24 ottobre 2020
Aggiornato 05:30
Tra gaffes e dimissioni forzate

L'uomo dell'anno: Ignazio Marino

E' stato un anno intenso per Roma, quello appena trascorso, e è indubbio che sulle labbra di tutti il nome più chiacchierato è stato quello dell'ex sindaco chirurgo Ignazio Marino. Eccolo, dagli esordi alle dimissioni

ROMA - Amato e odiato, deriso e applaudito, Ignazio marino è da considerarsi senza dubbio la figura dominante di questo spumeggiante 2015 romano. Abbiamo attraversato il percorso a ostacoli di Mafia capitale e stiamo correndo i cento metri di questo Giubileo «straordinario»: il tutto accompagnato dall'imperturbabile calma del sindaco chirurgo. Fino alle dimissioni (poco spontanee) del 31 ottobre scorso.

L'esordio
Romano d'adozione, Ignazio Marino entra in Campidoglio il 12 giugno 2013, eletto con un 63,9% delle preferenze, con un distacco record dal sindaco uscente Gianni Alemanno di 29 punti. Si presenta a Roma e ai romani con una giunta, composta per metà da tecnici e nel rispetto della parità di genere, intenzionata a disarcionare la corruzione che nei corridoi del Campidoglio la fa da padrone. Il sindaco Marino si veste da paladino della trasparenza ed è deciso a segnare uno strappo importante e risolutivo con le pratiche malate del passato. A segnare i primi passi dell'amministrazione Marino è senza dubbio la questione delle unioni civili, dei matrimoni gay e delle adozioni a coppie omosessuali. Il sindaco Marino si mostra sin da subito favorevole all'introduzione al Comune di Roma dei tanto contestati registri delle unioni civili. Lo strappo con la «tradizione» arriverà nell'ottobre del 2014, quando Marino trascrive nel registro anagrafico del Comune di Roma sedici matrimoni di coppie omosessuali stipulati all'estero, guadagnandosi l'ira del ministro dell'Interno Angelino Alfano, per il quale quella trascrizione sarà illegittima. Nel 2014, però, Marino viene investito da una polemica senza fine che si ricorda come «Pandagate»: a causa di alcune multe non pagate per alcune violazioni di ZTL. Il sindaco riceve contestazioni da ogni dove, ma la vicenda si conclude presto: i dati erano stati manipolati i seguito ad una violazione del sistema informatico del Campidoglio, ma sul sindaco resta un'ombra che sarà difficile smacchiare via.

Tra Mafia Capitale e marcio in Campidoglio
È il 2015, però, l'anno in cui tutto si compie per Marino. Il 2014 si chiude con la maxi inchiesta che travolge Roma: Mafia Capitale scoperchia il vaso di Pandora e il marcio degli uffici capitolini viene fuori grazie all'operazione del procuratore Giuseppe Pignatone. Roma prende coscienza del fatto che la mafia esiste nel modo più brutale possibile: corruzione e malaffare si annidano proprio nei palazzi del potere e spetterà proprio al primo cittadino dare uno scossone alla situazione dimostrando l'onestà dell'amministrazione e l'intenzione di staccare con una giunta Alemanno impregnata di mafia. Ma la mafia a Roma non ha colore: destra e sinistra sono al servizio dell'ex nar Massimo Carminati e del ras delle cooperative rosse Salvatore Buzzi. Sulle spalle del sindaco chirurgo pesano le coscienze sporche di tanti, troppi nomi ancora attivi in Campidoglio. L'idea di trasparenza tanto sbandierata dal sindaco inizia a perdere di forza e il sindaco arranca.

L'estate torrida del sindaco: il funerale show dei Casamonica
Intanto la città scricchiola: i trasporti non funzionano e inizia uno sciopero bianco dei lavoratori Atac che fa soffrire i pendolari. Arrivano le accuse di inefficienza al Campidoglio e gli attacchi dell'opposizione: grillini e Alfio Marchini fanno a gara a puntare il dito contro le falle dell'amministrazione. Dalle buche che segnano le strade romane ai servizi inefficienti: il sindaco inizia ad accusare la stanchezza e a cedere sotto i colpi nemici. Intanto arriva l'estate, ancora più rovente per il sindaco dem. Marino si concede qualche giorno di vacanza all'estero e a Roma succede il finimondo. Nella periferia sud est della Capitale, il 20 agosto, si celebra il funerale show del boss del clan Casamonica, la famiglia di origine sinti che spadroneggia su Roma ormai da decenni. Non è un funerale normale: una carrozza trainata da cavalli neri trasporta il feretro di Vittorino Casamonica, un'orda di gente invade la piazza e – nel pieno del pericolo Isis – sul cielo romano un elicottero (addirittura proveniente dal napoletano) getta petali di rosa sul corteo. Il tutto senza che da Campidoglio e Prefettura arrivi una giustificazione valida. Lo scandalo dura per giorni e del funerale show del boss si parla anche sui giornali stranieri: mentre Roma è ricoperta dallo scandalo il sindaco sceglie di non tornare proseguendo le vacanze estive. I romani non glielo perdoneranno.

La doccia gelata di Papa Francesco
Piovono le accuse sul sindaco che trascura la città e non si placano, anzi, si accentuano a metà settembre. Una nuova intensa polemica travolge Marino: è il 20 settembre e Papa Francesco compie un viaggio negli Stati Uniti, il sindaco parte per seguirlo. Non sono ancora chiare le dinamiche della cosa, ma dal Campidoglio trapela una voce secondo cui il sindaco sarebbe partito su richiesta del Pontefice stesso. Una doccia ghiacciata arriva dal Vaticano: il Papa in persona smentisce la voce, «non sono stato io ad invitare Marino, né lo staff». Imbarazzo e collera scendono sugli uffici capitolini, da dove giunge una seconda voce: no, non è stato il Papa ad invitare Marino, ma l'università di Philadelphia in cui il sindaco avrebbe dovuto tenere una lezione. La lezione c'è stata ma dall'università arriva l'ennesima smentita: non siamo stati noi a pagare vitto e alloggio al sindaco e al suo staff. Insomma, chi ha pagato le spese del viaggio negli States? Resta l'alone di mistero e la rabbia dei romani, che proprio non ci stanno a pagare per un sindaco che continua a scappare – secondo l'accusa di Alemanno – da una città ormai allo sbaraglio.

Il settembre nero di Marino
È un settembre nero quello del 2015 per Marino. Dopo la doccia fredda del Papa, arriva l'iscrizione nel registro degli indagati della Procura di Roma del sindaco a causa di una inchiesta avviata contro Marino dall'opposizione. Con un esposto, Fratelli d'Italia e Movimento 5 Stelle contestano al sindaco irregolarità rispetto ad alcuni pagamenti: una parte delle spese di rappresentanza – circa un migliaio di euro – pagate con la carta di credito del Comune sarebbero state invece spese private. Scoppia il caso «Scontrinigate» che accompagnerà il sindaco fino al giorno delle dimissioni. Il sindaco prova a giustificarsi ma le polemiche aumentano: Marino indica chi avrebbe partecipato a quelle famose cene di rappresentanza, ma fioccano smentite. La tensione aumenta e la pressione pure. Il sindaco, stretto dalle accuse, dona sua sponte un assegno da 20 mila euro al Comune di Roma, coprendo, così, tutte le spese compiute con l'ormai celeberrima carta di credito. Ma il gesto generoso di Marino non basta a mettere a tacere le voci che gridano alle dimissioni.

Le dimissioni
E le dimissioni non tardano. È l'8 ottobre e Ignazio Marino annuncia di voler rinunciare alla carica di primo cittadino di Roma. Tre giorni dopo arriva la formalizzazione delle dimissioni, ma il sindaco dimissionario lancia una sfida che in pochi sembrano recepire sul serio. Regolamento vuole che debbano trascorrere venti giorni prima di una definitiva messa all'atto delle dimissioni: «Ho venti giorni per ripensarci», dice. Incontri, pressing e trattative di quel lungo 12 ottobre hanno portato Marino a firmare controvoglia quel foglio che segna la fine di due anni di sforzi. Si sente, però, soddisfatto, Marino, quando afferma che «iIn questi due anni ho impostato cambiamenti epocali, ho cambiato un sistema di governo basato sull'acquiescenza alle lobbies, ai poteri anche criminali. Questa è la sfida vinta». Nessuno sa che il 29 ottobre Marino avrebbe fatto quello che chiunque avrebbe ritenuto un gesto folle: ritirare le dimissioni. Un gesto simbolico, forse, ma concreto.

L'ultima fase: Giulio Cesare
«Sono pronto a confrontarmi con la maggioranza – spiega il 29 ottobre Marino –. Illustrerò quanto fatto, le cose positive, la visione per il futuro. E' quello il luogo della democrazia. La mia intenzione è di avere una discussione aperta, franca e trasparente nell'aula Giulio Cesare». E come Giulio Cesare pugnalato dal figlio Bruto, Ignazio Marino cadrà quello stesso giorno sotto le pugnalate dei suoi assessori. La lotta intestina del Pd si conclude con la sfiducia al sindaco. Il pressing delle alte sfere, dal segretario Matteo Renzi al commissario romano Matteo Orfini, sancisce la fine del sindaco chirurgo. Ignazio Marino, scaricato ormai da tutti, esce dal Campidoglio come un cane bastonato. Con lo sforzo, fino all'ultimo, di fare pulizia e morto in una pozza di ipocrisia, quella di un Pd in frantumi che sacrifica il sindaco chirurgo.