9 marzo 2021
Aggiornato 09:00
L'intervista al Foglio

Referendum, Renzi il «manicheo» strizza l'occhio a destra per vincere

L'approccio del premier è manicheo: chi vota sul merito della riforma voterà sì; altrimenti, sarà un voto contro di lui e contro il cambiamento. E, per vincere, punta a racimolare i voti della destra

ROMA - Di questi tempi, si sa, il referendum costituzionale è letteralmente impresso nei pensieri del premier, che quell'attesissimo 4 dicembre si gioca, volente o nolente, una buona percentuale della sua carriera politica. D'altronde, è stato lui a personalizzare fin da subito lo scontro alle urne, inizialmente promettendo addirittura le sue dimissioni in caso di vittoria dei «no». E non importa se poi quella parola (come molte altre) se l'è rimangiata: quello che conta è che, da quel momento e a maggior ragione, lo scontro si è letteralmente infuocato, e le opposizioni si sono messe ancor di più sul piede di guerra.

Sicurezza e timori
Non che Renzi, intendiamoci, abbia mai manifestato eccessiva preoccupazione: del resto, non sarebbe proprio nel suo stile. Tutt'altro: il premier ha più volte ostentato sicurezza, dicendosi sicuro che gli elettori del MoVimento Cinque Stelle (il suo principale competitor nella campagna sul referendum) non avrebbero potuto che votare «sì» a una riforma che promette di tagliare le poltrone. Evidentemente, però, qualche timore lo ha avuto anche il presidente del Consiglio, che non a caso ha rimandato il più possibile la data del referendum: c'è chi dice per favorire l'astensionismo e quindi il «sì», chi per prolungare la campagna e far conoscere il più possibile tutti i (presunti) benefici della riforma.

Si vince a destra
Ad ogni modo, su una cosa il premier ha le idee chiare: mai come oggi, si vince da destra. Già in passato il premier si è mostrato molto meno schizzinoso dei suoi predecessori di sinistra a intercettare l'elettorato che fu di Silvio Berlusconi. E adesso, a maggior ragione, per Renzi «è inutile girarci intorno: i voti di destra saranno decisivi al referendum». In un'intervista al Foglio, il premier dichiara che ormai la larghissima parte della sinistra è con lui: e se qualcuno rimane da convincere, quel qualcuno è l'elettore della destra. Quell'elettore che - spiega - deve oggi decidere cosa fare: se votare sul merito, e quindi votare sì, oppure non farlo, e scegliere il no.

Chi vota no non vuole cambiare
Un ragionamento che, dal suo punto di vista, non fa una grinza: non è un mistero che la riforma al vaglio del referendum sarebbe molto più comprensibile se l’avesse proposta un governo di Centrodestra. Ad ogni modo, Renzi continua a ostentare sicurezza: per lui, questa riforma è la «madre di tutte le riforme», il coronamento di quel mandato ricevuto da Giorgio Napolitano di formare un governo che traghettasse l’Italia fuori dall’impasse politico-istituzionale, oltre che economica. Poi, a suo dire, esiste un livello pratico che sorregge l’importanza del testo: e cioè che l’Europa ci chiede di semplificare il nostro iter parlamentare e istituzionale. E chi dice no «si sta rassegnando a non voler cambiare l’Italia».

Il manicheismo di Renzi
L’approccio del premier è manicheo: chi vota sul merito non può che votare sì, gli altri sono ostacolo al cambiamento. E soprattutto, chi vota no non vota sul merito della riforma, ma lo fa solo «perché interessato alla persona del presidente del Consiglio». E aggiunge: «Sono loro che personalizzano, non io». In parole povere, per l’opposizione, secondo il premier, il fine è necessariamente strumentale: l’obiettivo è «buttare già il governo».

Tirare su l'Italia
Dal canto suo, Renzi sbandiera il proprio fine «più nobile» rispetto a quello degli avversari: «tirare su l’Italia». Il premier si allarga: se vince il sì, «l’Italia può diventare il vero motore di cambiamento dell’Europa». E pazienza se quella stessa Europa gli ha appena sbattuto la porta in faccia, in risposta alla piccola «rivolta» messa in campo dal premier a conclusione del vertice di Bratislava; Renzi è convinto che un’agenda italiana in Europa esista ancora: «un’agenda forte, su cui impegnarsi sempre di più per arrivare a risultati concreti». In questo senso, i prossimi mesi saranno decisivi, e i punti su cui scommettere due: da un lato il migration compact; dall’altro «stimolare un piano fiscale, sotto forma di sgravi, che possa rimettere in moto gli investimenti».

In Europa
E poi c’è la cultura, intesa come «motore per la costruzione di un’identità europea». Ma, si sa, in Europa contano soprattutto le cifre, e quel «muro» del 3% nel rapporto deficit-Pil l’Italia non l’ha mai potuto superarlo. Nonostante tre anni fa fosse stato lo stesso Renzi a scrivere, nel suo manifesto congressuale: «Superare il tre per cento». Il premier, però, ha scelto di seguire la strada della «reputation» – come la chiama lui –, perché, a suo avviso, non si può cambiare tutto subito. Il motto è: «rispettare le regole che non condividiamo». Almeno per ora.

Gli auguri a Berlusconi
Quanto agli allarmi giunti dall’opposizione e dalla minoranza Pd sulla sua «deriva autoritaria», Renzi parla di totale «mistificazione». E su Berlusconi, che proprio in questi giorni ha compiuto ottant’anni, il premier è chiaro: sarà ricordato per quello che ha fatto nel calcio, in tv, nell’editoria,ma non nella politica. In politica – afferma Renzi – ha perso troppe occasioni. L’ultima la sta perdendo ora, con il referendum. «Noi siamo dalla parte dell’Italia che ci sta provando a cambiare le cose, il presidente Berlusconi si è messo dall’altra parte. Molti auguri».