioni di euro, secondo le stime della Ragioneria dello Stato, per effetto della riduzione del numero dei senatori il risparmio sarà di circa il 9%.

Province e Cnel
Un risparmio più consistente, insomma, si sarebbe potuto ottenere evitando una riforma confusa e controproducente, ma puntando direttamente sull'abolizione delle laute indennità dei parlamentari. Ma non è tutto. Perché secondo la Ministra il «superamento delle province» porterà a un risparmio «di 320 milioni l’anno». Altri 20 milioni deriveranno «dalla soppressione del Cnel». Anche su questo, la nota della Ragioneria sembra discordante. I risparmi concernenti le Province, secondo la nota del 2014, «non sono allo stato quantificabili», e lo saranno «solo a completa attuazione» della legge di riordino delle città metropolitane, Province, unioni e fusioni di comuni. La soppressione del Cnel, invece, produrrebbe per la Ragioneria «risparmi ulteriori pari a 8,7 milioni di euro, rispetto a quelli già previsti ed indicati nella relazione tecnica del disegno di legge di stabilità 2015 pari a euro 10.019.227 annui».

Il prezzo di un risparmio misero
Nel generoso computo della Boschi, però, non ci sono solo i risparmi immediati, visto che «Fondo Monetario Internazionale, Ocse e Unione Europea – ha spiegato – indicano nei prossimi dieci anni una crescita dello 0,6% grazie alle nostre riforme». Ma pur preventivando una improbabilissima crescita inattesa (difficile aspettarsela, visti i precedenti), i conti continuano a non tornare. Perché tra i 500 milioni della Boschi e i 58 milioni della Ragioneria, la differenza è rilevante: più di 442 milioni persi per strada. Per non parlare, poi, della differenza con il «miliardo all’anno» promesso dal presidente del Consiglio nel 2014. Le cifre certe sono, tutto sommato, irrisorie, e non cambieranno certamente lo stato della nostra economia: su ciascun italiano, il risparmio è di un euro, giusto il prezzo di un caffé. Di questi tempi, si dirà, «tutto fa brodo». Forse. Ma se questo è il misero risparmio per una riforma confusa che complicherà l’iter istituzionale anziché semplificarlo e riempirà il Parlamento di nominati, forse sarebbe meglio pensarci due volte prima di votare «sì».