7 dicembre 2019
Aggiornato 18:00
Quasi 700 milioni l'anno sarebbero destinati agli istituti paritari

L'Italia, il Paese in cui le scuole pubbliche crollano, quelle private ricevono fiumi di soldi pubblici

Sembra un paradosso. Eppure, secondo l'inchiesta pubblicata dall'Espresso, a fronte di un sistema scolastico pubblico ancora sofferente e costantemente a corto di risorse, alle scuole paritarie sarebbero destinati, ogni anno, 700 milioni di euro da Stato e enti locali. Il Ministro Giannini, in questo senso, non sembra volersi porre in controtendenza con le politiche degli anni berlusconiani.

ROMA – 250mila insegnanti precari, edifici senza sicurezza, poche ore di sostegno assegnate agli alunni portatori di handicap, gap digitale rispetto agli altri Paesi europei davvero difficile da colmare. Questi sono solo alcuni dei cancri che divorano la scuola pubblica italiana, costantemente a corto di risorse. E, a fronte di una situazione come questa, non ci si aspetterebbe che, invece, gli istituti paritari siano inondati da «un fiume di soldi pubblici».

ALLE PRIVATE 700 MILIONI L’ANNO - E’ il settimanale l’Espresso a utilizzare tale espressione, che non lascia adito a dubbi: la bella e sconvolgente inchiesta di Michele Sasso parla, infatti, di finanziamenti da parte di Stato e Regioni che sfiorano i «700 milioni di euro l’anno, senza che alle sovvenzioni corrisponda un controllo sulla qualità». Oggi quel finanziamento fa discutere, e scoperchia il dibattito, mai sopito, tra gli irriducibili sostenitori dell’istruzione statale e i paladini delle strutture private. Questi ultimi ritengono che la libertà di scegliere dove mandare i figli a scuola sia sacrosanta, e, poiché le paritarie costano, è giusto che lo Stato fornisca un «aiutino» alle famiglie che optano per gli istituti privati.  Di questo avviso, il ministro Stefania Giannini: «Dobbiamo pensare una scuola che sia organizzata dallo Stato o dall’iniziativa privata. Dobbiamo uscire dalla logica che ci siano gli amici delle famiglie contro gli amici dello Stato», ha dichiarato. Secondo l’Espresso, tuttavia, alle scuole paritarie, spesso cattoliche, sono riservati quest’anno ben 473 milioni, necessari ad accogliere quasi un milione di allievi dai tre ai diciotto anni. Fondi che arrivano da Roma in base al numero di sezioni e che solo negli ultimi anni sono scesi sotto quota mezzo miliardo. La riduzione è stata di venti milioni, poco più del tre per cento imposto ai ministeri dalla spending review. «Le statali italiane superano quota 41 mila, tutte le altre sono 13.625. Di queste, oltre 11 mila sotto forma di cooperativa, congregazione o srl offrono un ampio ventaglio di formazione», rivela l’inchiesta.

LOMBARDIA OASI FELICE PER LE PRIVATE - Per funzionare, le scuole paritarie chiedono alle famiglie una retta che può arrivare fino ad ottomila euro all’anno. E allora, oltre allo Stato, ci pensano gli enti locali a dare una mano: governatori e sindaci alimentano un ulteriore «fiume carsico di denaro pubblico» per le private, stimato dalla Cgil in altri 200 milioni, a sommarsi con la sovvenzione ministeriale. Vera e propria oasi felice per gli istituti paritari, la Lombardia, che, all’epoca di Roberto Formigoni, ha istituito una «dote ad hoc»giunta a superare la quota dei 500 milioni dal 2001 ad oggi. Il rischio, però, è che tale aiuto vada destinato a famiglie già benestanti, che scelgono le private perchè, di fatto, se le possono permettere. Lo scorso aprile, due studentesse statali milanesi hanno presentato un ricorso al Tar per un’eccessiva disparità, a loro dire, tra quanto destinato a loro – tra i 60 e i 290 euro – e la somma riservata a una coetanea privatista, che può arrivare a 950 euro. E il Tar ha dato loro ragione: «Senza alcuna giustificazione ragionevole e con palese disparità, le erogazioni sono diverse e più favorevoli per chi frequenta una paritaria». Nonostante la sentenza, però, anche per quest’anno scolastico la giunta di Maroni ha destinato trenta milioni di euro sotto forma di dote alle private.

CHE COSA DICE LA COSTITUZIONE? - Che cosa dice, in tema di scuola pubblica e paritaria, la nostra Costituzione? L’articolo 33, al terzo comma, dispone che «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato»: formula, quest’ultima, nata da un difficile compromesso e che, come tale, offre il destro ad interpretazioni sofistiche da una parte e dall’altra. I finanziamenti alle scuole private sono dunque incostituzionali? Non proprio. L’articolo specifica infatti che «la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali». Ulteriore parametro legislativo da considerare risulta la legge 62/2000, emanata in attuazione del sopracitato articolo 33: essa concede alle scuole private dell’infanzia, primarie e secondarie – di cui si riconosce il valore e il carattere di servizio pubblico sulle iniziative di istruzione e formazione – di richiedere la parità ed entrare a far parte del sistema di istruzione nazionale. Inoltre, secondo un’elaborazione dell’Agesc (Associazione genitori scuole cattoliche), la presenza delle scuole non statali comporta un cospicuo risparmio per lo Stato, che ammonterebbe complessivamente a 6 miliardi e 334 milioni l’anno. Da questi dati, infine, emerge che le scuole paritarie, frequentate da circa il 12% degli alunni italiani, percepiscono solo l’1% dei fondi statali per l’istruzione. D’altronde, le politiche di governo degli ultimi anni, specialmente quelle promosse dall’allora Ministro Letizia Moratti, si sono indirizzate verso un progressivo ampliamento delle iniezioni di denaro pubblico alle scuole private, con un innalzamento del tetto massimo dei contributi, un raddoppiamento dei finanziamenti per i progetti formativi, e un’estensione del bacino degli aventi diritto al sussidio dei cosiddetti «buoni scuola». E i dati pubblicati dall’Espresso confermano tale tendenza.

ITALIA FANALINO DI CODA DELL’OCSE NELLA SPESA PER STUDENTE - Era l’11 febbraio 1950 quando Piero Calamandrei pronunciò un illuminato discorso al terzo Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale. L’illustre padre costituente, quel giorno, invitava a difendere la scuola pubblica democratica: «la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà». In seguito, definiva la scuola stessa un «organo costituzionale», un «organo vitale della democrazia come noi la concepiamo», paragonandola «a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue». Eppure, il fatto che l’Italia sia l’unico Paese dell’area dell’Ocse che, dal 1995 a oggi, non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria, a fronte di un incremento medio del 62% negli stessi livelli d’istruzione per gli altri Stati considerati, non fa ben sperare.  E, al di là dell’indiscussa utilità di un sistema integrato statale e non statale che operi virtuosamente, è lecito però chiedersi, a fronte dei tagli barbaramente inflitti al sistema d’istruzione non privato negli ultimi decenni, quale debba essere l’esigenza prioritaria per lo Stato: se iniettare di denaro pubblico le scuole statali, o invece destinare a quelle  paritarie quasi 700 milioni di euro l’anno.

CALAMANDREI: LA SCUOLA PUBBLICA SIA IL PRIUS, QUELLA PROVATA IL POSTERIUS - Calamandrei, in proposito, non aveva dubbi. Proprio perché l’articolo 34 della Costituzione sancisce che la scuola «è aperta a tutti», e che «i capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi» - sosteneva – è necessario rendersi conto del valore politico e sociale della scuola pubblica. «Prima di tutto, scuola di Stato […]. Prima di esaltare la scuola privata, bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona, bisogna che quella dello Stato sia ottima». Per Calamandrei, era certamente un diritto inalienabile, sancito dalla stessa Costituzione, la scelta di far frequentare ai propri figli istituti privati «che meglio corrispondano […] alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia»; tuttavia, se «mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto», «è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, esercita, ma a proprie spese». Un sistema virtuoso, dunque, dovrebbe essere in grado di istituire «una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato, da queste scuole private che sorgono […] si senta stimolato a far meglio». Tuttavia, per Calamandrei, «stimolo […] deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione». E, in fin dei conti, finché in Italia si rimarrà ottusamente e miseramente persuasi della «non commestibilità» della cultura, quello di una scuola pubblica come organo vitale del Paese e realtà viva di attuazione dei principi della Costituzione sarà destinato a rimanere un ideale lontano e inarrivabile.