21 agosto 2019
Aggiornato 17:30

Da Matteo Salvini prove di moderazione

Al primo turno delle elezioni dipartimentali francesi ha vinto il centrodestra del redivivo Nicolas Sarkozy, alleato con i centristi dell’Udi. L’estrema destra guidata da Marine Le Pen ha preso dieci punti in più rispetto alle ultime elezioni locali, ma non si è affermato come primo partito nazionale.

ROMA - Al primo turno delle elezioni dipartimentali francesi ha vinto il centrodestra del redivivo Nicolas Sarkozy, alleato con i centristi dell’Udi. L’estrema destra guidata da Marine Le Pen ha preso dieci punti in più rispetto alle ultime elezioni locali, ma non si è affermato come primo partito nazionale. Una mezza sconfitta, viste le aspettative preelettorali, che conferma la vocazione di questi partiti a forza di opposizione. È prevedibile che in un periodo di crisi invocare l’uscita dall’euro e la chiusura delle frontiere porti il consenso di chi ormai ha poco o nulla da perdere, ma è altrettanto assodato che al momento di scegliere da chi devono essere governati i cittadini con un lavoro, un’impresa e magari degli investimenti, facciano i conti con la realtà e nel segreto dell’urna optino per soluzioni più moderate.

LA LEGA: DAGLI ULTIMATUM ALLE PRIMARIE - Lo dovrebbe aver capito anche Matteo Salvini, l’aspirante Le Pen italiano, che dopo l’ubriacatura delle ultime europee e la crescita esponenziale della Lega Nord nei sondaggi, negli ultimi giorni sembra aver tirato il freno a mano rispetto alle ambizioni personali e ai veti verso gli alleati. Soltanto a novembre, sulla scia dei sondaggi che davano per imminente il sorpasso del Carroccio su Forza Italia, il leader lombardo ritirava la propria disponibilità alla candidatura come sindaco di Milano e si diceva pronto «a ricostruire l’Italia dopo Renzi con un programma chiaro: meno tasse, stop all’immigrazione e opposizione a Bruxelles». Invece, mentre la vittoria di Sarkozy appariva sempre più chiara e Giuliano Pisapia annunciava che non si sarebbe ricandidato sindaco di Milano, Matteo Salvini si è detto «a disposizione», affrettandosi però a sottolineare che «se sarò il candidato sindaco non tocca a me dirlo: saranno i milanesi».

ZAIA APRE AD ALFANO - Un vero e proprio bagno di umiltà rispetto alle proprie aspirazioni e ai diktat imposti a Berlusconi soltanto pochi giorni fa, che avrà riflessi concreti anche nel puzzle delle alleanze per le prossime elezioni regionali. Se fino a ieri l’Ncd di Angelino Alfano era visto come il demonio, la non immediata richiesta di dimissioni del ministro Lupi da parte dei gruppi parlamentari della Lega Nord è stato un chiaro segnale di non belligeranza, magari proprio in vista delle prossime comunali a Milano. A cui ha fatto seguito la recente apertura del presidente del Veneto Luca Zaia a una possibile alleanza futura con l’Ncd, con cui ha governato in regione per cinque anni. Un chiaro segnale anche al «nemico» Flavio Tosi, che invece si è sempre detto disponibile ad alleanze con i partiti di centro come quello guidato dal ministro dell’Interno.

L’»ANTI –EURO» MONETA MENO SICURA - Adesso bisognerà capire se i partiti europei del fronte no euro sono pronti a un cambio di passo che li porti ad aspirare a essere forza di governo, o se magari preferiscono restare fermi sulle proprie posizioni confermandosi come prima forza di opposizione. Anche questa legittima ambizione nonché calcolo politico che non deve essere sottovalutato. Finora in Francia Marine Le Pen ha raccolto meno di quanto abbia seminato, e dalle parti di Matteo Renzi continuano a sostenere che «finché ci saranno Salvini da un parte e Landini dall’altra il presidente del Consiglio potrà dormire sonni tranquilli». Chissà che non l’abbia intuito anche il segretario del Carroccio.