18 ottobre 2019
Aggiornato 03:30
Energia e politica

Lo strano incidente nel gasdotto austriaco e l'isteria mediatica che non fa l'interesse dell'Italia

Un normale incidente, risolto in poche ore, ha scatenato l'isteria collettiva mediatica e politica. Perché?

ROMA - E’ durata meno di venti ore la cosiddetta «emergenza del gas» successiva all’incidente avvenuto lungo la linea che porta il metano dalle steppe russe all’Italia. Snam aveva annunciato che il flusso sarebbe ripreso nel giro di poche ore, e così è stato. La Trans Austria Gasleitung che trasporta il combustibile dall’Austria all’Italia attraverso Tarvisio, dopo l’esplosione nell’impianto di Baumgarten an der March, aveva bloccato la distribuzione nel nostro Paese per alcune ore. Un incidente che ha causato la morte di un operaio e il ferimento di altri venti, dovuto a cause al momento ignote. Ma che mette in risalto due aspetti.

L'Ucraina, ancora lei?
Il primo, quello che dovrebbe rassicurare tutti: non esiste un pericolo inerente l’interruzione dei flussi energetici verso il nostro Paese. Non solo: le risorse strategiche stoccate coprono il fabbisogno nazionale. Un aspetto che dovrebbe essere noto in Italia, e in Europa, dato che solo otto anni fa, durante una delle molte crisi globali aventi come epicentro l'Ucraina, il  flusso di gas fu volutamente interrotto per ragioni geopolitiche. Non si trattò di un incidente, ma della deliberata scelta del governo ucraino di chiudere il flusso verso l’Europa intera. Lo scontro diplomatico fu molto serio: era il tempo dei primi attacchi occidentali verso la Russia di Putin, che imprevedibilmente iniziava ad emanciparsi dall'influenza atlantica.

Cosa successe nel 2006
L’Ucraina, al tempo, rifiutava di pagare la bolletta energetica alla Russia, così Gazprom – il colosso russo dell’energia – chiuse le forniture. Come risposta gli ucraini si impossessarono delle forniture dirette verso l’Europa.  Il 1º gennaio 2006, l'Italia, insieme con altri Paesi europei, domandarono formalmente all'Ucraina di non impedire il flusso del gas. Gesto che, da solo, dovrebbe spiegare cosa sta accadendo in queste ore: ma media e politici hanno la memoria corta. Il 2 gennaio 2006 la Gazprom annunciò che l'Ucraina aveva prelevato abusivamente 100 milioni di metri cubi di gas destinato al mercato europeo: il governo ucraino precisò che le forniture provenivano da depositi sotterranei e dal Turkmenistan. Tuttavia, ammise che avrebbe esitato a intervenire sul gas per l'Europa se le temperature fossero scese sotto lo zero. La crisi si allargò anche alla Moldavia, che non accettò i rincari proposti da Mosca, pari ad un aumento del 100%, e dal 1º gennaio il gas smise di arrivare. Gli aumenti erano dovuti, perché il prezzo calmierato tra Russia e Ucraina, soprattutto, era fuori mercato. In Italia, l'ENI sostenne di avere registrato un calo sensibile nelle importazioni dalla Russia attraverso l'Ucraina, di circa il 24%: un ordine di grandezza simile a quello di quasi tutti gli altri paesi europei. Il 4 gennaio Russia e Ucraina trovarono la soluzione attraverso un complesso meccanismo di vendita che coinvolgeva anche Kazakistan e Turkmenistan a prezzi più bassi attraverso una compagnia svizzera a partecipazione russa e ucraina (chiamata RosUkrEnergo). Fu una crisi molto seria quella di dieci anni fa, che fece schizzare il prezzo del petrolio ai massimi storici. Ma sul piano materiale non ebbe ripercussioni sulle vite degli italiani: i servizi non furono mai interrotti e men che meno vi furono disagi per la popolazione. 

Narrazioni tossiche
Il secondo aspetto riguarda la sconcertante narrazione della crisi attuale. Da subito è stato costruito un messaggio centrato su due assi: la dipendenza energetica dal nemico russo, e la debolezza infrastrutturale italiana. Il primo passaggio è stato quello più semplice: la Russia è il nostro fornitore strategico di gas e l’incidente austriaco di questi giorni dimostrerebbe una non chiara dipendenza dell’Italia, e dell’Europa, dal nuovo impero del male. Ora, sarebbe auspicabile poter possedere le risorse energetiche per vivere in piena autarchia, ma purtroppo in Italia una tale quantità di combustibili fossili non c’è. Vedendo che fine fanno i paesi che hanno questo dono della natura non c’è che rallegrarsi. Altro punto è questo: reputiamo sì o no il mercato un regolatore dei conflitti? Oppure come prospettiva di fondo, alla fine, ci sono le testate nucleari? Viviamo in un mercato globale, dove domanda e offerta si incrociano, e al di là degli aspetti meramente economici, questo modello dovrebbe fungere anche da regolatore dei conflitti. In questo contesto il problema è molto semplice: il gas naturale – per altro ecologicamente molto meno impattante del petrolio e dei suoi derivati, per non parlare del carbone –  è dato dalle forniture di gas che arrivano dalla Russia. E' un dato di fatto insuperabile, per quanto possa non piacere. Su di esso si dovrebbero costruire ponti economici, non muri ideologici.

Potenziare le infrastrutture, per collaborare anziché farsi la guerra (fredda)
L’Italia, quindi, non è un paese infrastrutturalmente debole: ma questo non deve far cantare vittoria. La crisi di dieci anni fa e quella attuale dimostrano che laddove vi è la volontà politica i problemi, anche i più complessi, vengono superati. Ma è sempre più evidente che i flussi del gas devono essere messi in sicurezza, perché il punto in cui è avvenuta l’esplosione riceve metano dai gasdotti ucraini. Il potenziamento della rete infrastrutturale, necessario proprio per evitare incidenti, è inutile se non si superano i blocchi politici scaturenti dalla nuova Guerra Fredda. Risulta evidente che di fronte a questa condizione risulta auspicabile la costruzione del Turkish Stream, il gasdotto che dovrebbe portare il gas naturale in Turchia attraverso il Mar Nero, nonché il Nord Stream 2 che dovrebbe invece rifornire l’Europa e quindi la Germania. Progetti che avvicinerebbero i popoli, anziché dividerli.