19 marzo 2019
Aggiornato 21:30
Petrolio

Maxi tangente Eni in Nigeria, un «patto corruttivo» ai danni del Paese: «I vertici sapevano tutto»

Le motivazioni della sentenza che il 20 settembre scorso portò alla condanna di Gianluca Di Nardo ed Emeka Obi, ritenuti gli intermediari della presunta maxi tangente

L'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi
L'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi

MILANO - I vertici di Eni e Shell erano «pienamente a conoscenza del fatto che una parte degli 1,092 miliardi di dollari pagati sarebbe stata utilizzata per remunerare i politici nigeriani, che avevano avuto un ruolo in questa vicenda e che come squali famelici ruotavano attorno alla preda». Lo sottolinea il gup di Milano, Giusy Barbara, in un passaggio delle motivazioni della sentenza che il 20 settembre scorso portò alla condanna a 4 anni di carcere ciascuno di Gianluca Di Nardo ed Emeka Obi, ritenuti dai pm milanesi gli intermediari della presunta maxi tangente da 1,3 miliardi di dollari pagata da Eni e Shell a una cerchia di politici nigeriani per ottenere dal governo di Abuja il via libera per l’esplorazione del giacimento petrolifero Opl-245. Si tratta di uno dei ritrovamenti più importanti al mondo, nell’oceano Atlantico, di competenza della Nigeria. Per mettere mani su quel petrolio, Eni e Shell avrebbero pagato decine di milioni di dollari di tangenti, attraverso mediatori, al governo africano.

Un progetto predatorio ai danni dello Stato nigeriano
Nel provvedimento, il giudice parla esplicitamente di «patto corruttivo», precisando che l’atteggiamento dei vertici Eni non fu «di mera connivenza, ma di adesione consapevole ad un progetto predatorio in danno dello Stato nigeriano, che comunque all’esito avrebbe visto anche un ritorno economico diretto per alcuni o taluni dei manager coinvolti, quantomeno di Eni». Le indagini condotte dal pm Sergio Spadaro e dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, si legge ancora nelle motivazioni della sentenza, hanno infatti «provato oltre ragionevole dubbio» che «alcuni manager del gruppo petrolifero italiano abbiano progettato e verosimilmente realizzato il piano criminoso di incrementare il prezzo pagato da Eni in modo da ottenere la restituzione in nero di una consistente somma di denaro, dell’ordine dei 50 milioni di dollari, da spartirsi tra loro».

Descalzi «prono» alle richieste del mediatore Bisignani
La «procedura di acquisto» del giacimento petrolifero OPL 245 in Nigeria da parte di Eni sarebbe dunque stata «costellata» da «un'impressionante sequenza di anomalie», che «necessariamente devono essere state avallate dai vertici della società e non trovano alcuna logica giustificazione se non negli illeciti accordi spartitori» scrive ancora il gup Giusy Barbara nelle motivazioni delle condanne in abbreviato per corruzione internazionale a 2 presunti mediatori. Nella tranche a dibattimento è imputato tra gli altri l'ad Claudio Descalzi. L’ad di Eni Descalzi sarebbe stato «prono» alle richieste del mediatore Luigi Bisignani, «già noto per altre vicende giudiziarie». E il sospetto che «almeno 50 milioni di dollari», nell’affaire Nigeria, stessero per essere spartiti tra manager del cane a sei zampe: questi i punti di forza della motivazione.