7 dicembre 2019
Aggiornato 10:00

Sì al petrolio, no ai migranti. La strategia di Macron in Libia e l'ininfluenza dell'Italia

Ricordate quando gli Stati Uniti di Barack Obama offrirono ufficialmente all'Italia la leadership militare e diplomatica per la risoluzione della crisi libica? Ora, quella leadership è nelle mani della Francia, e a noi restano gli sbarchi

ROMA - Ricordate quando gli Stati Uniti di Barack Obama offrirono ufficialmente all'Italia la leadership militare e diplomatica per la risoluzione della crisi libica? In quell'occasione, il governo di Matteo Renzi si mostrò dapprima indeciso e confuso, in seguito prudente, molto poco propenso a buttarsi a capofitto in un nuovo intervento dagli esiti del tutto incerti. Rifiutando (forse legittimamente) la leadership militare, l'Italia - Paese che, per vocazione storica e geografica, dovrebbe essere quello deputato a guidare ogni iniziativa sulla Libia - si è lasciata però sfuggire anche quella diplomatica. Facendosi sorpassare un'altra volta, dopo il 2011, dalla vicina Francia.

L'iniziativa di Macron
E' stato infatti il neo-presidente francese Emmanuel Macron, tanto amato dai politici nostrani (almeno, all'indomani della sua vittoria alle elezioni), a prendere l'iniziativa, promuovendo un incontro tra i due acerrimi nemici Fayez al Sarraj, premier del governo di unità nazionale riconosciuto dall'Onu, e il generale Khalifa Haftar, espressione militare del governo di Tobruk e uomo forte della Cirenaica. Un incontro rispetto al quale l'Eliseo aveva già chiaro l'obiettivo: quello di raggiungere l'impegno delle parti in causa per il cessate il fuoco e per creare le condizioni per il regolare svolgimento delle elezioni presidenziali e parlamentari nel più breve tempo possibile.

L'accordo patrocinato dalla Francia
Al termine dell'incontro, il risultato pare essere stato, almeno a parole, raggiunto: «Oggi la causa della pace in Libia ha fatto un grande progresso. Voglio ringraziarvi per gli sforzi fatti», ha annunciato con orgoglio Macron, che già sogna di passare alla storia come l'uomo della riconciliazione. Quella appena concertata sarebbe una «dichiarazione che traccia il cammino, la via verso la riconciliazione nazionale» in Libia, ha affermato ancora il capo dell'Eliseo, sostenendo che «Sarraj e Haftar possono diventare simboli dell'unità nazionale» ed elogiando il loro «coraggio storico di assumervi il rischio di lavorare insieme per la riconciliazione nazionale e una pace durevole».

Quegli ipocriti ringraziamenti a Gentiloni
Peccato che, in quel vertice, sia risaltata soprattutto un'assenza: quella di una delegazione italiana. Macron ha naturalmente rivolto i ringraziamenti di rito all'Italia, da sempre in prima linea nei negoziati, e al ministro Paolo Gentiloni, con il quale, ha affermato, «ci siamo sentiti in vista di questo incontro». Ma da che il Belpaese veniva considerato il legittimo e naturale capofila nella gestione della crisi libica, di acqua sotto i ponti ne è passata. E qui da noi serpeggia il dubbio - del tutto giustificato - che Macron voglia rilanciare l'attivismo del proprio predecessore Sarkozy per garantirsi una «golden share» nella Libia del futuro, principalmente nei suoi asset sotto embargo e nel suo petrolio.

Effetto sorpresa
In effetti, i retroscena diplomatici dell'incontro di Parigi appaiono piuttosto oscuri e confusi. I media hanno inizialmente riportato che l'Italia sia venuta a conoscenza del vertice «per vie traverse», non certo attraverso i canali ufficiali, e che la Francia abbia deciso di condividere l'informazione solo con il Regno Unito, i cui servizi segreti sono ben piantati in Libia. Altro che ringraziamento al premier Gentiloni, dunque: l'Italia sarebbe stata informata della circostanza soltanto dal governo di Serraj, non dai vicini d'Oltralpe. Una mossa che ha colto tutti di sorpresa, e ha lasciato i nostri rappresentanti a bocca asciutta.

L'azione francese in Libia ha sempre avuto un solo scopo
Eppure, il Presidente francese aveva già ventilato un maggior impegno diplomatico di Parigi nella crisi libica. Senza contare che, già da prima di Macron, l'atteggiamento della Francia in Libia, per certi versi giudicato ambiguo e contraddittorio, ha mostrato una certa coerenza. L'unico esplicito obiettivo è stato il perseguimento dell'interesse nazionale, e quindi un posizionamento economico francese nel Paese Nordafricano. Quello era il fine che ha spinto Sarkozy a intervenire nel 2011 per favorire la caduta di Gheddafi, quello era l'obiettivo che ha spinto Parigi a cambiare apertamente bandiera e sostenere Haftar, perseguendo attraverso di lui quegli interessi che, attraverso l'Egitto, giungono fino al Golfo Persico e agli Emirati Arabi Uniti.

Sì al petrolio, no ai migranti
Oggi, dunque, ci ritroviamo con una Francia ancora determinata a guidare i giochi, mentre tutto il peso della crisi migratoria resta sulle spalle del nostro Paese. Macron, infatti, pur giocando d'anticipo sulla Libia, ha fatto sapere che la Francia accetterà solo profughi, e non migranti economici, e ha opposto un duro diniego alla richiesta d'aiuto italiana nella gestione degli sbarchi. Un braccio di ferro che si consuma ogni giorno a Ventimiglia, proprio lungo in confine tra Italia e Francia, dove la polizia di frontiera non esita a respingere ogni giorno i migranti che tentano di passare dall'altra parte.

Oneri e onori
No ai migranti, sì agli interessi economici; no agli oneri, sì agli onori: la strategia di Macron, lo stesso che i politici nostrani acclamavano come salvatore dell'Europa all'indomani delle elezioni, non potrebbe essere più cristallina. Ciò che stupisce, ancora una volta, è l'Italia, che, pur essendo riconosciuta a livello internazionale come la legittima capofila di ogni iniziativa internazionale in Libia, è riuscita a farsi soffiare la leadership dalla Francia sotto gli occhi di tutti. A noi, di fatto, resta il peso della gestione della crisi migratoria, in buona parte scatenata dal caos libico provocato dal rocambolesco attivismo di Sarkozy. Diciamo addio, insomma, a quel poco di credibilità internazionale che ci era rimasta.