22 agosto 2019
Aggiornato 03:01
Gran Bretagna

L'ultima mossa di Theresa May: pronta alle dimissioni per salvare la Brexit

Dopo le voci insistenti degli ultimi due giorni, Theresa May è uscita allo scoperto e si è impegnata a rassegnare le dimissioni pur di vedere approvata la sua intesa con Bruxelles sulla Brexit

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LONDRA - La promessa del passo d'addio in cambio dell'accordo. Dopo le voci insistenti degli ultimi due giorni, Theresa May è uscita allo scoperto e si è impegnata a rassegnare le dimissioni pur di vedere approvata la sua intesa con Bruxelles sulla Brexit. Il colpo di scena è arrivato durante un drammatico vertice con gli stati maggiori del suo partito, proprio nel giorno in cui la Camera dei Comuni ha votato su otto ipotesi alternative, molto diverse tra loro, a volte persino in contraddizione.

Un voto di fatto superato dagli eventi. May si è detta disposta a immolarsi, pur senza fornire una data esatta: già nel fine settimana, dopo l'eventuale voto sull'intesa, o fra un paio di mesi, dopo la scadenza del 22 maggio. Ma non ha lasciato alcun dubbio neppure tra i brexiteer più duri del suo partito, Boris Johnson e Jacob Rees-Mogg, che avendo ottenuto ciò che volevano, si sono allineati. «Sono pronta a lasciare questo incarico prima di quanto intendessi, pur di fare ciò che è giusto per il nostro paese e il nostro partito», ha spiegato. «Chiedo a tutti in questa stanza di sostenere l'accordo in modo da poter completare il nostro dovere storico: dare seguito alla decisione del popolo britannico e lasciare l'Unione europea con un'uscita regolare e ordinata», ha aggiunto May.

«Questo è stato un periodo di test per il nostro paese e il nostro partito. Siamo quasi arrivati. Siamo quasi pronti per iniziare un nuovo capitolo e costruire un futuro più luminoso», ha detto May ai parlamentari Tory, seocndo il testo diffuso da Downing Street. «Ma prima che si possa fare, dobbiamo finire il lavoro che abbiamo in mano», ha commentato ancora.

May ha spiegato di avere «sentito molto chiaramente l'umore dei parlamentari del partito». «So che c'è il desiderio di un nuovo approccio - e di una nuova leadership - nella seconda fase dei negoziati sulla Brexit - e non voglio ostacolarlo», ha precisato May. «So che alcune persone sono preoccupate per il fatto che se si vota in favore dell'accordo sul ritiro, io userò questa circostanza come mandato per guidare la seconda fase» del negoziato. «Non voglio ... ho sentito cosa state dicendo, «ma dobbiamo ottenere l'accordo e portare a compimento la Brexit», ha insistito il primo ministro.

Ma se il discorso di May ha fatto breccia tra i falchi del suo partito - d'altra parte, la promessa di dimissioni era proprio quello che volevano sentirsi dire - non altrettanto può dirsi del vitale Partito Unionista Democratico nordirlandese. Cosa farà davvero il Dup, al momento, non è dato saperlo. Ufficialmente, però, il partito non ha cambiato idea neppure dopo le promesse di May: il no all'accordo, insomma, per ora resta mentre i primi ministri - ha spiegato una fonte - «vanno e vengono».

Tra quelli che «vengono», almeno come traghettatori, potrebbero esserci il ministro dell'Ambiente Michael Gove, l'ex ministro degli Esteri Boris Johnson e il vice premier de facto David Lidington. Chiunque sia, dovrà confrontarsi con alcuni, solidi, paletti, piantati oggi dallo speaker della Camera, John Bercow. Il più importante e difficile da sradicare è quello sull'eventuale terzo voto nella gironata di venerdì: una possibilità che potrà diventare reale solo con una modifica «sostanziale» del testo già bocciato dal parlamento, e sonoramente, in due diverse occasioni.

Il Regno Unito ha ottenuto un'estensione della data di uscita dall'Ue, inizialmente prevista per il 29 marzo, fino al 22 maggio, ma solo in caso di ratifica. Nell'eventualità, invece, che la Gran Bretagna dovrà lasciare l'Ue senza un accordo, la scadenza fissata sarà quella del 12 aprile.