13 luglio 2020
Aggiornato 16:00
La denuncia dell'ex presidente della commissione antimafia

Violante: «Perché a Riina non fu applicato il 41 bis?»

Luciano Violante, nel corso del processo 'Borsellino quater', dichiara che, negli anni Novanta, in qualità di presidente della commissione Antimafia, aveva notificato come il super boss di Corleone non stesse scontando la pena del 41 bis: «La politica pensava ad altro».

ROMA - Luciano Violante, nel corso del processo 'Borsellino quater', dichiara che, negli anni Novanta, in qualità di presidente della commissione Antimafia, aveva notificato come il super boss di Corleone non stesse scontando la pena del 41 bis. Afferma Violante: «Il 15 dicembre del 1993 denunciai come presidente della commissione Antimafia che il boss Totò Riina non fosse ancora al 41 bis. Era il periodo in cui si parlava a livello politico di un'attenuanzione del regime del carcere duro. Ma questo fatto di Riina ci colpì molto». .

LA LOTTA ALLA MAFIA A FISARMONICA - Rispetto alla mancata proroga nel novembre del '93 del 41 bis per 334 detenuti questa fu anche dettata dall'esigenza di rispondere a due sentenze della Consulta «che fissava paletti ben precisi sull'applicazione del carcere duro». Il clima di quel finire d'anno era chiaro. «Eravamo ormai a fine legislatura e la politica pensava ad altro. Personalmente non ho mai capito come mai la lotta alla mafia fosse fatta a fisarmonica con lo Stato che aspetta il colpo della criminalità per poi replicare. Io dissi che doveva essere lo Stato a colpire per primo in maniera continuativa e costante, senza aspettare l'omicidio».

CIANCIMINO CERCO' VIOLANTE - Luciano Violante, da presidente della commissione antimafia, fu cercato da Vito Ciancimino. L'ex sindaco del sacco di Palermo cercò più volte un incontro riservato con il parlamentare. Ad intercedere fu l'allora colonnello dei carabinieri del Ros, Mario Mori. La circostanza è stata ribadita dallo stesso Violante al processo 'Borsellino quater' davanti alla corte d'assise di Caltanissetta, in trasferta a Roma, nell'aula bunker di Rebibbia. «Appena nominato in Commissione - ha spiegato Violante - Mori, che conoscevo dai tempi del terrorismo a Torino, mi venne a trovare in ufficio per dirmi che Ciancimino, che stava a Roma, voleva un colloquio riservato con me. Gli dissi che lui avrebbe potuto avanzare formale richiesta alla Commissione per un eventuale incontro perché ero contrario ai colloqui riservati. Pochi giorni dopo, sempre Mori venne a trovarmi per portarmi un libro che Ciancimino aveva scritto sulle mafie».

MORI E CIANCIMINO AMICI - «Dissi che trovai quelle memorie del tutto inutili. Tempo dopo Mori, in una sua testimonianza, definì quel libro del tutto inconcludente e allora mi domando oggi che senso aveva questa sua insistenza con me». Per Violante «non c'era alcun dubbio sull'esistenza di un rapporto confidenziale tra Mori e Ciancimino». «Una cosa usuale all'epoca, quando gli investigatori non potevano avvalersi della tecnologia di oggi, delle intercettazioni, dovevano per forza creare un contatto, una linea di dialogo a livello di conoscenza». Violante ha quindi spiegato: «Mori mi disse che Ciancimino avrebbe voluto darmi una sua interpretazione politica su quello stava succedendo in Sicilia in quel periodo. Da me notai che attorno alla figura di Ciancimino c'era un attivarsi per concedergli dei benefici, come per ridargli il passaporto». Anche Vittorio Mangano (lo stalliere di Arcore, ndr) fece arrivare una lettera a Violante quando questo era vicepresidente della Camera chiedendo un incontro. «Alcuni suoi parenti parlarono anche con un mio collaboratore», ha aggiunto. «Ma non se ne fece niente. Non ritenni di dare seguito. Non c'era alcun motivo per incontrarci».