20 febbraio 2020
Aggiornato 11:00
Arnaud Montebourg e Marine Le Pen provano a rompere l'assedio

Francia, dove il patriottismo economico prova ad alzare la testa

Prove trumpismo a sinistra e a destra: pare essere conclusa la corsa tra chi è più turbo liberista. Il protezionismo economico non è più un tabù

La Tour Eiffel, simbolo della Francia
La Tour Eiffel, simbolo della Francia Shutterstock

PARIGI - Dopo trent'anni di globalizzazione entusiasta nel mondo economico sviluppato, si cerca una via di salvezza. La liberalizzazione dei mercati ha portato come noto a distorsioni pesanti, connotate da una forte svalutazione del lavoro. Il progetto originario neoliberale prevedeva la delocalizzazione della produzione «sporca» nei paesi in via di sviluppo, e la parallela creazione di un mercato parallelo in occidente centrato su due cardini: finanza e settore terziario. La privatizzazione dei servizi e l’austerità di bilancio da parte degli Stati avrebbero creato nuovi ammortizzatori sociali «flessibili», sostitutivi di quelli rigidi novecenteschi. Merito, competizione, formazione erano inoltre le tre parole d’ordine che avrebbero fatto alzare il livello qualitativo del lavoro in occidente, al fine di creare prodotti da esportare verso le élites globali che possono permettersi il consumo di altissimo qualità.

Immense sacche di povertà e Donald Trump
La formazione di sacche di resistenza a questo processo globale, in virtù del progressivo impoverimento della classe media – in Italia i poveri sono aumentati, in dieci anni, del 141% - preoccupano le classi politiche di tutto il mondo, ormai inquadrate dall’opinione pubblica nel recinto dei rappresentanti non del popolo, ma delle potenti lobby economiche e finanziarie. Questo processo ha avuto particolare presa sul centrosinistra, probabilmente vittima di un senso di colpa derivante dalla sconfitta storica del blocco sovietico. Caduto il muro, i socialisti di tutto il mondo si sono affidati con fanatismo crescente alle sorti «progressive» del mercato e della monetarismo. Oggi, dopo decadi di privatizzazioni, precariato, svalutazione, moneta unica, e accordi di libero commercio, da destra giunge un vento nuovo, che non teme la parola «protezionismo». L’avvento di Donald Trump ha fatto capire a tutto il mondo che l’economia più potente del mondo guarda in questa direzione, perché non c’è altra scelta.

L’economia immateriale, o della conoscenza, non genera sufficiente lavoro
Masse di uomini e donne sempre più ampie, prive ormai di qualsiasi riferimento ideologico, vagano nella povertà data dai dilaganti lavoretti che hanno sostituito il lavoro per come è stato conosciuto nel dopoguerra. Una banale constatazione: la massa di operai e impiegati non potrà essere sostituita dai nuovi mestieri occidentali della società globalizzata, perché l’economia immateriale, o della conoscenza, non genera sufficiente lavoro. Quel poco che si forma, inoltre, è prettamente concentrato all’apice della piramide sociale, che infatti negli ultimi dieci anni si è arricchita come mai prima. Ovviamente questa superclasse non ha la capacità d’acquisto di milioni di uomini e donne che un tempo componevano la classe media, e quindi ci si trova dentro una costante stagnazione economica unita a deflazione. Oggi un supermiliardario eletto presidente (come noto ha in testa di fare una guerra commerciale all’invasione dei prodotti cinesi) ha capito che il nemico strategico degli Usa non è la Russia di Putin, un falso obbiettivo inventato multinazionali e banche e sempre ripreso dai democratici, bensì l’aggressiva capacità cinese di attrarre capitali e lavoro.

La sinistra europea si sveglia?
L’esempio statunitense pare aver risvegliato la sinistra europea dalla sbornia neoliberista: in particolare in Francia. Il partito socialista del fu presidente Hollande sta recuperando un vecchio mantra economico caduto in disuso: il «patriottismo economico», ovvero il protezionismo. Ovviamente è solo una suggestione retorica al momento, e nemmeno condivisa: perché il candidato Manuel Valls, esponente dell’ala liberista dei socialisti, continua a predicare austerità, privatizzazioni e deregolamentazione (svalutazione competitiva) del lavoro. Purtroppo per Valls la candidatura di Francois Fillon nel campo repubblicano copre il terreno ideologico in cui pensava di avanzare senza problemi. Fillon, come noto, ha un programma ancora più liberista e quindi rischia di risultare più credibile in base al principio secondo cui i liberali che vogliono fare i liberali sono più credibili dei socialisti che vogliono fare i liberali. La presenza di Marine Le Pen, per il Front National, con il suo programma fortemente protezionista ha provocato una reazione alla sinistra di Manuel Valls.

La ricetta a base di patriottismo economico di Arnaud Montebourg
Arnaud Montebourg è stato Ministro dell’Economia con Hollande, poi sostituito da Emmanuel Macron a causa di forti disaccordi ideologici con il presidente Hollande, che non si ricandiderà. Montebourg ha deciso di cavalcare la retorica del «cambiamento» ma legandola ad una proposta protezionista, che in un’epoca di ridondanza liberista appare quanto meno una rottura ideologica. Per rafforzare le sue idee ha attaccato duramente Valls, definendolo «asservito alle politiche di austerità di Bruxelles». Poi ha aggiunto: «Il protezionismo non è una parolaccia, ne fanno tutti uso per difendersi dalla globalizzazione. Perché non dovremmo farlo anche noi in Europa?».

Se ne parlava già nel 2005
La locuzione «patriottismo economico», che sconvolge la percezione dell’Europa mercatista, non è una novità in Francia, anzi. Risale al 2005, quando furono create delle norme volte a impedire le scalate societarie in determinati settori economici strategici, da parte di soggetti stranieri. Nel maggio del 2014 l’allora ministro Montebourg presentò un decreto in cui si prevedeva che l’approvazione preliminare da parte del ministero dell’economia per qualsiasi investimento di capitali stranieri nei settori di trasporti, energia, sanità, risorse idriche, telecomunicazioni. Tale decreto gli costò il posto da ministro. Oggi però Montebourg torna alla carica e rilancia un’altra proposta, per altro non decisiva: l’ottanta per cento degli appalti pubblici deve essere affidato a ditte francesi. Per Montebourg essere un patriota economico «significa favorire in ogni modo la nostra produzione nazionale, perché dall’industria deriva ormai meno dell’11% della ricchezza della Francia. In l’Italia è ancora il 19% e in Germania il 21%. Abbiamo sbagliato qualcosa». Ma soprattutto, e questo strumento potrebbe essere dirimente, Montebourg sottolinea la necessità di una banca pubblica per sostenere l’economia. Eventualità vista come il fumo begli occhi da parte della Bce e della Commissione Europea, perché significherebbe la creazione interna della moneta.

Isolate le ali e vincerà sempre il sistema
Esattamente come in Italia si sta quindi formando uno scacchiere nel quale le «ali» si caratterizzano per il rifiuto del neoliberismo degli ultimi venti anni, e la riscoperta di un protezionismo economico che pareva dimenticato dalla storia: ma non dalla società. Un fraintendimento economico, ma sarebbe meglio dire una strumentalizzazione culturale, rende più difficile tale passaggio per la sinistra. Innanzitutto perché non è credibile, da Clinton a Obama, passando per Blair e Renzi, la sinistra si è caratterizzata negli anni per la completa opposizione tra teoria e prassi: Hollande paga politicamente proprio questa discrasia, portata a valore in nome di un non meglio precisato «principio della realtà». Secondo punto: la sinistra da tempo confonde l’internazionalismo con la globalizzazione. Il primo aveva come prospettiva l’elevazione, in tutto il mondo, della classe lavoratrice. La seconda prevede la supremazia del capitale in tutto il mondo: ovvero quanto sta avvenendo adesso.