20 novembre 2019
Aggiornato 15:30
Domani la delegazione egiziana a Roma

«Ecco chi ha ucciso Giulio Regeni»: l'accusa ai vertici

Una serie di mail anonime inviate al quotidiano La Repubblica ricostruisce gli ultimi giorni di vita del ricercatore italiano ucciso al Cairo Giulio Regeni. I pm cercano la verità

ROMA – Mentre Roma attende la delegazione di investigatori egiziani, spuntano nuove interessanti notizie. In una lettera anonima, la morte del ricercatore italiano Giulio Regeni sarebbe da attribuirsi al generale Khaled Shalabi. L'anonimo scrive a La Repubblica e racconta la verità su Giulio Regeni. La lettera ricostruisce, passo dopo passo, quello che accadde dal 25 gennaio scorso, giorno della scomparsa del ricercatore, al 3 febbraio, quando Giulio venne trovato senza vita. Chi scrive si dice della Polizia segreta egiziana, lasciando intendere che parla per bocca di una seconda persona, impossibilitata ad esporsi. Le mail inviate dall'account Yahoo a Repubblica sono ora al vaglio del pm Sergio Colaiocco, che, innanzitutto, è chiamato a riconoscerne la validità. Ad accendere i riflettori sull'anonimo sono i dettagli che l'autore scrive relativi alle torture inflitte al ricercatore italiano. Dettagli in possesso solo di chi ha visto o conosce bene quanto accaduto a Giulio.

Shalabi
Repubblica riporta stralci delle mail dell'anonimo e si legge: «L'ordine di sequestrare Giulio Regeni è stato impartito dal generale Khaled Shalabi, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza», il distretto in cui Giulio scompare il 25 gennaio. Khaled Shalabi, già condannato per torture, subito dopo il ritrovamento del corpo senza vita di Giulio, convaliderà prima la tesi dell'incidente stradale e poi quella del delitto a sfondo omosessuale. Ma l'anonimo non si ferma a questo, puntando l'attenzione sul momento precedente il sequestro: «Fu Shalabi, prima del sequestro, a mettere sotto controllo la casa e i movimenti di Regeni e a chiedere di perquisire il suo appartamento insieme ad ufficiali della Sicurezza Nazionale». Come pure «fu Shalabi, il 25 gennaio, subito dopo il sequestro, a trattenere Regeni nella sede del distretto di sicurezza di Giza per ventiquattro ore».

La tortura
Il racconto dell'anonimo continua, con gli inquietanti particolari legati alle torture inferte al ricercatore italiano: Giulio «viene privato del cellulare e dei documenti e, di fronte al rifiuto di rispondere ad alcuna domanda in assenza di un traduttore e di un rappresentante dell'Ambasciata italiana», viene picchiato una prima volta. Chi è di fronte al giovane studente «vuole conoscere la rete dei suoi contatti con i leader dei lavoratori egiziani e quali iniziative stessero preparando». Tra il 26 e il 27 gennaio, secondo quanto scrive l'anonimo, «per ordine del Ministero dell'Interno Magdy Abdel Ghaffar», Giulio viene trasferito «in una sede della Sicurezza Nazionale a Nasr City». Regeni continua a ripetere di non voler parlare senza un rappresentante della nostra ambasciata. «Viene avvertito il capo della Sicurezza Nazionale, Mohamed Sharawy, che chiede e ottiene direttive dal ministro dell'Interno su come sciogliergli la lingua. E così cominciano le 48 ore di tortura progressive».

La condanna
La mail dell'anonimo continua con l'elenco delle torture subite dal giovane ricercatore: Giulio viene «picchiato al volto», «bastonato sotto la pianta dei piedi», «appeso a una porta» e «sottoposto a scariche elettriche in parti delicate», «privato di acqua, cibo, sonno», «lasciato nudo in piedi in una stanza dal pavimento coperto di acqua, che viene elettrificata ogni trenta minuti per alcuni secondi». Dopo i tre giorni di torture e il silenzio di Giulio, il ministro dell'Interno decide di rendere partecipe della situazione anche il consigliere del Presidente, il generale Ahmad Jamal ad-Din, che, «informato Al Sisi, dispone l'ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari, anche questa a Nasr city, perché venga interrogato da loro». La fine di Giulio viene scritta in questo passaggio, perché «i Servizi militari vogliono dimostrare al Presidente che sono più forti e duri della Sicurezza Nazionale». Per questo il ricercatore viene colpito con una sorta di baionetta e «gli viene lasciato intendere che sarebbe stato sottoposto a waterboarding, che avrebbero usato cani addestrati».

La morte di Giulio
«Regeni entrò in uno stato di incoscienza. Quando si svegliava, minacciava gli ufficiali del Servizio militare dicendogli che l'Italia non lo avrebbe abbandonato. La cosa li fece infuriare e ripresero a picchiarlo ancora più violentemente», continua la lettera. I medici militari affermano che i lunghi stati di incoscienza di Giulio sono dovuti a finzione e la tortura continua. Mozziconi di sigaretta spenti su collo e orecchie. A questo punto a nulla valgono i tentativi di rianimare il ragazzo. «Giulio viene messo in una cella frigorifera dell'ospedale militare di Kobri al Qubba, sotto stretta sorveglianza e in attesa che si decida che farne» e la decisione viene presa «in una riunione tra Al Sisi, il ministro dell'Interno, i capi dei due Servizi segreti, il capo di gabinetto della Presidenza e la consigliera per la sicurezza nazionale Fayza Abu al Naja». La riunione è stata determinante per lo sviluppo dei fatti, per quello che l'Egitto avrebbe detto rispetto alla fine di Giulio: «Nella riunione venne deciso di far apparire la questione come un reato a scopo di rapina a sfondo omosessuale e di gettare il corpo sul ciglio di una strada denudandone la parte inferiore. Il corpo fu quindi trasferito di notte dall'ospedale militare di Kobri a bordo di un'ambulanza scortata dai Servizi segreti e lasciato lungo la strada Cairo-Alessandria».