7 dicembre 2019
Aggiornato 08:30
Per la Lega il decreto Popolari svela intrecci malsani con il partito di Renzi

Borghi: «Dietro ogni buco nelle banche spunta il Pd. Un caso?»

E' diventato legge il tanto discusso decreto sulle banche popolari. E Claudio Borghi, economista della Lega, non ci vede chiaro. Perché, sottolinea, addirittura la Bce ha scritto di essere rimasta stupita per la fretta del governo italiano e per non essere stata interpellata. Una vicenda che, per Borghi, si inscrive nel quadro del «curioso» e «malsano» rapporto tra Pd e aziende di credito.

ROMA – E’ ormai legge il tanto discusso decreto sul governo societario delle banche popolari, varato a gennaio dal Consiglio dei Ministri. L’impianto base è rimasto immutato rispetto alla prima versione: le popolari con attivi sopra gli 8 miliardi (Banco Popolare, Ubi, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Banca popolare di Milano, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Sondrio, Banca Etruria, Credito Valtellinese e Popolare di Bari), entro 18 mesi, diventeranno società per azioni. Tra i 92 «no» giunti dall’Aula durante la votazione, ci sono stati quelli della Lega Nord, una delle forze contrarie al provvedimento. L’economista Claudio Borghi, candidato governatore in Toscana, è tra quelli che, sulla vicenda, ha sempre avuto più di un dubbio. «Siamo sempre stati assolutamente contrari, e lo abbiamo sempre detto», afferma al DiariodelWeb.it.

BORGHI: BCE ALLARMATA PER LA FRETTA - Se ancora non è realistico, per il professore,  pensare a delle «contromisure» per rispondere alle conseguenze del provvedimento – prima fra tutte, la rescissione del rapporto fondamentale delle banche popolari con il proprio territorio –, è però tempo di farsi qualche domanda sulle reali motivazioni del decreto. «Persino la Banca Centrale Europea dice a chiare lettere di essere stupita per non essere stata interpellata e per lo strumento scelto del decreto, sospinto dalla fretta. Evidentemente, qualcosa di strano c’è», puntualizza Borghi. «Se addirittura la Bce – che doveva essere interpellata per un parere, essendo il magistero delle banche sotto la sua responsabilità – scrive (e non soltanto dice) che non è stata interpellata ed è stupita dalla fretta utilizzata dal governo italiano, qualcosa di anormale ci sarà. Vedremo a breve quali sono le reali intenzioni dell’esecutivo», aggiunge il professore.

OGNI VOLTA CHE C’È UN BUCO IN UNA BANCA, SPUNTA IL PD - Borghi, più di un sospetto, ce l’ha, e con lui la Lega tutta. «Io sono convinto che dietro a tutto questo esistano intrecci malsani tra il Pd o i suoi finanziatori e il mondo delle banche popolari. Sarebbe ora che qualcuno cominciasse a interrogarsi sul curioso rapporto – come lo vogliamo definire, truffaldino, criminale? – del Pd nei confronti del mondo delle aziende di credito. Perché», aggiunge Borghi, «ogni volta che c’è un buco in una banca, è colpa del Pd». Borghi non si risparmia l’elenco degli ultimi casi: «Monte dei Paschi, Banca Etruria, Tercas, Carige. Insomma, ogni volta che c’è del malaffare in una banca, uno gratta, e viene fuori il Pd». Una situazione su cui Borghi chiede che venga fatta chiarezza una volta per tutte. «Qualcuno si porrà qualche problema o no? Ci si stanno facendo tante domande sulle cooperative. Come mai non si fa altrettanto per le banche?», si chiede il candidato governatore della Toscana.

ADDIO CREDITI AL TERRITORIO - Al di là degli oscuri interessi del Pd ipotizzati dalla Lega, il decreto Banche Popolari è stato molto criticato anche per altre ragioni.  L'abolizione del voto capitario, che renderebbe scalabili le banche popolari, e l'obbligo di diventare una S.p.A. esporrebbero infatti le popolari al rischio di essere manovrate dagli azionisti di maggioranza, magari addirittura provenienti da un'altra grande banca estera, che potrebbero orientarne le scelte in favore di altri interessi. Altra questione, il fatto che la possibile «esternalizzazione» all’estero degli istituti causerebbe uno sradicamento del territorio, che avrebbe, come risultato collaterale, una carenza di finanziamenti per i cittadini. Storicamente, infatti, le banche popolari sono spesso state più propense di quelle commerciali a fornire crediti nei momenti di crisi. In più, se davvero avvenissero delle acquisizioni, queste potrebbero dare il via a opere di razionalizzazione delle sedi e delle risorse,  forse causando a molti impiegati la perdita del lavoro. Un provvedimento contestato per molte ragioni, insomma, ma non solo di natura tecnica: perché, secondo Borghi e non solo, dietro a quel decreto si celerebbe più di un «intreccio malsano», rigorosamente made in casa Pd.