25 agosto 2019
Aggiornato 08:00
Posizioni (ovviamente) diverse

Salvini vs Renzi: ricette a confronto sulla Libia

E' stato dal salotto televisivo di Barbara D'Urso che il premier Renzi ha spiegato la posizione ufficiale del governo sulla Libia. E da altri salotti, Matteo Salvini gli ha risposto. Ecco le ricette a confronto dei due grandi rivali politici

ROMA - Difficile trovare una cosa su cui Matteo Salvini e Matteo Renzi vadano d'accordo. Tantomeno lo sono sulla questione più delicata in discussione in queste ore, e che riguarda un possibile intervento italiano in terre libiche contro gli estremisti. Renzi ha espresso la sua posizione e quella ufficiale del governo dal salotto televisivo di Barbara D'Urso a Domenica Live, peraltro sollevando un prevedibile polverone mediatico. Polverone che lo stesso Matteo Salvini ha un po' ridimensionato, inaspettatamente difendendo il rivale politico: «Renzi ha fatto benissimo ad andare dalla D'Urso, rispetto a certi pippotti televisivi inascoltabili», ha detto a La Zanzara su Radio24. Salvo poi esprimere, ospite a Di Martedì, un certo stupore per la scelta di Renzi di trattare una questione delicatissima come quella degli ostaggi italiani in Libia dal salotto domenicale della Tv commerciale piuttosto che in Parlamento: «Ci vado anch'io a Domenica Live, ma non sono presidente del Consiglio». D'Urso a parte, in quella sede il premier è stato chiarissimo: «A fare l’invasione della Libia con cinquemila uomini l’Italia, con me presidente, non ci si va. Non è un videogioco»

La posizione di Renzi
Le condizioni poste dall'esecutivo per un intervento in Libia, dunque, sono chiare e incontrovertibili: solo nell’ambito di una «iniziativa internazionale» su richiesta di un governo libico che sia «solido, anzi strasolido». Ora, è evidente, non ci sono le condizioni: ci si chiede però se queste ultime si verificheranno mai, visto il caos in cui imperversa il Paese e l'impasse politico in cui è da tempo bloccato. Ma l'incognita più grande è quanto a lungo l'Italia possa reggere una simile posizione, senza rischiare di perdere il ruolo di primo piano riconosciutole dai partner occidentali. I piani che si stanno preparando assegnerebbero al Belpaese la responsabilità di schierare un anello difensivo attorno alla capitale libica per garantire l’agibilità alle istituzioni politiche e finanziarie. Pare inoltre che l’Italia fornirà buona parte delle basi aeree necessarie per lanciare i raid e avrà inoltre la struttura di comando e controllo, già sperimentata con la campagna aerea del 2011. Eppure, per ora rimane tutto sulla carta: almeno finché non ci sarà un governo libico solido e ben disposto verso un intervento internazionale.

La posizione di Salvini
Una posizione decisamente troppo timida per il leader della Lega, convinto che in Libia non sia più tempo di rimandare. «Sarà impopolare ma io i soldati in Libia li manderei a combattere. Se ho degli appoggi in loco e c'è un piano per il dopo, sì, certo, li manderei», ha dichiarato alla Zanzara. «Qualcuno - ha aggiunto Salvini - ci ha dichiarato guerra. Con l'Isis dialogare è impossibile, quindi avendo dei punti d'appoggio ed avendo ben chiaro che cosa fare dopo l'intervento militare, io però i soldati li manderei». Il segretario federale della Lega non fa mistero di rimpiangere Gheddafi: «Sì, e con me tante altre persone. Era meglio il dittatore Gheddafi rispetto alle cento tribù che scannano, crocifiggono, tagliano le gole e usano l'immigrazione clandestina come business grazie ai governi».

L'annosa questione del riscatto
Matteo Salvini ha anche criticato la gestione, da parte dell'esecutivo, della crisi degli ostaggi italiani in Libia, due dei quali sono stati barbaramente uccisi.  «L’Italia non fa un buon servizio ai suoi lavoratori nel mondo pagando riscatti. Li rende bancomat per i terroristi», ha affermato a Di Martedì. Per il leader del Carroccio è comunque «quanto meno dubbia la coincidenza temporale della morte di due colleghi e la contemporanea liberazione degli altri due colleghi. Pare che in mezzo ci fossero dei soldi, il riscatto non arrivava e due morti sono stati un segnale, il riscatto è arrivato e gli altri due sono tornati a casa». Riscatto o no, non c'è dubbio che tale tragedia abbia contribuito a puntare i riflettori sullo scenario libico, offrendo una macabra testimonianza del caos in cui versa. Uno scenario che richiede certamente una ricetta ponderata e consapevole, per non ripetere gli errori del 2011.