20 gennaio 2022
Aggiornato 14:00
La legge Fornero, oltre la propaganda

Pensioni, basta fregarci con la guerra tra giovani e anziani

Renzi accende la miccia dello scontro generazionale, che in realtà è solo una battaglia tra poveri. La vera trincea per l'Italia del terzo millennio è quella che separa i troppo garantiti da coloro che non hanno alcuna garanzia. Di qualsiasi età essi siano

ROMA – Lo si sa da un paio di millenni: uno dei modi migliori per conquistare e mantenere il potere è quello di dividere gli avversari. «Divide et impera», riassumeva efficacemente un detto degli antichi romani. Matteo Renzi, che non a caso si sta dimostrando molto più efficace nella gestione del proprio potere che in quella dello Stato italiano, questo detto ha dimostrato di conoscerlo molto bene. Prendete il caso delle pensioni, tornate di stretta attualità grazie alla sentenza della Consulta, al successivo mini-rimborso e all'annunciata riforma della legge Fornero che ne scaturirà. Il premier ha fatto dichiarare al suo ministro Giuliano Poletti lo slogan di questa riforma: «Ci sono molte imprese che ci chiedono di favorire il ricambio generazionale, attraverso una sorta di staffetta giovani-anziani. Tra gli obiettivi che ci siamo posti c'è quello di favorire, per questa via, l'ingresso di più giovani nel mercato del lavoro».

Il falso scontro generazionale
Il tema, insomma, viene posto sempre secondo la stessa chiave di lettura: lo scontro generazionale. Da un lato gli anziani, le cui pensioni costano troppo alle casse dello Stato; dall'altro i giovani, tagliati fuori da ogni forma dignitosa di welfare proprio perché i loro nonni non sarebbero disposti a fare un piccolo sacrificio. «Divide et impera», appunto. Lasciatecelo dire: questo modo di strumentalizzare le vite di cittadini per dei piccoli giochetti di tattica politica è semplicemente scandaloso. E, soprattutto, ha l'effetto perverso di deviare l'attenzione degli italiani dall'unico vero scontro che paralizza il nostro Paese: quello tra troppo garantiti e per niente garantiti.

Garanzia scaduta
Del primo gruppo fanno parte senza dubbio molti pensionati, quelli che hanno potuto calcolare il loro assegno con il sistema retributivo o che hanno iniziato a percepirlo dopo una manciata di anni di lavoro. Ma ne fanno parte anche i politici, i grandi manager pubblici, i mandarini della burocrazia, persino quei semplici dipendenti delle amministrazioni che hanno la poltrona garantita indipendentemente dal proprio rendimento o dalle proprie capacità. Al secondo appartiene invece la stragrande maggioranza dei giovani, certo, quelli che non lavorano e non possono contare nemmeno su un sistema di sostegno al reddito che li salvi dallo schiavismo dei falsi stage e tirocini o dalla trappola del lavoro in nero. Ma anche alcuni pensionati non sono messi meglio di loro, come il collega giornalista torinese la cui storia mi è stata raccontata nei giorni scorsi: dopo quarant'anni passati a scrivere da freelance, senza un contratto di lavoro fisso, l'Inpgi, la cassa previdenziale di categoria, gli riconoscerà poco più di 300 euro, non appena avrà finito il calcolo (ci sta mettendo tre anni).

Chi difende gli indifesi?
Il compito di uno Stato serio non è quello di fare il gioco delle tre carte, togliendo un po' di soldi agli anziani per darli ai giovani o viceversa. Il compito di uno Stato serio è quello di garantire i non garantiti e di togliere le garanzie in eccesso ai troppo garantiti. Quegli stessi pensionati che appartengono a quest'ultima categoria, o almeno molti di loro, lo sanno meglio dei nostri politici: lo dimostra il fatto che nelle famiglie spesso la loro pensione funga da cassa integrazione per figli e nipoti, e che in parecchi abbiano perfino proposto di rinunciare all'elemosina di 500 euro del governo Renzi purché questo denaro venga destinato ad altre fasce più deboli di loro. Loro sì, che sono più avanti del governo, del parlamento e perfino del sindacato. Che dovrebbe rappresentarli, ma che finisce troppo spesso per limitarsi a difendere l'indifendibile, a nascondere dietro lo scudo dei «diritti acquisiti» dei privilegi nati in epoche di vacche grasse e di sprechi, che oggi sono ormai ingiustificabili e insostenibili. Il «diritto acquisito» è quello di tutti i cittadini, giovani e anziani, a percepire una pensione equa e dignitosa. Non ad incassare assegni da decine di migliaia di euro al mese senza avere versato sufficienti contributi. Mentre molti altri italiani hanno lavorato, o lavoreranno, tutta una vita per poi doversi accontentare della pensione minima.