12 dicembre 2019
Aggiornato 09:31

Clima, sanità e Israele: Trump fa Obama?

Le prime mosse del neo presidente sono estremamente prudenti. In vista una presidenza che potrebbe riservare sorprese

Il neopresidente Usa Donald Trump e Barack Obama in una caricatura
Il neopresidente Usa Donald Trump e Barack Obama in una caricatura Shutterstock

WASHINGTON - "Americani, basta con le divisioni. Uniamo il paese». Il presidente eletto abbandona i toni da cow boy e veste i panni del moderato. E si sposta sul terreno abbandonato da tempo dei democratici. Ma chi resta sorpreso da tale "svolta" non dovrebbe dimenticare che una visione antiglobale dell'economia ha ontologicamente connotati progressisti.

Sul clima non cambia nulla
Gli accordi sul cambiamento climatico funzionano così: centinaia di capi di stato, accompagnati da migliaia di portaborse e parenti, si danno appuntamento in una bella capitale. Ad esempio, come nell’ultimo vertice, vanno a Paris. Parigi è sempre un bel posto e quindi ci sono andati volentieri. Tutti prendono voli di stato, portano tonnellate di carta, e consumano compulsivamente ogni tipo di risorsa per vivere al meglio il grande incontro per la salvezza dell’ambiente. Poi arriva il vertice, ed è un unico coro: tutti si dicono preoccupati, e i manifestanti all’esterno del palazzo, giunti da tutto il mondo anch'essi, protestano per la salvaguardia delle foreste, degli orsi, dell’ecosistema. I più prestigiosi media del mondo producono resoconti accorati, e grande spazio viene riservato ai dati prodotti dall’Onu sulla catastrofe in corso. Abbondano gli editoriali catastrofisti, e qualche strapuntino viene assegnato anche agli scienziati che negano la matrice antropica del cambiamento climatico. All’ultimo secondo, dopo varie minacce, di solito a notte fonda quando il destino del mondo è a un passo dal baratro, i governanti firmano un accordo che non dice nulla, dove non c’è nessun impegno concreto, solo buoni propositi. Applauso, foto, pacche sulle spalle. E poi, a gita finita, tutti a casa.

La nullità dei vertici sul clima
I "vertici decisivi su clima" procedono con questo incontrovertibile schema dal 1992, quando si tenne a Rio de Janeiro per la prima volta. Al tempo fu un evento serio, con il presidente Usa del tempo, George Bush padre, che disse chiaramente: «L’american way of life non è negoziabile». Duro ma sincero, è rimasto un raro esempio di coerenza, per quanto antipatica. Chiunque tema seriamente per il riscaldamento globale vorrebbe abolire queste passerelle vuote ed ecologicamente catastrofiche. Perché tornati a casa tutti dimenticano i già vaghi foglietti firmati; la vita va avanti, fino al prossimo summit vacanza. Non deve stupire quindi che un «negazionista» del cambiamento climatico come Donald Trump assicuri che non cancellerà gli accordi di Parigi. Cosa gli costa? Basta che continui a fare come faceva il suo predecessore Barak Obama: grandi discorsi e poi ignorare tutto. Che per altro è quanto fanno i capi di governo un po’ in tutto il mondo.

Obamacare alla prova
Diversa la questione riguardante la riforma sanitaria conosciuta come Obamacare. Impantanata nella lotta politica tra presidenza e congresso, ha comunque ottenuto il risultato di portare sotto copertura sanitaria quindici milioni di statunitensi che non avevano diritto alle cure. In tutto, secondo le statistiche, erano 42 milioni nel 2008, mentre oggi sarebbero meno di 27 milioni. Una cifra in ogni caso clamorosa per il paese più ricco e potente del mondo, che investe il 4,3% del Pil in spese militari e oltre il 13% in spese sanitarie. La riforma voluta da Barak Obama è incardinata su quattro assi: obbligatorietà di una assicurazione sanitaria per ogni cittadino, nessun ente assicurativo può rifiutarsi di stipulare una polizza a causa dei trascorsi clinici o delle condizioni di salute del paziente, il governo federale garantisce sussidi per chi non può acquistare una assicurazione, potenziamento del programma Medicaid, ovvero al copertura totale per anziani e poveri.

Abolizione? No grazie
Donald Trump durante la campagna elettorale promise che avrebbe abolito la Obamacare, in quanto una delle storture emerse negli anni gravava proprio sulla classe media, costretta a pagare ancor più le polizze assicurative. La sua idea, tipicamente liberale, prevedeva la fine di ogni sussidio e l’apertura ad una forma più aggressiva di competizione sui costi tra le assicurazioni. Un piano che si scontra, come spesso accade, con la dura realtà dei cartelli che vengono formati tra i soggetti che dovrebbero competere e invece si accordano su prezzi elevati. Il presidente eletto ha però ritracciato dai suoi propositi, e durante un'intervista ha fatto capire che in futuro le agenzie assicurative non potranno rifiutare la copertura ad alcun paziente: ciò significa, probabilmente, che rimarranno le sovvenzioni statali per le fasce più povere. Di fatto il cuore della riforma sanitaria verrebbe mantenuto.

Pace tra Palestina e Israele?
Si spengono gli entusiasmi anche in Israele dopo le prime mosse di Donald Trump. Gli ortodossi che auspicano la fine del «processo di pace» e la creazione di unico stato, cioè Israele, hanno accolto con scetticismo le parole del neo presidente: «Sarebbe un gran riconoscimento, per il presidente degli Stati Uniti, riuscire a porre fine al conflitto. Un sacco di persone mi hanno detto, molte delle quali molto in gamba, che è impossibile. Io non sono d’accordo. Io credo si possa raggiungere la pace.» Trump ha quindi abbandonato, al momento, l’abbraccio per l’ala ortodossa israeliana, che già cantava vittoria. Il cambio di rotta giunge dopo la telefonata con il presidente russo Vladimir Putin interessato a depotenziare le varie guerre civili che pervadono il Medio Oriente, e nuovo partner strategico degli Stati Uniti. Come noto la Russia non vede di buon occhio la politica espansionistica israeliana nei territori palestinesi.