8 dicembre 2019
Aggiornato 08:00

La post verità degli hacker russi: come distrarre l'opinione pubblica

Perché il Partito Democratico statunitense, appoggiato dai media, spinge la propaganda anti russa

Vladimir Putin.
Vladimir Putin. Shutterstock

WASHINGTON - Cosa rimarrà della bizzarra vicenda degli hacker russi che avrebbero condizionato le elezioni presidenziali statunitensi, portando alla vittoria il miliardario Donald Trump e nella polvere la prima candidata presidente donna della storia Usa? Nulla. In termini retorici di moda, si potrebbe definire tutto ciò come "post verità». In altri tempi si sarebbe detto "bufala". 

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Washington Post e New York Times
Secondo una ricostruzione del Washington Post, dalle fredde steppe siberiane sarebbe partito un raffinato attacco informatico denominato «fishing»: tutti lo abbiamo subito, perché si tratta di quelle mail infette che ogni tanto riceviamo nella nostra casella di posta elettronica, a cui però non cede più nessuno. Pare invece che John Podestà, quello che fece il discorso al posto di Hillary Clinton poche ore dopo il trionfo di Trump, abbia abboccato. E questo avrebbe causato un grave buco in tutta la catena relazionale della candidata democratica. Altre spiegazioni, più approfondite, o quanto meno credibili, non sono state date. Però anche questa appare debole, per non dire senza senso. O siamo di fronte alla sciatteria più marcata, oppure si tratta di una verità aggiustata, con quale fine non si sa. Craig Murray, ex ambasciatore britannico ha bollato l’intera vicenda come «bullshit», ovvero sciocchezze. Murray, sostiene di aver ricevuto l’intera documentazione digitale che dovrebbe essere stata «rubata» dagli hacker russi dalle mani di esponenti dello staff della Clinton, disgustati dalla corruzione della Clinton Foundation. L'ha dichiarato solo pochi giorni fa la Daily Mail. Il New York Times, e in generale la stampa statunitense che recentemente si è accorta dell’impossibilità di influenzare il voto popolare, nonostante il dispiego di forze massiccio a favore di Hillary Clinton, sostiene che tali operazioni avrebbero «influenzato la campagna elettorale». Questa, da un punto di vista semantico, è un’affermazione priva di significato. Forse il pieno sostegno dei maggiori canali mediatici Usa, esclusa la Fox, non ha tentato di influenzare la campagna elettorale? Al di là della vicenda, che ha l’aspetto della retorica spinta data la mancanza di prove, è più appropriato capire perché vi sia questa lotta mediatica tra l’amministrazione Obama al tramonto, e la nuova presidenza Trump.

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Russia nemico di comodo per salvare la Cina
Auspicabile per l’umanità è che le accuse verso la Russia non nascano da un nuovo maccartismo anti sovietico post ideologico. Anche se la propaganda spiccia che si respira negli Usa non lesina parallelismi tra «l’impero del male» coniato dal presidente Reagan, relativo all’Urss, e la nuova Russia di Putin. I grandi imperi, come gli Usa, necessitano di nemici intorno a cui stringere gli animi e le forze della cittadinanza, e la Russia è perfetta. La sua potenza militare è modesta rispetto a quella statunitense, per non parlare della portata della sua economia. La cultura russa è misteriosa, chiusa, prega di sospetto. Insomma, è un nemico facile, che si può strapazzare quanto si vuole anche se, a volte, si fa minaccioso. Ma il vero avversario strategico di una parte degli Usa, ovvero della working class e della middle class, è la Cina. Non tanto per velleità militari che per altro non ha, quanto per l’aggressiva politica commerciale: che negli Usa ha creato un’immensa massa di poveri e una piccola nicchia di super ricchi. Uomini come Jeff Bezos, padrone di Amazon e del Washington Post, e in generale l'apice della piramide sociale che guadagna dalla delocalizzazione del lavoro, hanno grande interesse affinché la politica economica statunitense rimanga incardinata con l’asse cinese. La Russia serve quindi a distrarre l’opinione pubblica, perché Trump ha già spiegato fin troppo chiaramente che gli accordi commerciali con il gigante asiatico sono dannosi, ben più della Russia di Putin. I prossimi mesi quindi saranno decisivi: se il presidente eletto porterà avanti una politica di dazi, non solo anti cinese, la propaganda anti russa diventerà ancora più virulenta.